In dieci contro undici

11 novembre 2014
Pubblicato da

di Lorenzo Mari

Che si tratti di memoria futbologica o meno, ci si deve chiedere, a un certo punto, se “si gioca meglio in dieci contro undici”; in campo cinematografico, poi, non si tratta di evocare La grande bellezza quanto, forse, L’uomo in più; Tradimento e perdono, infine: non per fischiettare la canzone di Venditti, ma per cogliere le tensioni contrastanti, nel parlare di “fuga”, da parte di chi ha scritto La caduta dei gravi. Roma, gli anni Novanta e, appunto, la fuga (Nerosubianco, 2014)…

Emerge tutto questo, in modo forse strampalato – come una difesa di Zdenek Zeman…? – nella lettura dell’ultimo libro di Daniele Comberiati, critico accademico e autore in prima persona, ora di casa a Montpellier. Allo stesso tempo, non è che nel libro si parli esattamente ed esclusivamente degli anni Novanta, come sembra promettere il sottotitolo. Ci si addentra, invece, in un lunghissimo e cupo spazio di transizione che è in qualche modo anteriore, andandosi a collocare fra le due decadi degli Ottanta e dei Novanta. Periodo che è certamente culminato, ormai venticinque anni fa, con l’iconico crollo del muro di Berlino, ma che, altrettanto fuor di ogni dubbio, ha significato anche altro.

Ecco allora che in tutto il libro di Comberiati, Roma e gli anni Novanta sono locus privilegiato, ma anche pretesto, e nelle sessanta pagine di narrazione si possono leggere in filigrana altre storie: la fine degli anni Ottanta dentro gli anni Novanta e, prima di questo, la fine ancora più strascicata degli anni Settanta dentro gli anni Ottanta. A ciò si aggiungono, sempre in controluce, anche la Roma dello scudetto di Nils Liedholm e, più di tutti, forse, traspare – lontanissima, eppure sempre presente – la storia di Agostino Di Bartolomei, che fa capolino anche nei primi riferimenti che sono stati proposti qui… Una storia cupa, quella di Diba, come lo è, del resto, tutto il libro di Comberiati, che rimodula la vittoria nel campionato del 1982 in sconfitta, la vicinanza a Roma con il distacco, l’elevazione con la caduta, gli anni Novanta in un pezzo non trascurabile della nostra storia…

Racconta tutto questo, Daniele Comberiati, senza farne esplicita menzione. Qualcosa trapela quando l’autore scrive che “una pioggia incessante (…) avvicinava Roma a Berlino. Pioveva sempre negli anni Ottanta, ma noi non ce n’eravamo accorti…” (p. 8). Non è solo un riferimento alla sotto-cultura dark, citata poco più sopra: c’è anche dell’altro.

Ci sono, ad esempio, i toni gravi della sconfitta e della morte, toni che si compenetrano e danno sostanza metafisica, ma anche etica e politica, all’abusata etichetta di “sconfitta generazionale”. Sono tonalità che aprono, e poi chiudono, il libro: “Si può morire di noia, negli anni Novanta, a San Giovanni, o di inettitudine”. E poco più avanti: “Il meglio è passato e noi non c’eravamo, ce lo dicono deprimendoci quarantenni che la rivoluzione l’hanno persa davvero, mica come noi, che non abbiamo neanche questa possibilità: noi la rivoluzione possiamo al massimo ricordarla, onorarla, farne un bel cimelio da utilizzare per sedurre le ragazze ma fino ai venti ventidue anni, che dopo non ci credono più neanche loro” (p. 12).

Storia, quest’ultima, che di solito si appiccica alle generazioni successive, ma che affonda le radici tra gli anni Ottanta e Novanta, come sembra suggerire Comberiati, quando la classe operaia inizia a tornare in terra dal Paradiso dove s’era – forse – rifugiata e inizia anche a votare Lega Nord. Quando, cioè, si viene a determinare un vero e proprio trauma politico-culturale per il mundillo di sinistra, che pochi autori sono stati in grado di narrare compiutamente e che per questo motivo nel libro di Comberiati arriva ad essere soltanto una piccola ossessione ricorrente, ma, di per sé, molto significativa: “Poi quando parlavamo di rivoluzione, io facevo sempre finta di crederci, mi incazzavo, ma dentro di me pensavo: ma chi la farà veramente la rivoluzione, qui? Gli operai che votano Lega, odiano i marocchini e rispetto ai nuovi precari sembrano dei dinosauri?” (p. 56).

