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	Commenti a: Il caso Bilbolbul ovvero la necessità di una decolonizzazione italiana	</title>
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		Di: Elena		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 09:44:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Senza avvitamenti intellettuali e giri di parole, trovo sconcertante che Hamelin (l&#039;associazione che ha ideato il Festival) e Sarah Mazzetti (l&#039;illustratrice dell&#039;immagine di BilBolBul 2014) non abbiano contribuito alla discussione sollevata da questo articolo. 

1) BilBolBul 2014 esiste anche grazie al contributo dell&#039;associazione Africa e Mediterraneo e l&#039;Ambasciata Francese in Italia, attenta alle tematiche del post-colionale. Il concetto di &quot;Festival Internazionale&quot; che implicitamente richiama a uno scambio culturale, alla valorizzazione di altri segni e narrazioni non è mera retorica piglia soldi, è una buona pratica funzionale al mettersi in discussione, all&#039;interrogarsi sugli immaginari e gli stereotipi. Se no che lo facciamo a fare di chiamare fumettisti da tutto il mondo? 

2) Stiamo parlando di un Festival internazionale di Fumetto non di attrezzature per la pulizia dei pavimenti, quindi dobbiamo dare per scontato che la questione del linguaggio e del codice visivo ne sia centrale non marginale. Mai sentito parlare di direzione artistica? Il brief per l&#039;immagine rappresentativa di BilBolBul 2014 (così come le edizioni precedenti) richiede un omaggio a BilBolBul o richiede una reinterpretazione di BilBoBul per spogliarlo dal contesto razziale? Sono due messaggi differenti. Che se ne assumessero la responsabilità, suvvia non ci si può nascondere dietro a una matita.
 
Mettere in discussione gli stereotipi ed eventualmente utilizzarli in modo consapevole è una pratica antirazzista molto valida. Cosa aspettiamo?

Bella discussione, grazie a tutt@! :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Senza avvitamenti intellettuali e giri di parole, trovo sconcertante che Hamelin (l&#8217;associazione che ha ideato il Festival) e Sarah Mazzetti (l&#8217;illustratrice dell&#8217;immagine di BilBolBul 2014) non abbiano contribuito alla discussione sollevata da questo articolo. </p>
<p>1) BilBolBul 2014 esiste anche grazie al contributo dell&#8217;associazione Africa e Mediterraneo e l&#8217;Ambasciata Francese in Italia, attenta alle tematiche del post-colionale. Il concetto di &#8220;Festival Internazionale&#8221; che implicitamente richiama a uno scambio culturale, alla valorizzazione di altri segni e narrazioni non è mera retorica piglia soldi, è una buona pratica funzionale al mettersi in discussione, all&#8217;interrogarsi sugli immaginari e gli stereotipi. Se no che lo facciamo a fare di chiamare fumettisti da tutto il mondo? </p>
<p>2) Stiamo parlando di un Festival internazionale di Fumetto non di attrezzature per la pulizia dei pavimenti, quindi dobbiamo dare per scontato che la questione del linguaggio e del codice visivo ne sia centrale non marginale. Mai sentito parlare di direzione artistica? Il brief per l&#8217;immagine rappresentativa di BilBolBul 2014 (così come le edizioni precedenti) richiede un omaggio a BilBolBul o richiede una reinterpretazione di BilBoBul per spogliarlo dal contesto razziale? Sono due messaggi differenti. Che se ne assumessero la responsabilità, suvvia non ci si può nascondere dietro a una matita.</p>
<p>Mettere in discussione gli stereotipi ed eventualmente utilizzarli in modo consapevole è una pratica antirazzista molto valida. Cosa aspettiamo?</p>
<p>Bella discussione, grazie a tutt@! :)</p>
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		<title>
		Di: [h]		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[[h]]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Nov 2014 16:19:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163&quot;&gt;[h]&lt;/a&gt;.

forse ho un modo di scrivere un po&#039; freddo e credo scontroso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163">[h]</a>.</p>
<p>forse ho un modo di scrivere un po&#8217; freddo e credo scontroso.</p>
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		<title>
		Di: [h]		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[[h]]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Nov 2014 16:04:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163&quot;&gt;[h]&lt;/a&gt;.

