Amodio

26 novembre 2014
Pubblicato da

di Angela Bubba

Maurizio Fiorino, Amodio, Gallucci, 2014, 176 pagine.

amodioForse non poteva essere più spigliato l’esordio letterario di Maurizio Fiorino, giovane talento della fotografia italiana ma che per anni ha vissuto a New York. Amodio (Gallucci, pp. 176, 16,50 euro) narra infatti la storia d’amore tra Armando e il figlio di uno dei boss più temuti della ‘ndrangheta, l’immaginario Carlo Costa, il quale scoperta la relazione è costretto ad appellarsi alle leggi mafiose, spietate quanto necessarie, e la cui violazione può sancire una condanna a morte.

«Ogni giorno rimanevo colpito da quel codice d’onore» dichiara l’autore, che fino ai vent’anni ha vissuto a Crotone, «e specie in merito a un tema come l’essere gay, la cosa diventava strabiliante. Nelle famiglie dei boss esisteva soltanto il concetto dell’eterosessualità, ma appena abbandonata quella cerchia i disertori venivano fuori. Nessuno, però, si sarebbe permesso a praticare atti di bullismo nei confronti di un omosessuale figlio o parente di mafiosi. Per tutti gli altri invece era la norma».

Si tratta di un mondo dai segreti fragili ma feroci, lo stesso contro cui quella criminalità ha sempre mostrato forti ritrosie. Nel 1998, a Samo, in provincia di Reggio Calabria, un ventenne venne sequestrato, picchiato, legato, appeso a un ponte e lasciato oscillare nel vuoto; e il motivo era il suo legame sentimentale con un sessantenne del posto, affiliato della ‘ndrina locale.

È dunque un binomio quasi impronunciabile quello di omosessualità e mafia, lo stesso sul quale Fiorino ha scelto di fondare la sua opera prima, da qualche settimana in libreria, ma che non è affatto un fenomeno recente, o poco monitorato. Solo alcuni mesi fa Lia Sava, PM antimafia della Procura di Caltanissetta, ne ha parlato chiaramente nel corso di un’intervista a Klaus Davi: «sono convinta che anche i mafiosi possano avere e abbiano relazioni omosessuali, sebbene non ci sia più di tanto una loro esplicitazione perché i mafiosi tendono a coprire, come tendono peraltro a coprire le relazioni extraconiugali»; inoltre anche l’allora magistrato Antonio Ingroia, nel 2008, richiamò l’attenzione parlando di mafiosi omosessuali «mai dichiarati», i quali vivrebbero i loro rapporti «clandestinamente e con paura, perché se scoperti rischiano di essere estromessi dall’associazione mafiosa, essendo ritenuti poco affidabili». Situazione quest’ultima differente dalle organizzazioni italoamericane odierne. Dopo l’assassinio di Johnny “Boy” D’Amato (figura che ispirò anche gli sceneggiatori dei Soprano per il personaggio di Vito Spatafore), freddato da un compare per via delle relazioni con altri uomini, la mafia d’oltreoceano opterebbe attualmente per una mentalità aperta, capace secondo Ingroia di «una maggiore tolleranza».

Nella Crotone stravolta e rocambolesca che ci presenta Fiorino non c’è invece alcuna possibilità, non c’è scampo e non c’è perdono; e Amodio, secondogenito del capobastone Costa, più timido e riservato del fratello maggiore, ma pugile tanto appassionato da dichiarasi «poeta» di quella disciplina, per l’intensità della dolcezza con cui è in grado di interiorizzarla, sarà per questo punito. Al contrario Armando riuscirà a mettersi in salvo, ma a caro prezzo, scontando la solitudine di un programma di protezione e tornando a casa dopo molto tempo.

Sarà un luogo immobile quello che ritroverà il ragazzo, incenerito dall’ignavia della popolazione e il quale non farà che peggiorare; una sorta di palude infetta e dove «nulla cambia», parole che ricorreranno spesso nel romanzo, in cui «non esiste né l’inverno né la primavera».

L’atmosfera asfittica di un Sud più che trascurato e incosciente delle arretratezze, dimentico delle sue mancanze e refrattario a sanarle, emerge così in tutta la sua angosciante, e accettata, realtà. E sebbene l’autore prediliga uno stile scanzonato ma non per questo banale, il quale vorrebbe ammiccare scherzosamente al dramma, e cerca la simpatia piuttosto che la compassione del lettore, raggiunge comunque un effetto straniante: espediente che a tratti sospende la violenza della vicenda, e la rende stralunata e in alcuni passi anche accettabile, umana, come non dovesse causare dolore.

In certe pagine sembra davvero di stare dentro un film di Almodovar, «che insieme a Pasolini è stato uno stato dei miei maestri» dichiara Maurizio Fiorino. Così l’intrico delle viuzze del centro storico di Crotone, ritrovo abituale per prostitute e spacciatori, quasi un’enclave a sé stante, «una città dentro alla città», pur brulicando di malavita e soggetti bizzarri, eccentrici tanto quanto sconvolgenti per l’umanità che trasmettono, riesce a mitigare la tragedia di Armando, e con essa l’implacabilità di una terra mafiosa.

Amodio, oltre ad essere un canto di delicatezza e disperazione, è così anche un’insospettabile storia di resistenza. Quell’amore è come se riscattasse la paralisi calabrese, per un attimo la ‘ndrangheta scompare e viene offuscata dalla bellezza.

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