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	Commenti a: Sul decentramento. Qualche ipotesi di applicazione dentro e fuori la traduzione	</title>
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		<title>
		Di: Donatella Dini		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-264589</link>

		<dc:creator><![CDATA[Donatella Dini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2014 21:56:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nella prima metà del xx secolo era diffusa l’opinione che traduttori si nascesse, un’idea che in seguito è stata abbandonata. Successivamente il lavoro del traduttore è stato oggetto di studi, dibattiti, correnti di pensiero. Si è discusso sulla fedeltà e sul tradimento rispetto al testo di partenza, una discussione che sembra destinata a non avere mai fine, si sono identificate nella conoscenza, esperienza e talento le doti necessarie a un buon traduttore, lo si è spiritosamente dipinto come un cavaliere oscuro che lavora nell’ombra (Carlo Fruttero) o come un proteiforme individuo, formica e cavallo insieme (Natalia Ginzburg), formica per il lavoro minuzioso e paziente della scelta dei vocaboli, cavallo per la determinazione di andare avanti senza perdere il ritmo e la visione d’insieme, dovendo il risultato di questo lavoro  far sì che le parole risultino “fresche, viventi e impetuose”. Qualche volta si parla del traduttore come di un “traghettatore”, qualche volta come di un geniale ri-creatore, come nel caso di Calvino e dell’ “intraducibile” Queneau.
Condivido il discorso sul decentramento, mi viene anzi in mente, scherzosamente ma non troppo, la parola bilocazione: essere dentro i due testi, quello di partenza e quello che stiamo elaborando, e che rappresenterà il testo d’arrivo, badando non solo a quello che le parole dicono, ma a quello che rappresentano, al loro potere evocativo in quel contesto, in quel momento storico, in quella cultura e dunque è ovvio che ci sarà talvolta uno slittamento, quello che con un gioco di parole si potrebbe chiamare l’infedeltà della fedeltà.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella prima metà del xx secolo era diffusa l’opinione che traduttori si nascesse, un’idea che in seguito è stata abbandonata. Successivamente il lavoro del traduttore è stato oggetto di studi, dibattiti, correnti di pensiero. Si è discusso sulla fedeltà e sul tradimento rispetto al testo di partenza, una discussione che sembra destinata a non avere mai fine, si sono identificate nella conoscenza, esperienza e talento le doti necessarie a un buon traduttore, lo si è spiritosamente dipinto come un cavaliere oscuro che lavora nell’ombra (Carlo Fruttero) o come un proteiforme individuo, formica e cavallo insieme (Natalia Ginzburg), formica per il lavoro minuzioso e paziente della scelta dei vocaboli, cavallo per la determinazione di andare avanti senza perdere il ritmo e la visione d’insieme, dovendo il risultato di questo lavoro  far sì che le parole risultino “fresche, viventi e impetuose”. Qualche volta si parla del traduttore come di un “traghettatore”, qualche volta come di un geniale ri-creatore, come nel caso di Calvino e dell’ “intraducibile” Queneau.<br />
Condivido il discorso sul decentramento, mi viene anzi in mente, scherzosamente ma non troppo, la parola bilocazione: essere dentro i due testi, quello di partenza e quello che stiamo elaborando, e che rappresenterà il testo d’arrivo, badando non solo a quello che le parole dicono, ma a quello che rappresentano, al loro potere evocativo in quel contesto, in quel momento storico, in quella cultura e dunque è ovvio che ci sarà talvolta uno slittamento, quello che con un gioco di parole si potrebbe chiamare l’infedeltà della fedeltà.</p>
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		<title>
		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-264165</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2014 22:06:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263937&quot;&gt;ornella tajani&lt;/a&gt;.

Il problema del ménage à trois l&#039;ho riscontrato non solo per le lingue classiche, ma anche per le lingue moderne: un esempio, le traduzioni italiane di Céline in rapporto equivoco con la ricezione dell&#039;autore, i problemi politici connessi, le traduzioni pregresse. E non è l&#039;unico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263937">ornella tajani</a>.</p>
<p>Il problema del ménage à trois l&#8217;ho riscontrato non solo per le lingue classiche, ma anche per le lingue moderne: un esempio, le traduzioni italiane di Céline in rapporto equivoco con la ricezione dell&#8217;autore, i problemi politici connessi, le traduzioni pregresse. E non è l&#8217;unico.</p>
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		<title>
		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263957</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 13:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263931&quot;&gt;abeppe&lt;/a&gt;.