Non capisco cosa c&#039;entri il darwinismo sociale, che è un insieme di cattive interpretazioni di una teoria scientifica. Non credo di essere un darwinista sociale, potresti dirmi cosa te lo fa pensare? L&#039;identità di cui parlo non è un costrutto sociale, è la ragione stessa per cui sono esistiti i romani, i fascisti, i popoli eccetera. Gli uomini si uniscono in gruppo e difendono il gruppo. Gli abitanti dei quartieri non sono organizzati e rappresentati per cui non possono che prendersela con gli elementi percepiti come estranei che li circondano. Non hanno appunto un&#039;ideologia di riferimento, ma una naturale predisposizione alla difesa di sé e dei propri cari. Per questo un&#039;ideologia fortemente identitaria che rafforza il sentire naturale ha facile presa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163">[h]</a>.</p>
<p>Non capisco cosa c&#8217;entri il darwinismo sociale, che è un insieme di cattive interpretazioni di una teoria scientifica. Non credo di essere un darwinista sociale, potresti dirmi cosa te lo fa pensare? L&#8217;identità di cui parlo non è un costrutto sociale, è la ragione stessa per cui sono esistiti i romani, i fascisti, i popoli eccetera. Gli uomini si uniscono in gruppo e difendono il gruppo. Gli abitanti dei quartieri non sono organizzati e rappresentati per cui non possono che prendersela con gli elementi percepiti come estranei che li circondano. Non hanno appunto un&#8217;ideologia di riferimento, ma una naturale predisposizione alla difesa di sé e dei propri cari. Per questo un&#8217;ideologia fortemente identitaria che rafforza il sentire naturale ha facile presa.</p>
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		<title>
		Di: helena janeczek		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269346</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Nov 2014 15:03:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163&quot;&gt;[h]&lt;/a&gt;.

Qui, scusami, ci vai giù piatto con una sorta di darwinismo sociale che non solo è un lascito preciso del periodo coloniale, ma che proponi anche in maniera piuttosto incasinata. Perché il degrado che nomini è un problema sociale, alla cui origine poi non è tanto difficile vedere il problema economico - vuoi riguardo al semplice assetto urbano di quei quartieri, vuoi circa la condizione di vita e lavoro dei suoi abitanti. L&#039;identità che invece nomini alla fine è invece sì un costrutto culturale persino piuttosto recente. Gli antichi romani non andarono a rubare le donne dei Sabini per rafforzare la loro identità, né l&#039;imperialismo italiano sotto il fascismo o anche prima veniva glorificato in questi termini. Le ideologie anche neodarwiniane che sostenevano quella spinta alla conquista, o la stessa retorica dell&#039;italianità non battevano certo in difesa (o pseudodifesa) come avviene oggi con l&#039;idea dominante e informatrice di ogni razzismo che bisogna salvaguardare una qualche identità. Perché gli abitanti di quei quartieri degradati di Roma, quelle persone che giustamente si sentono tagliate fuori, non vanno a Montecitorio e nei paraggi a far casino?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163">[h]</a>.</p>
<p>Qui, scusami, ci vai giù piatto con una sorta di darwinismo sociale che non solo è un lascito preciso del periodo coloniale, ma che proponi anche in maniera piuttosto incasinata. Perché il degrado che nomini è un problema sociale, alla cui origine poi non è tanto difficile vedere il problema economico &#8211; vuoi riguardo al semplice assetto urbano di quei quartieri, vuoi circa la condizione di vita e lavoro dei suoi abitanti. L&#8217;identità che invece nomini alla fine è invece sì un costrutto culturale persino piuttosto recente. Gli antichi romani non andarono a rubare le donne dei Sabini per rafforzare la loro identità, né l&#8217;imperialismo italiano sotto il fascismo o anche prima veniva glorificato in questi termini. Le ideologie anche neodarwiniane che sostenevano quella spinta alla conquista, o la stessa retorica dell&#8217;italianità non battevano certo in difesa (o pseudodifesa) come avviene oggi con l&#8217;idea dominante e informatrice di ogni razzismo che bisogna salvaguardare una qualche identità. Perché gli abitanti di quei quartieri degradati di Roma, quelle persone che giustamente si sentono tagliate fuori, non vanno a Montecitorio e nei paraggi a far casino?</p>
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		<item>
		<title>
		Di: [h]		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-269163</link>

