Assioma 10: la gita a Seul: sui compiti attuali della critica letteraria

31 ottobre 2014
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[L’assioma 7 già postato qui; da Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web, Roma, Donzelli, 2014.]

di Alberto Casadei

1. Con lo scopo di individuare valori estetici non scontati, la critica artistica, e in particolare letteraria, nasce tra Sette e Ottocento. Almeno fino agli anni settanta del XX secolo, l’intreccio di opera e poetica è sembrato indispensabile, così come il dialogo o lo scontro autore-critico. Persino la distinzione fra il versante accademico-storico-filologico e quello militante-attualizzante è stata in molti casi superata, prima in virtù di una contiguità in circoli letterari di grande autorevolezza (per esempio le Giubbe Rosse a Firenze), poi di una connessione sul terreno della teoria letteraria (per esempio durante la stagione strutturalista e semiotica).

2. Dagli anni ottanta del secolo scorso, il modello che rendeva ancora possibile l’individuazione di valori distinti da quelli del mercato, grazie appunto al circuito ermeneutico descritto al punto 1, è entrato in crisi. In molti hanno focalizzato solo quanto accadeva in ambito critico, soprattutto dopo la constatazione delle manchevolezze insite nei presupposti totalizzanti dello strutturalismo linguistico, ma in realtà il problema era di più ampia portata: in maniera sempre più esplicita, si è cominciata a diffondere l’opinione che la critica ufficiale non intercettava più i valori «autentici», meglio individuabili sulla base del successo commerciale e dei meri contenuti affrontati.

3. Come di consueto secondo le logiche economiche contemporanee, questo processo si è accentuato con l’avvento del web, che ha moltiplicato i centri di diffusione e di auto-valutazione delle opere, creando sì aree di dibattito critico, ma incisive esclusivamente sul destino immediato di un testo, l’unico davvero rilevante in una prospettiva present-oriented. L’immaginario collettivo ha sintetizzato questo stato di cose in una formulazione del tipo: «per il successo di un libro, vale più un passaggio alla trasmissione x o un’intervista da parte di y, che non cento recensioni autorevoli». Sul piano del self-publishing, invece, il vendere si lega all’essere adeguatamente connesso, portando a realizzazione uno degli imperativi della condizione socio-culturale contemporanea.

4. Di fronte a questa progressiva marginalizzazione del ruolo della critica, numerose sono state le reazioni: c’è chi ha accusato i critici stessi di tradimento e di ristrettezza di orizzonti; chi ha parlato di «età postcritica» tout court, considerando la critica impossibile o inutile nel campo di forze culturale contemporaneo; chi ha stigmatizzato l’eccessiva parcellizzazione degli studi e la scarsa capacità di fornire una prospettiva di lunga durata ai giudizi. Le risposte sono state varie e spesso anche di alto profilo; tuttavia non si sono inserite, almeno in Italia, in filoni interpretativi e in poetiche davvero innovative, persino quando sono stati tenuti in considerazione i metodi e gli argomenti più dibattuti all’estero (Cultural e Gender studies, tematologia ecc.).

5. Come qualche decennio fa era stata postulata la necessità di una gita a Chiasso, è forse adesso il momento di programmarne una a Seul (ovviamente, da intendersi come metonimia o, volendo, come simbolo). È infatti in una società estranea al mondo occidentale, nelle sue origini, ma venuta almeno dal secondo Novecento sempre più in contatto con esso, nel bene e nel male, che va misurato il grado di importanza che può oggi essere attribuito alla letteratura e alla sua interpretazione critica.

6. I valori accertabili a Seul sono quelli della globalizzazione: un bestseller mondiale vi avrà un peso specifico altissimo; super-classici, come Dante o Shakespeare, potrebbero essere interessanti almeno per una ristretta fascia di utenti; autori da noi canonici, italiani e non, risulteranno interamente sconosciuti, e soprattutto irrilevanti. Nessuno sforzo critico e nessuna storia letteraria potranno sovvertire questa situazione, a meno che eventi esterni, paragonabili a scoop, non intervengano a modificarla.