Nel caso della letteratura in vedico e in sanscrito (io sto tentando con la Gita a pizzichi e bocconi) si pone un problema curioso, fra gli altri. Il numero di sillabe che compongono nel complesso gli inni originali del RGveda è un numero magico. Credo si debba optare per metri che restituiscano lo spazio ritmico dell&#039;originale, ma tengano conto di certi aspetti magici, nascosti dietro l&#039;isosillabismo dei metri vedici. (Una shloka è un distico di 32 sillabe, ma anche un&#039;operazione magica).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263931">abeppe</a>.</p>
<p>Nel caso della letteratura in vedico e in sanscrito (io sto tentando con la Gita a pizzichi e bocconi) si pone un problema curioso, fra gli altri. Il numero di sillabe che compongono nel complesso gli inni originali del RGveda è un numero magico. Credo si debba optare per metri che restituiscano lo spazio ritmico dell&#8217;originale, ma tengano conto di certi aspetti magici, nascosti dietro l&#8217;isosillabismo dei metri vedici. (Una shloka è un distico di 32 sillabe, ma anche un&#8217;operazione magica).</p>
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		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263937</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 10:58:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Daniele dell’intervento, e di aver chiarito ulteriormente qualche altro punto della teoria di Meschonnic. Sono molto d’accordo sul “sistema di ombre e riflessi” che la traduzione ricrea, era proprio a questo che pensavo con l’immagine dell’intersezione fra due insiemi.
Sul ménage à trois, forse il tuo discorso vale perlopiù per le lingue classiche? Quando si ritraduce, mettiamo un testo dell’Ottocento francese, non è affatto detto che si tengano in considerazione le traduzioni precedenti; e, in ogni caso, il ménage à deux con l’originale si impone comunque come primo modello, mi sembra. Di certo poi può venire a instaurarsi un’interazione con altre precedenti traduzioni, ma non è detto che succeda – né è, a mio avviso, sempre necessario.
Sulla traduzione tecnica, non essendomene mai occupata, ci ho riflettuto molto di meno, anche se la questione è interessante: di certo bisognerebbe considerare ogni tipo di testo “tecnico” nella sua specificità, perché è chiaro, come sottolinea Daniele, che il testo sociologico è molto più vicino a quello letterario rispetto ad altri testi. Qui si va poi più nella linguistica, e ci sono studi affascinanti: ad esempio su come la “vaghezza” (vagueness) semantica del linguaggio usato dall’ONU (in varie lingue, ovviamente, e quindi in varie traduzioni) sia sfruttata come strategia politica, militare, ecc..
Sul metro, abeppe: dipende da cosa traduci, dipende da qual è l’obiettivo : )]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Daniele dell’intervento, e di aver chiarito ulteriormente qualche altro punto della teoria di Meschonnic. Sono molto d’accordo sul “sistema di ombre e riflessi” che la traduzione ricrea, era proprio a questo che pensavo con l’immagine dell’intersezione fra due insiemi.<br />
Sul ménage à trois, forse il tuo discorso vale perlopiù per le lingue classiche? Quando si ritraduce, mettiamo un testo dell’Ottocento francese, non è affatto detto che si tengano in considerazione le traduzioni precedenti; e, in ogni caso, il ménage à deux con l’originale si impone comunque come primo modello, mi sembra. Di certo poi può venire a instaurarsi un’interazione con altre precedenti traduzioni, ma non è detto che succeda – né è, a mio avviso, sempre necessario.<br />
Sulla traduzione tecnica, non essendomene mai occupata, ci ho riflettuto molto di meno, anche se la questione è interessante: di certo bisognerebbe considerare ogni tipo di testo “tecnico” nella sua specificità, perché è chiaro, come sottolinea Daniele, che il testo sociologico è molto più vicino a quello letterario rispetto ad altri testi. Qui si va poi più nella linguistica, e ci sono studi affascinanti: ad esempio su come la “vaghezza” (vagueness) semantica del linguaggio usato dall’ONU (in varie lingue, ovviamente, e quindi in varie traduzioni) sia sfruttata come strategia politica, militare, ecc..<br />
Sul metro, abeppe: dipende da cosa traduci, dipende da qual è l’obiettivo : )</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: abeppe		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263931</link>

		<dc:creator><![CDATA[abeppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 09:52:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263797&quot;&gt;rmorresi&lt;/a&gt;.