		<dc:creator><![CDATA[[h]]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 14:58:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268989&quot;&gt;helena&lt;/a&gt;.

scusa, mi sa che sono stato io poco chiaro :-)
Io dicevo una cosa diversa, ovvero: il discorso di questo post sul piano culturale va benissimo, ma appunto agisce sul piano culturale, anche su forme più nascoste di razzismo inconsapevole. Ma sul piano politico non parlavo di combattere il razzismo, ma di dare risposte politiche a quelle esigenze che poi fanno da base per un razzismo più deleterio. Il problema delle periferie non è il razzismo, è il degrado. Se non si risolve il degrado è del tutto inutile lavorare sul razzismo. Se le persone si impoveriscono e cominciano a manifestare il razzismo non gli si può rispondere con le statistiche che vedono il saldo positivo economico dell&#039;immigrazione, o con altre parole. Il che non significa abbandonare il campo culturale, anzi bene potenziarlo con un lavoro più profondo come quello proposto, ma significa prendere atto che non è così rilevante. Il razzismo non è solo un comportamento culturalmente determinato, è un meccanismo mentale che ha delle basi biologiche, così come il nostro attaccamento all&#039;identità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268989">helena</a>.</p>
<p>scusa, mi sa che sono stato io poco chiaro :-)<br />
Io dicevo una cosa diversa, ovvero: il discorso di questo post sul piano culturale va benissimo, ma appunto agisce sul piano culturale, anche su forme più nascoste di razzismo inconsapevole. Ma sul piano politico non parlavo di combattere il razzismo, ma di dare risposte politiche a quelle esigenze che poi fanno da base per un razzismo più deleterio. Il problema delle periferie non è il razzismo, è il degrado. Se non si risolve il degrado è del tutto inutile lavorare sul razzismo. Se le persone si impoveriscono e cominciano a manifestare il razzismo non gli si può rispondere con le statistiche che vedono il saldo positivo economico dell&#8217;immigrazione, o con altre parole. Il che non significa abbandonare il campo culturale, anzi bene potenziarlo con un lavoro più profondo come quello proposto, ma significa prendere atto che non è così rilevante. Il razzismo non è solo un comportamento culturalmente determinato, è un meccanismo mentale che ha delle basi biologiche, così come il nostro attaccamento all&#8217;identità.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268989</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 09:04:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268387&quot;&gt;[h]&lt;/a&gt;.