7. Per incidere in questo campo sociologicamente ben definito, dovremmo ricreare condizioni di prestigio (alla Bourdieu), che non si appellino a paradigmi veteroumanistici ma individuino nella tradizione e nei classici, geograficamente e culturalmente localizzati, un termine di confronto valido in una dimensione aperta e cosmopolita. In altre parole, l’analisi dell’apporto fornito da una cultura nazionale (o comunque delimitata) a quella attuale, reticolare e mondiale, deve in primo luogo mirare a comprendere quali possono essere le domande «universalmente umane» (Goethe) a cui ancora si deve tentare di rispondere nell’epoca della globalizzazione imposta dai paradigmi capitalistici.

8. Più che collocarsi tra dogmatismo e scetticismo (cfr. Todorov 2006), e più che ipotizzare capacità di modificazione dello statu quo, velleitarie in un regime di dispersione dei poteri tanto politico-economici che culturali, il compito della critica oggi sembra quello di segnalare aspetti profondi, cognitivi e antropologici, che possono essere confrontati a livello transculturale, soprattutto se si riesce a salvaguardare la specificità stilistica dell’originale. Il critico deve oggi essere nel senso più ampio interprete, cioè ermeneuta e traduttore, prendendo a fondamento le questioni dibattute nei campi del sapere contigui, dalla filosofia all’etica alle scienze cognitive in genere, e intervenendo con un sapere che, più di ogni altro, è in grado di cogliere la valenza forte dei dettagli e dei tratti stilistici.

9. Individuare nei testi «punti di forza», addensamenti gnoseologici ed estetici, è oggi necessario e preliminare rispetto a ogni discorso critico. Questi punti debbono poter essere comparati con le varie tradizioni e con opere equivalenti di ogni cultura. A titolo di esempio, il tema della guerra può consentire di individuare nuclei di senso validi, a livello di inconscio cognitivo e di habitus antropologico-etico, in opere di tutto il mondo. Nello stesso tempo, un ipotetico archivio web di tutte le opere a sfondo bellico, tecnicamente ora realizzabile, potrebbe consentire di individuare quali sono le differenze culturali che ancora esistono nella rappresentazione del fenomeno «guerra», non da tutti, a livello mondiale, percepito come male assoluto.

10. Ma più specificamente, la selezione dei nuclei semantico-stilistici forti di un testo può consentire la formulazione di giudizi di valore non basati su una presunta superiorità bensì su una verificabile rilevanza: invece di insistere con il feticismo del testo, è ora urgente salvaguardare i motivi essenziali che impediscono la totale sovrapposizione di facilità-traducibilità e importanza. Anche a Seul si deve poter riconoscere che Dante parla, per exempla, di ogni tipo di destino umano.

11. Ciò presuppone che, al di là di linee di tendenza chiare nella letteratura e nell’arte occidentale (ripiegamento narcisistico, solipsismo, addomesticamento delle avanguardie e degli sperimentalismi…), esista una potenzialità cognitiva per il momento ancora forte nelle opere in cui l’inventio manifesta la propensione a spostare i confini tra noto e ignoto. Senza questa fiducia, qualunque operazione critica sarebbe ingiustificata.

12. La critica, oggi, non può dipendere dal potere legislativo di un singolo, ma deve essere frutto di un confronto aperto sui nuclei di senso considerati più significativi nel campo culturale di avvio e per quelli di possibile arrivo, anche lontanissimi, nel web come negli spazi fisici reali.

13. I mondi possibili creati dalla letteratura, con i loro vari gradi di realismo e allegorismo, di mimesi e deformazione, di chiarezza e oscurità, sono comunque significativi a livello di comprensione del mondo. La critica, con i suoi strumenti metodologici adatti a dar senso ai dettagli e con la sua capacità di connettere tradizione e presente, ha il compito di far risaltare i punti di forza ovvero i nuclei cognitivamente più densi, mirando non a un’esaustività incompatibile con la dimensione reticolare del sapere, bensì a un’efficacia che costringa gli utenti a prendere atto della rilevanza antropologica di quei punti e di quei nuclei. La loro declinazione etico-politica sarà poi plausibile in determinati contesti, ma non obbligata.