Mi ero dimenticato quanto poteva essere interessante una discussione su questi argomenti, spesso i commenti sui blog non diventano discussioni. Grazie all&#039;autrice e agli commentatori! Quando parlavo di testi tecnici, mi riferivo proprio a testi tecnici, non scientifici (quindi a contratti bancari, d&#039;assicurazione, o materiale tecnico di telefonia, per esempio). Inoltre, un ambito che non si prende in considerazione per questo tipo di testi è l&#039;utilizzo di software CAT, che standardizzano parecchio la traduzione. Rispetto alle lingue indeuropee o meno, nel caso dell&#039;ebraico si tratta comunque di una lingua che  appartiene sì ad un&#039;altra famiglia, ma i cui testi pur sempre condividono un retroterra culturale più vicino a quello occidentale (categoria, lo so, forse da evitare). Sulla questione del ritmo e della versificazione, vorrei chiedere la vostra opinione. Nel caso della letteratura sanscrita, in alcuni generi letterari l&#039;utilizzo di un particolare tipo di metro, molto diffuso, è dovute non ad una scelta estetica, ma pragmatica (memorizzazione). Oppure è diventato talmente standard il suo utilizzo da essere preso come unità di misura del pagamento degli scribi (le 32 sillabe di una strofe in questo metro formano un&#039;unità). Personalmente, in questo caso non trovo assolutamente fuorviante la scelta di tradurre testi scritti in questo metro in prosa, rendendo in versi le strofe in altri metri presenti in un testo -- visto che in questo caso la volontà di differenziazione e la funzione estetica del metro sono evidenti. 

Una domanda che mi sorge spontanea: anche se volessi tradurre in versi, quali metri della tradizione italiana dovrei scegliere? Quali forme strofiche? Dovrei forse darmi all&#039;endecasillabo libero? Non saprei, ogni scelta porterebbe con sé un bagaglio culturale troppo ingombrante.
Perdonatemi se i miei commenti a volte sono molto terra terra, ma non mi sono occupato di teoria della traduzione (traduco e basta, anche se vorrei avere una preparazione teorica più solida).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263797">rmorresi</a>.</p>
<p>Mi ero dimenticato quanto poteva essere interessante una discussione su questi argomenti, spesso i commenti sui blog non diventano discussioni. Grazie all&#8217;autrice e agli commentatori! Quando parlavo di testi tecnici, mi riferivo proprio a testi tecnici, non scientifici (quindi a contratti bancari, d&#8217;assicurazione, o materiale tecnico di telefonia, per esempio). Inoltre, un ambito che non si prende in considerazione per questo tipo di testi è l&#8217;utilizzo di software CAT, che standardizzano parecchio la traduzione. Rispetto alle lingue indeuropee o meno, nel caso dell&#8217;ebraico si tratta comunque di una lingua che  appartiene sì ad un&#8217;altra famiglia, ma i cui testi pur sempre condividono un retroterra culturale più vicino a quello occidentale (categoria, lo so, forse da evitare). Sulla questione del ritmo e della versificazione, vorrei chiedere la vostra opinione. Nel caso della letteratura sanscrita, in alcuni generi letterari l&#8217;utilizzo di un particolare tipo di metro, molto diffuso, è dovute non ad una scelta estetica, ma pragmatica (memorizzazione). Oppure è diventato talmente standard il suo utilizzo da essere preso come unità di misura del pagamento degli scribi (le 32 sillabe di una strofe in questo metro formano un&#8217;unità). Personalmente, in questo caso non trovo assolutamente fuorviante la scelta di tradurre testi scritti in questo metro in prosa, rendendo in versi le strofe in altri metri presenti in un testo &#8212; visto che in questo caso la volontà di differenziazione e la funzione estetica del metro sono evidenti. </p>
<p>Una domanda che mi sorge spontanea: anche se volessi tradurre in versi, quali metri della tradizione italiana dovrei scegliere? Quali forme strofiche? Dovrei forse darmi all&#8217;endecasillabo libero? Non saprei, ogni scelta porterebbe con sé un bagaglio culturale troppo ingombrante.<br />
Perdonatemi se i miei commenti a volte sono molto terra terra, ma non mi sono occupato di teoria della traduzione (traduco e basta, anche se vorrei avere una preparazione teorica più solida).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Tradurre decentrandosi: teoria e pratica &#124; bloc-notes		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263924</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tradurre decentrandosi: teoria e pratica &#124; bloc-notes]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 09:25:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] Nazione Indiana, Ornella Tajani affronta un aspetto teorico della traduzione, partendo da Henri Meschonnic e dal [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Nazione Indiana, Ornella Tajani affronta un aspetto teorico della traduzione, partendo da Henri Meschonnic e dal [&#8230;]</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263829</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2014 19:04:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263825&quot;&gt;ornella tajani&lt;/a&gt;.