ciao h, ho scritto il mio commentone che ero parecchio stanca, quindi magari certe cose non le ho messe a fuoco bene. Non metto in dubbio la necessità e anche la priorità di combattere il razzismo nelle sue forme più aggressive e rilevanti sotto l&#039;aspetto politico, sociale, giuridico. Vale a dire, sono convinta che sia un problema politico e non solo &quot;culturale&quot;, sebbene non sia possibile tracciare una netta linea di demarcazione. Tu scrivi &quot;La paura viene alimentata dallo stereotipo ma è concreta ed esige una risposta più ampia di quella che può offrire anche il miglior lavoro culturale. Perché la cultura, in senso di produzione culturale e di condivisione di usi e costumi, è solo il mezzo attraverso il quale il razzismo agisce.&quot;  D&#039;accordo. Però in questo ambito i sentimenti reali incanalati, alimentati e manipolati non sono soltanto la paura, ma anche la frustrazione, il risentimento, la rabbia impotente, il desiderio di sentirsi uniti e così via. Insomma tutto ciò che rende premiante l&#039;offerta di soggetti deboli come colpevoli di tanti problemi altrettanto reali e importanti. Di questo, come sappiamo bene, alcuni soggetti politici approfittano in maniera esplicita per aumentare il loro consenso e potere, altri cavalcano l&#039;onda in modo più ambiguo, altri ancora si limitano a avvallare in modo possibilmente asettico e semi-invisibile politiche di contenimento come quelle di &quot;Mare Nostrum&quot;. Qui è evidente  che la &quot;cultura&quot; del razzismo rappresenta una sovrastruttura di conflitti e interessi ben più concreti. Ma è proprio per combattere tutto questo che sarebbe utile cercare di essere meno impacciati da quegli aspetti che abbiamo discusso qui, aspetti che forse costituiscono principalmente dei residui culturali, anche se, a quanto pare, mettere in gioco alcune coordinate della propria autorappresentazione non sembra una rinuncia così facile. Ci sarebbe da chiedersi il perché l&#039;identità politico-culturale sia diventata un &quot;bene rifugio&quot; così importante.
In sintesi: bisognerebbe fare tutte e due le cose insieme, semplicemente.  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268387">[h]</a>.</p>
<p>ciao h, ho scritto il mio commentone che ero parecchio stanca, quindi magari certe cose non le ho messe a fuoco bene. Non metto in dubbio la necessità e anche la priorità di combattere il razzismo nelle sue forme più aggressive e rilevanti sotto l&#8217;aspetto politico, sociale, giuridico. Vale a dire, sono convinta che sia un problema politico e non solo &#8220;culturale&#8221;, sebbene non sia possibile tracciare una netta linea di demarcazione. Tu scrivi &#8220;La paura viene alimentata dallo stereotipo ma è concreta ed esige una risposta più ampia di quella che può offrire anche il miglior lavoro culturale. Perché la cultura, in senso di produzione culturale e di condivisione di usi e costumi, è solo il mezzo attraverso il quale il razzismo agisce.&#8221;  D&#8217;accordo. Però in questo ambito i sentimenti reali incanalati, alimentati e manipolati non sono soltanto la paura, ma anche la frustrazione, il risentimento, la rabbia impotente, il desiderio di sentirsi uniti e così via. Insomma tutto ciò che rende premiante l&#8217;offerta di soggetti deboli come colpevoli di tanti problemi altrettanto reali e importanti. Di questo, come sappiamo bene, alcuni soggetti politici approfittano in maniera esplicita per aumentare il loro consenso e potere, altri cavalcano l&#8217;onda in modo più ambiguo, altri ancora si limitano a avvallare in modo possibilmente asettico e semi-invisibile politiche di contenimento come quelle di &#8220;Mare Nostrum&#8221;. Qui è evidente  che la &#8220;cultura&#8221; del razzismo rappresenta una sovrastruttura di conflitti e interessi ben più concreti. Ma è proprio per combattere tutto questo che sarebbe utile cercare di essere meno impacciati da quegli aspetti che abbiamo discusso qui, aspetti che forse costituiscono principalmente dei residui culturali, anche se, a quanto pare, mettere in gioco alcune coordinate della propria autorappresentazione non sembra una rinuncia così facile. Ci sarebbe da chiedersi il perché l&#8217;identità politico-culturale sia diventata un &#8220;bene rifugio&#8221; così importante.<br />
In sintesi: bisognerebbe fare tutte e due le cose insieme, semplicemente.  </p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: [h]		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268387</link>

		<dc:creator><![CDATA[[h]]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 23:45:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268373&quot;&gt;helena&lt;/a&gt;.