14. Viceversa, l’individuazione sempre più larga, e da ultimo globale (anche grazie a grandi banche dati di testi e traduzioni-commenti), degli elementi permanentemente validi a livello transculturale, potrà col tempo consentire l’inserimento della creazione letteraria nei più ampi procedimenti di passaggio dalle premesse biologiche alle realizzazioni culturali, storicamente accertate.

15. La Weltliteratur e la Weltkritik possono non essere mere utopie se i loro fondamenti risulteranno sempre più ravvicinati nelle ricerche praticate nelle varie culture locali o nazionali, e se si considererà essenziale indagare meglio gli esiti più alti della creatività letteraria e artistica così come di quella scientifica, tendendo finalmente a riunire i presupposti gnoseologici dello spiegare e del comprendere.

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11 Responses to Assioma 10: la gita a Seul: sui compiti attuali della critica letteraria

  1. [h] il 31 ottobre 2014 alle 14:50

    Ma all’autore viene in mente che la critica è sempre stata marginale perché non potrebbe essere altrimenti dato che le persone hanno in genere altro da fare che leggersi le paturnie dei critici letterari al posto dei libri che almeno ti fanno passare un po’ di tempo?

    Leggo male io o al punto 13 si teorizza la costrizione dell’utente?

    Qualcun* mi spiega come avviene il passaggio dalle premesse biologiche alle realizzazioni culturali?

    Cmq complimenti, c’è molto materiale per un genere letterario a sé stante, non so quanto spendibile nel mondo della globalizzazione imposta dai paradigmi capitalistici

  2. Il fu GiusCo il 31 ottobre 2014 alle 16:15

    A differenza del precedente, questo mi pare un assioma efficace. Dal mio modesto punto di osservazione e di operatività anche extra letteraria, vedo una startuppizzazione (scalabilità veloce e transnazionale nei mercati anglofoni ricchi) della poesia (si traducono le proprie robe in un inglese più o meno basic ma globale e le si diffonde globalmente senza prima passare attraverso filtri di rappresentatività locale-nazionale) che sta rinnovando profondamente le maniere di selezione da un lato e di canonizzazione dall’altra. I circoli letterari si fanno oggi via mail e sui forum / spazio commenti delle principali testate mondiali in lingua inglese, nei quali convergono flavour locali di vario tipo, accomunati dalla lingua basica con cui riescono ad interagire. Che le mitopoiesi debbano infine arrivare ad amalgamarsi, salvando solo i davvero rappresentativi delle culture nazionali (Dante ha eccellenti traduzioni in inglese), non è una vittoria del capitalismo ma del processo di globalizzazione di tutte le sfere ed attività dell’umano. Continueranno ad esistere circuiti locali e legati a specifici territori ma il discorso a cui guarda Casadei si fa altrove. L’accademia anglofona sta certamente cercando di codificarlo.

  3. Alberto casadei il 31 ottobre 2014 alle 20:34

    Grazie per questi primi commenti. Al punto 13 evidentemente sostengo proprio il contrario di una costrizione. Le premesse biologiche, una volta comprese meglio, creano una sottolineatura e una densità maggiore nell’interpretazione delle opere. Il problema della globalizzazione e’ talmente sfaccettato da essere il problema essenziale in tutto il mio libro.