Anche se nella quasi totalità delle traduzioni di testi di poesia, l&#039;interazione fra ritmo, ductus, metrica, viene obliterata dalla prassi omologante e domesticatoria della versione alineare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263825">ornella tajani</a>.</p>
<p>Anche se nella quasi totalità delle traduzioni di testi di poesia, l&#8217;interazione fra ritmo, ductus, metrica, viene obliterata dalla prassi omologante e domesticatoria della versione alineare.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263827</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2014 18:34:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49336#comment-263827</guid>

					<description><![CDATA[Nei contributi teorici di Meschonnic l&#039;opposizione &lt;em&gt;sourcier-cibliste&lt;/em&gt; in effetti non si pone nemmeno. Si definiscono altri campi di tensione argomentativa, altre antinomie: la principale è il modo di intendere quell&#039;intersezione fra l&#039;insieme testo originale nel contesto più ampio della cultura-lingua di partenza, e il contesto della cultura-lingua d&#039;arrivo, considerato comunque che il testo è un complesso, sia pur infinitamente aperto, di potenzialità ermeneutiche (nel doppio senso di espressione-interpretazione sotteso al termine ἑρμηνεῖα) già storicamente date, mentre la traduzione, come progetto letterario, come ipotesi, è per forza di cose uno dei prodotti possibili di quell&#039;altra area di potenzialità ermeneutiche che è la ricezione critico-filologica del testo nella cultura-lingua d&#039;arrivo come tale. Questa intersezione va intesa per forza di cose come insieme sfocato, e dunque il problema della corrispondenza biunivoca fra gli elementi di testo e traduzione sembra spontaneamente ridimensionarsi. L&#039;incontro fra i due mondi appare non tanto minato di soggettivismo, o escluso dalla possibilità della conoscenza reciproca effettiva: piuttosto, la modalità di conoscenza che la traduzione definisce assume una dimensione di intrinseca ambiguità: la sfera di vaghezza, che connota costitutivamente le lingue in relazione, proietta attorno a ogni elemento del testo e della traduzione un sistema di ombre e di riflessi che definiscono un rapporto dinamico di interazione fra significati e significanti. Per di più la relazione fra traduzioni e correnti interpretative di ricezione del testo in una cultura d&#039;arrivo è ricco in sé di fenomeni di retroazione: di fatto, il &lt;em&gt;ménage à deux&lt;/em&gt; originale-traduzione è un caso estremo, che si verifica solo e soltanto nel momento in cui si ha il primo contatto fra un testo straniero e la cultura che lo accoglie. Più spesso, il processo traduttivo è per lo meno un &lt;em&gt;ménage à trois&lt;/em&gt;: l&#039;originale, la traduzione &lt;em&gt;hic et nunc&lt;/em&gt;, la traduzione che storicamente la precede; la situazione tipica è in realtà ben più complessa: l&#039;originale, la traduzione al tempo T, le traduzioni che la precedono e le eventuali traduzioni concomitanti -con le relative progettualità editoriali di contorno. L&#039;equivalente storico-filologico di un problema di meccanica newtoniana a n corpi. Nel caso di alcune specifiche tipologie di testi poetici, per esempio le espressioni dell&#039;&lt;em&gt;oral poetry&lt;/em&gt; esposte per loro natura al passaggio di voce in voce in aree culturali contigue più o meno ampie, la traduzione e il correlato bi-trilinguismo originario degli autori trasformano la versione del testo in una nuova fase di accrezione creativa della tradizione stessa, e un&#039;eco di questo processo evolutivo si riflette in modo più o meno rilevante perfino nelle traduzioni moderne o filologicamente strutturate, che si configurano di fatto come l&#039;ennesimo nuovo originale nel perpetuarsi di Mnemosyne -un caso limite della prassi della traduzione letteraria. La situazione delle traduzioni di testi tecnico-scientifici ha invece le sue questioni specifiche: nel caso di questi ultimi, agiscono due fattori distinti, che nella loro dialettica dànno luogo a situazioni paradosse: da un lato, l&#039;omologazione terminologica transnazionale imposta dai parametri operativi di protocolli sperimentali, procedure di controllo, pratiche di attivazione etc.; dall&#039;altro, la rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche, quantomeno nel contesto delle cosiddette scienze dure -perché quanto alle scienze molli, alle scienze storico-sociali -per non parlare dei testi filosofici- le interazioni originale-traduzione sembrano avvicinarsi parecchio a quelle tipiche della traduzione letteraria. Il testo tecnico-scientifico richiede, lo si è detto, una traduzione urgente e il meno possibile sfocata -ma al contempo, la riedizione di testi di formazione