Provo a dire qualcosa di un po&#039; diverso a partire dalle cose condivisibili che dici. Proprio perché è un cosiddetto frame mentale è difficile mettere in discussione se stessi, e lo vediamo bene nelle resistenze maschili a sinistra circa le questioni di genere, a volte affrontate con eccesso opposto di volontà di dimostrarsi pronti. E questo è chiaro. Così come è chiaro il problema dello stile, per dirla con Antonio Pascale, e anche qui la riflessione a sinistra è dolente, perché se è ovvio il razzismo conclamato è ugualmente un problema lo stereotipo benevolo che ad esempio dal punto di vista economico fa ugualmente grossi danni, pensiamo alle politiche di sussistenza che mi pare economisti africani hanno spesso denunciato. Però io vedo nel tuo discorso un punto che mi pare scontroso, ovvero il fatto che come è un frame mentale l&#039;ergersi a giudici del confine razzista è ugualmente un frame mentale il razzismo stesso. Mentre mi pare che fra le obiezioni ricevute ci sia poi lo stesso problema che si chiede Igiaba. Sempre per usare una metafora calcistica la decostruzione doverosa dell&#039;immaginario collettivo equivale un po&#039; al rubare palla all&#039;avversario, ma poi ovviamente con la palla bisogna fare qualcosa. Mi pare che ci sia un po&#039; la credenza che il razzismo sia una questione culturale. (anche nel film Ghost World il personaggio di Thora Birch porta come tesi di fine corso un manifesto pubblicitario razzista degli anni &#039;50 credo USA e lo fa con l&#039;intento di scioccare per poi far riflettere su come sia facile scandalizzarsi quando il razzismo è manifesto, ma molto difficile quando è subdolo, nascosto da un apparente benessere moderno) La paura viene alimentata dallo stereotipo ma è concreta ed esige una risposta più ampia di quella che può offrire anche il miglior lavoro culturale. Perché la cultura, in senso di produzione culturale e di condivisione di usi e costumi, è solo il mezzo attraverso il quale il razzismo agisce. Ma il razzismo non può essere estirpato in quanto frame mentale, può solo essere modellato in senso positivo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268373">helena</a>.</p>
<p>Provo a dire qualcosa di un po&#8217; diverso a partire dalle cose condivisibili che dici. Proprio perché è un cosiddetto frame mentale è difficile mettere in discussione se stessi, e lo vediamo bene nelle resistenze maschili a sinistra circa le questioni di genere, a volte affrontate con eccesso opposto di volontà di dimostrarsi pronti. E questo è chiaro. Così come è chiaro il problema dello stile, per dirla con Antonio Pascale, e anche qui la riflessione a sinistra è dolente, perché se è ovvio il razzismo conclamato è ugualmente un problema lo stereotipo benevolo che ad esempio dal punto di vista economico fa ugualmente grossi danni, pensiamo alle politiche di sussistenza che mi pare economisti africani hanno spesso denunciato. Però io vedo nel tuo discorso un punto che mi pare scontroso, ovvero il fatto che come è un frame mentale l&#8217;ergersi a giudici del confine razzista è ugualmente un frame mentale il razzismo stesso. Mentre mi pare che fra le obiezioni ricevute ci sia poi lo stesso problema che si chiede Igiaba. Sempre per usare una metafora calcistica la decostruzione doverosa dell&#8217;immaginario collettivo equivale un po&#8217; al rubare palla all&#8217;avversario, ma poi ovviamente con la palla bisogna fare qualcosa. Mi pare che ci sia un po&#8217; la credenza che il razzismo sia una questione culturale. (anche nel film Ghost World il personaggio di Thora Birch porta come tesi di fine corso un manifesto pubblicitario razzista degli anni &#8217;50 credo USA e lo fa con l&#8217;intento di scioccare per poi far riflettere su come sia facile scandalizzarsi quando il razzismo è manifesto, ma molto difficile quando è subdolo, nascosto da un apparente benessere moderno) La paura viene alimentata dallo stereotipo ma è concreta ed esige una risposta più ampia di quella che può offrire anche il miglior lavoro culturale. Perché la cultura, in senso di produzione culturale e di condivisione di usi e costumi, è solo il mezzo attraverso il quale il razzismo agisce. Ma il razzismo non può essere estirpato in quanto frame mentale, può solo essere modellato in senso positivo.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-268373</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 21:45:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scusate se arrivo ora e riprendo uno spunto arrivato proprio nel momento (chiamiamolo così?) dello sbrocco collettivo di questo thread interessantissimo. 
