Sei lui e ti credi te*: la vita conclusa di Tommaso Boni Menato.

5 novembre 2014
Pubblicato da

di Carlo Carlucci

La notte della vita è infinitamente lunga e incredibilmente breve.
Jack Kerouac

Per l’anagrafe è stato Bonaventura Menato e la sua buona ventura ha voluto, fin dai primi vagiti, privarlo della madre, col padre inconsolabile che ogni tanto, giunta l’età del comprendonio, gli ripeteva: ‘Tua madre è morta a causa tua’. Non fu che l’inizio di un progressivo, radicale estraniamento dal cosiddetto mondo, un privarsi o l’essere privato poco a poco dei saldi ancoraggi della nostra vita (i quali poi e sempre si rivelano effimeri, inconsulti), ancoraggi che mutano, rimanendo sostanzialmente gli stessi, di epoca in epoca, di volto in volto, di clima in clima, di religione in religione.

Figurarsi come dovevano rivelarsi effimere e inconsulte sbarre l’educazione catto-veneta (era nato in quel di Padova), la scuola (nel prestigioso collegio di preti). Educazione, scuola non potevano non rivelarsi sbarre a questo bisogno estremo di sapere, cioè (etimologicamente) di dare sapore, finanche odore a un’esistenza altrimenti insipida, definitivamente senza senso. A buona ragione Leopardi, per suo uso e consumo, utilizzava ad hoc, il termine assuefazione. Tommaso Boni aveva sempre, in ogni circostanza cercato di essere un dis-assuefatto a quanto gli propinava il cosiddetto mondo.

E’ questo il progresso, questa immobile
mobilità, questo nascere sempre altri
da noi, eppure noi, in statica corsa
verso questo punto fermo….

Così scriveva in vesti di poeta, in Wstawac, una poesia della raccolta Indegno, mistero delle cose (Leopardi ancora e sempre), il libro del ri-conoscere, del ri-conoscersi progressivamente, attonito, dentro l’estraneità del mondo. Wstawac! era del resto la sferzante sveglia mattutina della Auschwitz polacca:

oh questo universo – Wstawac! –
dove ammassati annaspiamo
in un brulicante lagher di spettri….

E la visita ad Auschwitz fu, per Tommaso Boni, il punto di non ritorno, l’esperienza apocalittica, cioè rivelatrice. Proprio di fronte al muro dove venivano fucilati a migliaia quegli internati rei di nulla, di fronte a quel muro più che di fronte ai forni crematori, ai reticolati, il testimone, lo scriptor ebbe lo svelarsi, la percezione improvvisa, assoluta, lacerante che vittime e carnefici erano tutt’uno, tutt’uno le pecore e i feroci, freddi, insensibili lupi. La Storia… Ma facciamoci soccorrere dalle parole stesse dello scrittore nel suo romanzo Tucò delle isole: “La qual Storia, per lo meno quale ci è tramandata dalle documentazioni e dai libri, non esaurisce per certo la vicenda (nella fattispecie, di Tucò), è a sua volta sospinta o frenata da correnti di forza o da blocchi d’inerzia sfuggenti a ogni indagine di cause, concause ed effetti.

Il macabro rituale contemporaneo mediaticamente diffuso del boia dell’Is, del suo coltello, dei veli neri che solo lasciano la fessura degli occhi, la vittima inginocchiata in veste arancione, sono ancora una limitata, parziale immagine di quanto abissalmente rappresentato ad Auschwitz. Nel rituale macabro diffuso dall’Is, nel nero carnefice in piedi si potrebbe anche riconoscere Kali, la Madre Nera… colei che toglie per dare, che uccide per generare, che maledice per benedire… la genitrice della nostra epoca oscura… Due opposti volti, uno visibile, quello della vittima sacrificale e velato quello di Kali… La citazione è tratta da Le splendide città (edit. Full Color Sound 2002, Roma), sorta di percorso autobiografico, in forma di racconti, un contare letteralmente, specularmente quelle che sono state le tappe fondamentali della propria formazione, e quindi del progressivo, conseguente, necessario estraniarsi da questo mondo, a partire da quella martellante pietà parentale (povero figliolo senza la mamma…) da lui sentita come sorta di pietà religiosamente e socialmente imposta. Poi il collegio, altra sofferta costrizione per conseguire che cosa? Le buone maniere, la buona educazione, la Cultura? Altre baggianate, altre corbellerie compulsive, imposte e perduranti.

Tramite una ninfa egeria che l’aveva preso in molta simpatia, ninfa già famosa allora e ininterrottamente sulla breccia per più di mezzo secolo (Maria Luisa Spaziani), si trovò a presenziare nel ’61 al Premio Strega (bisogna conoscere e farsi conoscere…..). Sentendosi soffocare, senza dar nell’occhio sgattaiolò da una porta di servizio dello Strega (e della Letteratura).