Raccontando in chiave autobiografica, e topografica, la propria adolescenza, Comberiati sembra indicare, come moltissimi altri prima di lui, il declino di qualsiasi afflato rivoluzionario come un passo insostituibile per l’accesso alla maturità. Ma anche qui c’è di più: quando la narrazione non si perde nei meandri urbani e suburbani di Roma, tra centri sociali e quartieri “storicamente di destra”, perpetuando i dilemmi adolescenziali comuni a tanta storia del Paese e ancora presenti – sulla base della nota interpellazione: sei comunista o fascista?– affiora un’altra storia, ancor più interessante.

Comberiati

Comberiati, infatti, passa in rassegna uno a uno alcuni personaggi marginali della Roma degli anni Ottanta-Novanta, passando dal testimone di Geova al meccanico transessuale, e infondendo in questi incontri la sensibilità maturata, come si può intuire, nelle sue ricerche accademiche sulla letteratura migrante e postcoloniale in lingua italiana. La mobilitazione della differenza è quasi sempre autentica – perché estremamente produttiva, non limitandosi alla riproduzione dei cliché del politicamente corretto – stemperandosi, senza grossi intoppi, nella prospettiva di un adolescente maschio ed eterosessuale. Afflitto per di più dalla sindrome, anch’essa nata in quegli anni, della sfiga…

Sono gli ultimi anni Ottanta, primi anni Novanta e questi sono ancora altri libertini, rispetto ai personaggi di un testo fondamentale di quegli anni. Libertini più cupi e grotteschi, con i quali è difficile entrare in un vero contatto, ma che proprio per questo chiedono, prima di tutto, empatia. Comberiati ritrae, dunque, un tentativo continuo di prossemica, ricordando (ed è qui che a mio avviso l’impostazione etico-politica della narrazione compie un salto di qualità) come xenofobia, razzismo e, in genere, ogni discriminazione basata sulla mobilitazione del tropo della differenza non siano nati improvvisamente, con l’arrivo in Italia delle migrazioni di massa negli stessi anni Novanta, bensì derivino da una storia più lunga. Affondano le proprie radici agli albori dell’unità nazionale, nelle prime operazioni coloniali, e attraversano poi tutta la storia italiana, manifestandosi in forme diverse e peculiarmente sotterranee nel dopoguerra più recente, che non è stato – ufficialmente – coloniale, ma non per questo è stato completamente decolonizzato. In questo senso, La caduta dei gravi si presenta come utile complemento di lettura a un altro libro di recente pubblicazione come Roma negata (Ediesse, 2014) di Rino Bianchi e Igiaba Scego.

Ai migranti si aggiunge, infine, anche lo stesso autore, trasferitosi all’estero per proseguire una carriera che in Italia non sembrava potersi concretizzare. Lo sguardo verso Roma diventa quello, a tratti nostalgico, a tratti disilluso, di un espatriato che occasionalmente si trova a ritornare, perdendo contatto con le realtà famigliari, positive o negative che siano, e rivivendole come fantasmi: “E quando torno, ogni volta, passo davanti all’edicola veloce, sperando di vederlo o non vederlo, non lo so neanch’io, che forse mi mette più paura la sua assenza, mi terrorizza pensare a dove potrebbe essere. Anche la malattia dà sicurezza, e mi chiedo che pensa quando al mio saluto si gira un’ennesima volta dall’altra parte. Lo sa che sono partito, lo sa che non ci sono più?” (p. 59).

Passaggio emblematico dell’intero libro: se l’undicesimo uomo non c’è più, espulso per precarietà – una precarietà nata non oggi, ma, anche questa, sorta già alcuni decenni fa – senza di lui, in barba al Barone, ora si gioca molto peggio.

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