Un po&#039; di tempo fa mi sono trovata a discutere su facebook della risposta di Balotelli seguita alla sconfitta dell&#039;Italia nei Mondiali. In quel commento, il giocatore si ritorceva in modo aggressivo contro chi gli contestava di non essere un &quot;vero italiano&quot;, parlando deliberatamente di &quot;noi negri&quot; e sostenendo che gli africani non avrebbero mai scaricato un loro fratello. Era evidentemente la risposta a un (l&#039;ennesimo) insulto razzista e le reazioni a quello sbotto, incluse quelle dei soliti giornali di destra, erano una valanga di merda ancora più evidentemente di quell&#039;impronta.
Ma io mi sono sentita ripetere tantissime volte che il razzismo, per quel che concerne Balotelli, non era una categoria da scomodare. Quello era solo un giocatore deludente, tra l&#039;altro superstrapagato, nonché un&#039; emerita testa di cazzo. I problemi del razzismo in Italia sono altri: i Cie, la Bossi-Fini, le campagne della Lega ecc....se aggiorniamo ai giorni nostri i pogrom alle porte di Roma.
Questo tipo di ragionamento lo ripeteva per esempio una persona con la stessa esperienza di volontariato antirazzista di Federico-LaloCura. Magari era proprio lui, non lo ricordo. E tante altre di cui non stento a credere che razziste non lo sono davvero. Ora non fatico a ammettere che le vicende di un fumetto o di un calciatore abbiano una priorià e gravità minore di episodi o circostanza sistematiche che rendono la vita un inferno per moltissime persone. 
Ma quel giocatore che avrà tutti i difetti professionali e personali di questo mondo, non si era inventato né le diverse forme di insulto e dileggio razzista di cui è costantemente oggetto né la pelle scura; questo dato di fatto mi ha fatto apparire sconcertanti le risposte che ho ricevuto: come fossero spinte da un&#039;urgenza di diniego.
Diniego che mi pareva dettato dal bisogno di non mettere in discussione la propria visione di sé come persone antirazziste che al contempo, come normali tifosi, avevano le palle girate con questo fallimentare attaccante.
Ora, a mio avviso, non sarebbe poi stato complicato dire va bene, questo mi sta sulle palle e ha giocato una merda e io per questo sono incazzato, ma anche se prende milioni, ha ragione a incazzarsi come una bestia anche se gli scrivono &quot;tu non sei un vero italiano&quot;.
La cosa più insidiosa - e qui esagero per farmi capire - non è che uno con i suoi amici al bar (ma non in comunicazioni scritte e pubbliche) guardando una partita possa sbroccare in un &quot;negro di merda&quot;, ma l&#039;erigersi serenamente e inconsapevolmente a autorità &quot;neutra&quot; che decide che cos&#039;è degno di essere stigmatizzato come forma vera di razzismo e cosa no. Perché è esattamente questo il frame mentale che, non riconoscendolo, si trascina dietro secoli di storia in cui qualcuno per il solo fatto di essere bianco o uomo o etero o cristiano deteneva (e ancora detiene) il diritto di dettare norma sul &quot;diverso&quot;.
Non è una cosa per cui si richieda di cospargersi di ceneri il capo e stracciarsi le vesti. Siamo impastati di secoli di cultura razzista, maschilista, omofoba ecc, anzi: come ricordavano Renata e Jamila persino alcune delle opere più belle o basilari ne sono intrise e non per questo possiamo buttarle alle ortiche. Però se lo ammettiamo, capiamo anche che questa matrice non scompare solo perché - per fortuna - sulle questioni più gravi e fondamentali parecchie persone non hanno dubbio su quali posizioni prendere e alcune si danno anche da fare per portare solidarietà e aiuto.
Si richiede solo la disponibilità di riconoscere il problema e quella di pensare che non riguardi solo degli altri ben identificabili. Perché l&#039;immaginario è qualcosa che cambia molto lentamente, ma se si è disposti a interrogarlo, prima o poi si modifica per forza. E questa, penso, è un&#039;aquisizione di maggiore libertà anche per chi in ne alberga qualche residuo nella propria mente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate se arrivo ora e riprendo uno spunto arrivato proprio nel momento (chiamiamolo così?) dello sbrocco collettivo di questo thread interessantissimo.<br />