di base, più o meno longevi, impone l&#039;aggiornamento e una strutturale &quot;infedeltà&quot;; il testo socio-antropologico si comporta di fatto come un poema orale che rinasce a vita nuova nel nuovo contesto di studi in cui appare tradotto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei contributi teorici di Meschonnic l&#8217;opposizione <em>sourcier-cibliste</em> in effetti non si pone nemmeno. Si definiscono altri campi di tensione argomentativa, altre antinomie: la principale è il modo di intendere quell&#8217;intersezione fra l&#8217;insieme testo originale nel contesto più ampio della cultura-lingua di partenza, e il contesto della cultura-lingua d&#8217;arrivo, considerato comunque che il testo è un complesso, sia pur infinitamente aperto, di potenzialità ermeneutiche (nel doppio senso di espressione-interpretazione sotteso al termine ἑρμηνεῖα) già storicamente date, mentre la traduzione, come progetto letterario, come ipotesi, è per forza di cose uno dei prodotti possibili di quell&#8217;altra area di potenzialità ermeneutiche che è la ricezione critico-filologica del testo nella cultura-lingua d&#8217;arrivo come tale. Questa intersezione va intesa per forza di cose come insieme sfocato, e dunque il problema della corrispondenza biunivoca fra gli elementi di testo e traduzione sembra spontaneamente ridimensionarsi. L&#8217;incontro fra i due mondi appare non tanto minato di soggettivismo, o escluso dalla possibilità della conoscenza reciproca effettiva: piuttosto, la modalità di conoscenza che la traduzione definisce assume una dimensione di intrinseca ambiguità: la sfera di vaghezza, che connota costitutivamente le lingue in relazione, proietta attorno a ogni elemento del testo e della traduzione un sistema di ombre e di riflessi che definiscono un rapporto dinamico di interazione fra significati e significanti. Per di più la relazione fra traduzioni e correnti interpretative di ricezione del testo in una cultura d&#8217;arrivo è ricco in sé di fenomeni di retroazione: di fatto, il <em>ménage à deux</em> originale-traduzione è un caso estremo, che si verifica solo e soltanto nel momento in cui si ha il primo contatto fra un testo straniero e la cultura che lo accoglie. Più spesso, il processo traduttivo è per lo meno un <em>ménage à trois</em>: l&#8217;originale, la traduzione <em>hic et nunc</em>, la traduzione che storicamente la precede; la situazione tipica è in realtà ben più complessa: l&#8217;originale, la traduzione al tempo T, le traduzioni che la precedono e le eventuali traduzioni concomitanti -con le relative progettualità editoriali di contorno. L&#8217;equivalente storico-filologico di un problema di meccanica newtoniana a n corpi. Nel caso di alcune specifiche tipologie di testi poetici, per esempio le espressioni dell&#8217;<em>oral poetry</em> esposte per loro natura al passaggio di voce in voce in aree culturali contigue più o meno ampie, la traduzione e il correlato bi-trilinguismo originario degli autori trasformano la versione del testo in una nuova fase di accrezione creativa della tradizione stessa, e un&#8217;eco di questo processo evolutivo si riflette in modo più o meno rilevante perfino nelle traduzioni moderne o filologicamente strutturate, che si configurano di fatto come l&#8217;ennesimo nuovo originale nel perpetuarsi di Mnemosyne -un caso limite della prassi della traduzione letteraria. La situazione delle traduzioni di testi tecnico-scientifici ha invece le sue questioni specifiche: nel caso di questi ultimi, agiscono due fattori distinti, che nella loro dialettica dànno luogo a situazioni paradosse: da un lato, l&#8217;omologazione terminologica transnazionale imposta dai parametri operativi di protocolli sperimentali, procedure di controllo, pratiche di attivazione etc.; dall&#8217;altro, la rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche, quantomeno nel contesto delle cosiddette scienze dure -perché quanto alle scienze molli, alle scienze storico-sociali -per non parlare dei testi filosofici- le interazioni originale-traduzione sembrano avvicinarsi parecchio a quelle tipiche della traduzione letteraria. Il testo tecnico-scientifico richiede, lo si è detto, una traduzione urgente e il meno possibile sfocata -ma al contempo, la riedizione di testi di formazione di base, più o meno longevi, impone l&#8217;aggiornamento e una strutturale &#8220;infedeltà&#8221;; il testo socio-antropologico si comporta di fatto come un poema orale che rinasce a vita nuova nel nuovo contesto di studi in cui appare tradotto.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263825</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2014 18:07:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263797&quot;&gt;rmorresi&lt;/a&gt;.