  4. [h] il 31 ottobre 2014 alle 21:54

    Mah, a me non sembra così evidente. Mirando a un’efficacia che costringa l’utente a prendere atto. Non sarebbe meglio al posto di costringa, chessò, stimoli, offra, mostri ecc.? Perché, se non interpreto male io, la rilevanza antropologica è data come oggettiva giusto? Anche perché non si capisce la differenza tra una superiorità di valore supposta e una rilevanza verificabile. Verificabile secondo quali criteri? Noto un uso di termini scientifici (assioma, verifica) azzardato, per non parlare dei continui riferimenti campati per aria alle logiche contemporanee dell’economia, che non sapevo fossero cambiate nel tempo. Per dire, leggendo Stiglitz si apprende che una delle più antiche bolle speculative finanziarie risale all’epoca rinascimentale. Mentre il punto 8 mi pare parecchio condivisibile, solo non capisco perché si richiama l’attenzione all’oggi. Era buono anche ieri come compito e lo sarà anche domani.

    Un aiutino (un esempio, un disegnino) per le premesse biologiche?

    Espierò la mia strafottenza prendendo il libro

  5. alberto casadei il 1 novembre 2014 alle 09:33

    Nel libro, in effetti, quelli che qui sono metaforicamente indicati come assiomi vengono spiegati molto piu’ a lungo. Molti riferimenti agli aspetti antropologici e neurocognitivi sono adesso alla base di nuove tendenze di “Poetica cognitiva”: ne ho parlato alcuni anni fa nel mio libro “Poetiche della creativita'”. Comunque, il mio e’ un tentativo di aprire la critica letteraria a un confronto con la cultura contemporanea, non per svalutare aspetti interpretativi fondamentali (storici, sociologici, stilistici…) ma per collocarli in una prospettiva rinnovata.

  6. Il fu GiusCo il 1 novembre 2014 alle 12:35

    Rimanendo alla poesia, ri-segnalo a queste latitudini indiane i lavori del prof. Nigel Fabb su poesia, metrica come invariante universale dei linguaggi nazionali e possibili convergenze con la psicologia cognitiva: http://strathclyde.academia.edu/NigelFabb Scavando un po’ nelle bibliografie, dalla psicologia cognitiva si può arrivare alle neuroscienze ed al brain imaging. Ha avuto fervore cinque-sei anni fa (Fabb produsse un bel libro per la Cambridge Press) ma non, al momento, seguito sperimentale per connaturazioni biologiche o meccaniche. Sostanzialmente, Fabb asseriva nel 2008 per via di analisi testuale che la sintassi, prima del metro nei linguaggi locali, è innata, e che l’affinità fra metri nazionali di diverse culture si spiega con la sintassi a comune. In assenza di esperimenti, la tesi di Fabb rimane una suggestione speculativa. Saluti.

    • [h] il 1 novembre 2014 alle 13:58

      Anche in etnomusicologia si sono trovati universali (probabilmente innati) come il riconoscimento di altezze uguali (le ottave), o per dire vari esperimenti hanno dimostrato che abbiamo una fisica e una capacità di calcolo innate. Vale pure per altri animali. Ma al di là della curiosità sul versante neuroscientifico, o al limite antropologico, il senso della ricerca di Fabb qual è? Come mai questo interesse per le neuroscienze?

      Lo chiedo proprio per saperlo, non è una domanda provocatoria.

  7. Il fu GiusCo il 1 novembre 2014 alle 15:37

    La provocazione la faccio io. C’è una ingegnerizzazione del discorso artistico che parte da un approccio analitico molto forte in ambiti anglofoni da ormai quasi un secolo. L’approccio continentale, sostanzialmente ermeneutico, sta quindi cercando di stare in scia. Se Casadei si occupa di queste robe a questo modo, significa che l’Italia sta cercando di inserirsi con una linea mediana.

    • [h] il 1 novembre 2014 alle 16:05

      Casadei aka Clint Eastwood

  8. Giulio Mozzi il 2 novembre 2014 alle 15:38

    Leggo:

    Anche a Seul si deve poter riconoscere che Dante parla, per exempla, di ogni tipo di destino umano.

    Ma: è vero che Dante parla, per exempla, di ogni tipo di destino umano?

  9. Alberto casadei il 2 novembre 2014 alle 21:19

    Personalmente ci credo, caro Giulio! Tu no?



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