Poi l’immersione a Budapest con una borsa di studio, in realtà per conoscere de visu la vita in un paese del comunismo reale (….a vedersela lì, alla frontiera, la Cortina di Ferro faceva impressione, era come varcare le sbarre di una prigione, o di un manicomio, dietro le quali un ex bella donna si fosse da se stessa rinchiusa per sfuggire al confronto col mondo. Un mondo che in buona parte continuava a non volerne vedere le laide rughe e il trucco maldestro. Poi l’ incontro con Lukàcs, favorito da una lettera di presentazione di Cases, conclusosi con l’amara e paradossale confessione del Maestro: …Eh, quando ero giovane come lei, pensavo che nel giro di pochi anni il mondo sarebbe cambiato. Invece, vede, ci vuole pazienza, molta pazienza. La storia è più lenta delle nostre aspirazion, delle nostre analisi…
Allora nessun ideale politico (e tantomeno religioso) era dunque in grado di mutare il corso del cosiddetto reale. E dunque?
A partire da questa consapevolezza, Tommaso Boni Menato inizia la lenta, faticosa, ed esaltante ricerca che lo porta, viaggiatore instancabile e curioso (nel senso profondo) in svariate parti d’Europa e del mondo, fino a quell’India dove una certa Mére, vista in foto a Roma nella casa dell’amico Davide Montemurri, chiedeva sommessamente: the world is preparing to a big change, will you help?. Mére chiedeva aiuto ne più ne meno, nell’impresa sua e di Sri Aurobindo di cambiare lo stato delle cose (del mondo e di questa così assurda vita). Era il richiamo tanto atteso.

Appare tuttavia una vana pretesa consegnare a un sommario excursus un’esistenza oltremodo appassionata e infinitamente distaccata. Il suo Abbecedario tendenzioso di parole impossibili, consta in un sapido elenco (rigorosamente alfabetico) di parole, da amore a zero , esemplare del suo modo di procedere in questa letteratura autre, fatta di parole suscitatrici di concrete esperienze di vita.

Aveva avuto la ‘grazia’, così la chiamava, della non appartenenza a niente e a nessuna istituzione, Famiglia Chiesa Scuola che fosse, eppure proprio a scuola, nel collegio dei Fratelli Cristiani, ebbe la fortuna di incontrare, rara avis, un certo professor Gazzoni che lo introdusse magicamente al poiein: Traspirava infatti da ogni suo gesto, sguardo, parola, una ricchezza di spirito debordante d’interiore vitalità, di libertà gioiosa, di giocosa noncuranza. Insomma un’intelligenza della mente e del cuore, della quale prima della comparsa del Professor Gazzoni non v’era traccia in quel tetro convitto a nutrizione forzata.

Alla voce O come Oriente Tommaso Boni, scivolando con aerea leggerezza, ci introduce ai Rshi vedici capaci di dominare la complessità del reale – incluso ciò che noi designiamo come il Male – e di ‘vedere’ quella faccia nascosta della sfera del Tempo che noi chiamiamo futuro, un futuro contenuto in nuce nel presente come entrambi (presente e futuro) lo erano nel passat. Bene e Male non si trovano qui negli antitetici domini del divino e del demoniaco, ma sono amalgamati nella duplice, anzi molteplice, faccia di un’unica sondabile Divinità.

Mi sia ora lecito estrarre qualche frase dalla sua ultima lettera agli amici: “…Ho avuto sin da bambino la grazia di sentirmi totalmente estraneo a quel senso del peccato, della colpa, dell’espiazione che questa perversa religione che osa chiamarsi cristiana ha cercato di inculcarmi in tutti i modi, altra grazia: non sono mai stato attratto dal potere del Succeso, dal Denaro che oggi è l’unico Dio…. La cosiddetta ‘fede’ è solo un parto della mente. La differenza fondamentale non è fra la cosiddetta vita e cosiddetta morte bensì fra l’essere coscienti o non coscienti dell’Essere Eterno…”

Il 4.11.2010 ricevevo fotocopia di una lettera (pubblicata su La Repubblica) di Carl Gustav Jung, nella quale Tommaso Boni evidenziava con pennarello giallo i seguenti passaggi: “Quando, nell’ottobre 1913, ebbi la visione dell’alluvione… avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere… E improvvisamente… mi venne a mancare ogni desiderio e fui colmo di orrore… Anima mia dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Questa è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino… l’anima… una creatura vivente, dotata di una propria esistenza… Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori… altrimenti viene sopraffatto dall’orrore del vuoto… cieco cogli le cose e gli uomini, ma non la sua anima… saggio è nutrire l’anima per non allevare draghi e diavoli in cuore.” In una noticina a margine dell’articolo fotocopiato, Tommaso annotava: “Questo mi suona come l’essenziale, caro Carlos, al di là dell’inutile frastuono delle nostre povere vite, povere mete, poveri pensieri… L’alluvione che Jung vide in un sogno (nel 1913!), sarà senz’altro vista dai più attenti lettori di oggi come metafora della guerra che stava per devastare l’Europa, metafora di quella terra desolata che Eliot vedrà 10 anni dopo… In realtà a me appare come chiaro segno di quella discesa del Sopramentale che Sri Aurobindo…”

Ci fermiamo qui. Nel suo cammino interiore lo scrittore ha voluto, ha cercato con estremo (e disarmante) candore di testimoniare fino all’ultimo il suo percorso. Oltre alla terra, gli sarà lieve anche il riposo dell’anima dopo l’ estenuante cammino compiuto in questa esistenza terrena. Vale atque vale, Tommaso.
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* Il verso è, non tanto inspiegabilmente, di Montale e fa da contrappunto a due citazioni, “Io sono Colui” (dall’Isha Upanishad) e “Un’eterna porzione di Me è divenuta l’essere vivente in un mondo di esseri viventi” (Gita) in calce al III capitolo (L’eterno e l’individuo) de La vita divina di Sri Aurobindo.

N. b.: In internet sono scaricabili gratuitamente alcuni dei libri dell’Autore.

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