Ti ringrazio, Renata. Anche per me la questione del ritmo è l&#039;aspetto più interessante e ricco di implicazioni nella teoria di Meschonnic. E, proprio rivedendo alcuni suoi scritti, il ritmo in sé inizia a sembrarmi sempre più spesso una chiave per molti e diversi tipi di letture : )]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263797">rmorresi</a>.</p>
<p>Ti ringrazio, Renata. Anche per me la questione del ritmo è l&#8217;aspetto più interessante e ricco di implicazioni nella teoria di Meschonnic. E, proprio rivedendo alcuni suoi scritti, il ritmo in sé inizia a sembrarmi sempre più spesso una chiave per molti e diversi tipi di letture : )</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: rmorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/30/sul-decentramento-qualche-ipotesi-di-applicazione-dentro-e-fuori-la-traduzione/#comment-263797</link>

		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2014 14:28:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Contributo molto interessante. Io trovo fondamentale la ricerca di Meschonnic sul ritmo come “organisation du mouvement de la parole dans l’écriture” - e quindi chiave per un approccio alla traduzione che possa superare la dittatura del segno e le annose dicotomie tra sourciers e ciblistes. A mio parere in qualche modo utile anche per chi fa traduzione tecnica (anche i testi scientifici hanno una loro specifica prosodia). 
Ma qui quel che mi piace molto è come Tajani faccia del pensiero di Meschonnic l&#039;occasione per uno spostamento (una amplificazione?) della posizione del(lo) (sguardo) critico. Bello, brava, ancora :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Contributo molto interessante. Io trovo fondamentale la ricerca di Meschonnic sul ritmo come “organisation du mouvement de la parole dans l’écriture” &#8211; e quindi chiave per un approccio alla traduzione che possa superare la dittatura del segno e le annose dicotomie tra sourciers e ciblistes. A mio parere in qualche modo utile anche per chi fa traduzione tecnica (anche i testi scientifici hanno una loro specifica prosodia).<br />
Ma qui quel che mi piace molto è come Tajani faccia del pensiero di Meschonnic l&#8217;occasione per uno spostamento (una amplificazione?) della posizione del(lo) (sguardo) critico. Bello, brava, ancora :)</p>
]]></content:encoded>
		
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