Un po&#8217; di tempo fa mi sono trovata a discutere su facebook della risposta di Balotelli seguita alla sconfitta dell&#8217;Italia nei Mondiali. In quel commento, il giocatore si ritorceva in modo aggressivo contro chi gli contestava di non essere un &#8220;vero italiano&#8221;, parlando deliberatamente di &#8220;noi negri&#8221; e sostenendo che gli africani non avrebbero mai scaricato un loro fratello. Era evidentemente la risposta a un (l&#8217;ennesimo) insulto razzista e le reazioni a quello sbotto, incluse quelle dei soliti giornali di destra, erano una valanga di merda ancora più evidentemente di quell&#8217;impronta.<br />
Ma io mi sono sentita ripetere tantissime volte che il razzismo, per quel che concerne Balotelli, non era una categoria da scomodare. Quello era solo un giocatore deludente, tra l&#8217;altro superstrapagato, nonché un&#8217; emerita testa di cazzo. I problemi del razzismo in Italia sono altri: i Cie, la Bossi-Fini, le campagne della Lega ecc&#8230;.se aggiorniamo ai giorni nostri i pogrom alle porte di Roma.<br />
Questo tipo di ragionamento lo ripeteva per esempio una persona con la stessa esperienza di volontariato antirazzista di Federico-LaloCura. Magari era proprio lui, non lo ricordo. E tante altre di cui non stento a credere che razziste non lo sono davvero. Ora non fatico a ammettere che le vicende di un fumetto o di un calciatore abbiano una priorià e gravità minore di episodi o circostanza sistematiche che rendono la vita un inferno per moltissime persone.<br />
Ma quel giocatore che avrà tutti i difetti professionali e personali di questo mondo, non si era inventato né le diverse forme di insulto e dileggio razzista di cui è costantemente oggetto né la pelle scura; questo dato di fatto mi ha fatto apparire sconcertanti le risposte che ho ricevuto: come fossero spinte da un&#8217;urgenza di diniego.<br />
Diniego che mi pareva dettato dal bisogno di non mettere in discussione la propria visione di sé come persone antirazziste che al contempo, come normali tifosi, avevano le palle girate con questo fallimentare attaccante.<br />
Ora, a mio avviso, non sarebbe poi stato complicato dire va bene, questo mi sta sulle palle e ha giocato una merda e io per questo sono incazzato, ma anche se prende milioni, ha ragione a incazzarsi come una bestia anche se gli scrivono &#8220;tu non sei un vero italiano&#8221;.<br />
La cosa più insidiosa &#8211; e qui esagero per farmi capire &#8211; non è che uno con i suoi amici al bar (ma non in comunicazioni scritte e pubbliche) guardando una partita possa sbroccare in un &#8220;negro di merda&#8221;, ma l&#8217;erigersi serenamente e inconsapevolmente a autorità &#8220;neutra&#8221; che decide che cos&#8217;è degno di essere stigmatizzato come forma vera di razzismo e cosa no. Perché è esattamente questo il frame mentale che, non riconoscendolo, si trascina dietro secoli di storia in cui qualcuno per il solo fatto di essere bianco o uomo o etero o cristiano deteneva (e ancora detiene) il diritto di dettare norma sul &#8220;diverso&#8221;.<br />
Non è una cosa per cui si richieda di cospargersi di ceneri il capo e stracciarsi le vesti. Siamo impastati di secoli di cultura razzista, maschilista, omofoba ecc, anzi: come ricordavano Renata e Jamila persino alcune delle opere più belle o basilari ne sono intrise e non per questo possiamo buttarle alle ortiche. Però se lo ammettiamo, capiamo anche che questa matrice non scompare solo perché &#8211; per fortuna &#8211; sulle questioni più gravi e fondamentali parecchie persone non hanno dubbio su quali posizioni prendere e alcune si danno anche da fare per portare solidarietà e aiuto.<br />
Si richiede solo la disponibilità di riconoscere il problema e quella di pensare che non riguardi solo degli altri ben identificabili. Perché l&#8217;immaginario è qualcosa che cambia molto lentamente, ma se si è disposti a interrogarlo, prima o poi si modifica per forza. E questa, penso, è un&#8217;aquisizione di maggiore libertà anche per chi in ne alberga qualche residuo nella propria mente.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: virginialess		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-267859</link>

		<dc:creator><![CDATA[virginialess]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2014 11:31:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49680#comment-267859</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-266598&quot;&gt;diamonds&lt;/a&gt;.

Potrebbe... Per evitarlo occorre sia accompagnata dalle opportune spiegazioni e seguita da giudizi espliciti.
Concordo con Raos, subito oltre: Il manifesto è davvero brutto!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-266598">diamonds</a>.</p>
<p>Potrebbe&#8230; Per evitarlo occorre sia accompagnata dalle opportune spiegazioni e seguita da giudizi espliciti.<br />
Concordo con Raos, subito oltre: Il manifesto è davvero brutto!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: mattia paganelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/14/il-caso-bilbolbul-ovvero-la-necessita-di-una-decolonizzazione/#comment-267654</link>

		<dc:creator><![CDATA[mattia paganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 22:18:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49680#comment-267654</guid>

					<description><![CDATA[Dunque il razzismo si installa su dinamiche, o meglio distribuzioni, di potere già in atto. Non si tratta tanto di disprezzare il prossimo, nel senso della persona a fianco, il vicino di casa, il gruppo culturale o etnico che in un modo o nell&#039;altro è emerso e ora è presente nella vita quotidiana. Presumo che ognuno abbia più o meno il diritto di detestare chi gli pare. No, si tratta di avere il potere, sottolineo &quot;potere&quot;, di mettere in atto questa differenziazione. (Mi manca qui un termine più adatto: odio è troppo forte, antipatia troppo debole; la lingua inglese in cui vivo direbbe &#039;dislike&#039;.) Cioè  la facoltà di far seguire azioni a quello che altrimenti è solo una posizione soggettiva. Eppure non mi sembra possibile ridurre il problema a una questione di classe. Sembrerebbe necessaria una forma di autorappresentazione che produca un soggetto opposto a un non-soggetto. Non sarebbe possibile altrimenti commerciare in persone, producendo così la schiavitù moderna. Allo stesso tempo nemmeno questo è sufficiente a chiarire il problema. Lo schiavo dell&#039;età classica poteva essere riscattato, mentre allo schiavo moderno, dalle colonie americane in poi, non è ancora stato concesso di affrancarsi completamente. Certo il non-soggetto si costruisce, così come il soggetto, anche attraverso pratiche come quella del poster in questione. Ma questo ci riporta al punto di partenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque il razzismo si installa su dinamiche, o meglio distribuzioni, di potere già in atto. Non si tratta tanto di disprezzare il prossimo, nel senso della persona a fianco, il vicino di casa, il gruppo culturale o etnico che in un modo o nell&#8217;altro è emerso e ora è presente nella vita quotidiana. Presumo che ognuno abbia più o meno il diritto di detestare chi gli pare. No, si tratta di avere il potere, sottolineo &#8220;potere&#8221;, di mettere in atto questa differenziazione. (Mi manca qui un termine più adatto: odio è troppo forte, antipatia troppo debole; la lingua inglese in cui vivo direbbe &#8216;dislike&#8217;.) Cioè  la facoltà di far seguire azioni a quello che altrimenti è solo una posizione soggettiva. Eppure non mi sembra possibile ridurre il problema a una questione di classe. Sembrerebbe necessaria una forma di autorappresentazione che produca un soggetto opposto a un non-soggetto. Non sarebbe possibile altrimenti commerciare in persone, producendo così la schiavitù moderna. Allo stesso tempo nemmeno questo è sufficiente a chiarire il problema. Lo schiavo dell&#8217;età classica poteva essere riscattato, mentre allo schiavo moderno, dalle colonie americane in poi, non è ancora stato concesso di affrancarsi completamente. Certo il non-soggetto si costruisce, così come il soggetto, anche attraverso pratiche come quella del poster in questione. Ma questo ci riporta al punto di partenza.</p>
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