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	Commenti a: Sulla flebile abissale differenza tra dire e scrivere	</title>
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		<title>
		Di: rmorresi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2014 09:32:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anch&#039;io, come Lorenzo Mari, sono un po&#039; divisa rispetto a questo contributo. Capisco il disagio, avvertito da molti, a starsene immersi nel rumore incessante delle parole &#039;sociali&#039;. O il pericolo di tante banalizzazioni &#039;comunicative&#039;. Ma trovo la reazione pericolosa. Difatti se concludiamo che

&quot;parlare di ciò che si scrive...è inutile e perfino dannoso ai fini della comprensione della scrittura. Parlare in letteratura non serve a comprendere ciò che si scrive. Tutt’al più serve a confondere&quot;

abbiamo non solo dato per scontato che i significati siano univoci, e debbano rimanere inalterati, ma pure che il linguaggio della mediazione sia qualcosa di impuro, derivativo, secondario. Entrambi le posizioni sono da sconsigliare, a mio avviso.
 
A me capita ogni tanto di partecipare a occasioni letterarie pubbliche, &#039;orali&#039;, e sì, spesso sono futili, o dominate dall&#039;ansia di comunicare/piacere, oppure troppo accademiche, o rivelatrici di come il parlare della propria scrittura sia per niente sincronizzato con la scrittura stessa, e così via.
Altre volte non è così: altre volte capisci qualcosa di più di quella scrittura di chi parla, e non a motivo della sua &#039;spiegazione&#039;, ma per complementarietà o armonizzazione (a volte ti accorgi che la mancata consapevolezza corrisponde alla mancanza di peso). 

Insomma, non sarei così prescrittiva nel dire &quot;no, non bisogna parlare di quel che si scrive&quot;, anche perché c&#039;è chi lo fa molto bene, dando molto a chi ascolta ma pure - sospetto - a se stessi, alla coscienza del proprio lavoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anch&#8217;io, come Lorenzo Mari, sono un po&#8217; divisa rispetto a questo contributo. Capisco il disagio, avvertito da molti, a starsene immersi nel rumore incessante delle parole &#8216;sociali&#8217;. O il pericolo di tante banalizzazioni &#8216;comunicative&#8217;. Ma trovo la reazione pericolosa. Difatti se concludiamo che</p>
<p>&#8220;parlare di ciò che si scrive&#8230;è inutile e perfino dannoso ai fini della comprensione della scrittura. Parlare in letteratura non serve a comprendere ciò che si scrive. Tutt’al più serve a confondere&#8221;</p>
<p>abbiamo non solo dato per scontato che i significati siano univoci, e debbano rimanere inalterati, ma pure che il linguaggio della mediazione sia qualcosa di impuro, derivativo, secondario. Entrambi le posizioni sono da sconsigliare, a mio avviso.</p>
<p>A me capita ogni tanto di partecipare a occasioni letterarie pubbliche, &#8216;orali&#8217;, e sì, spesso sono futili, o dominate dall&#8217;ansia di comunicare/piacere, oppure troppo accademiche, o rivelatrici di come il parlare della propria scrittura sia per niente sincronizzato con la scrittura stessa, e così via.<br />
Altre volte non è così: altre volte capisci qualcosa di più di quella scrittura di chi parla, e non a motivo della sua &#8216;spiegazione&#8217;, ma per complementarietà o armonizzazione (a volte ti accorgi che la mancata consapevolezza corrisponde alla mancanza di peso). </p>
<p>Insomma, non sarei così prescrittiva nel dire &#8220;no, non bisogna parlare di quel che si scrive&#8221;, anche perché c&#8217;è chi lo fa molto bene, dando molto a chi ascolta ma pure &#8211; sospetto &#8211; a se stessi, alla coscienza del proprio lavoro.</p>
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		<title>
		Di: lorenzo mari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/02/sulla-flebile-abissale-differenza-tra-dire-e-scrivere/#comment-272476</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2014 13:46:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio Biagio Cepollaro per aver pubblicato gli appunti tratti dal notevole intervento di Pino Tripodi alla serata milanese di &quot;Tu se sai dire dillo&quot; di quest&#039;anno che è stata dedicata a poesia, critica, realtà e altre questioni. 
Eludendo ogni possibile superficialità, l&#039;intervento di Tripodi continua a suscitare in me impressioni contrastanti. Sulle prime: ma è banale... 
La poesia è hybris, la critica è ancor più arrogante, bisogna attingere alla lingua dei morti per poter scrivere. Benissimo, e quindi? Ogni scrittura è hybris, e grazie tante... ...Eppure l&#039;intervento di Tripodi è poderoso e va approfondito: dunque, se si ritiene davvero che ogni atto di scrittura sia in parte o totalmente deplorevole, tutta l&#039;arte dev&#039;essere censurata. Ancor di più, dev&#039;essere sempre censurabile, rompendo con le norme. Non dunque &quot;nie wieder Zensur in der Kunst&quot;, ma &quot;immer Zensur in der Kunst&quot;, se l&#039;arte è poi in grado di dirsi tale...
Con questo non voglio essere apologeta della trasgressione o del nuovismo. La scrittura che parla la lingua dei morti, però, trasgredisce le norme della lingua, così come mira sempre, inesorabilmente, in minima o larga parte, a trasgredire tutte le altre norme esistenti, su altri piani (che, per quanto non siano ritenuti qui decisivi, incidono, eccome!, sulle vite degli altri). 
Una di queste -oggi- è riscontrabile nei movimenti derealizzanti di cui siamo parte. Il postmoderno, a mio personalissimo avviso, è ancora di là da passare (forse, deve ancora venire): e perciò non posso essere d&#039;accordo quando si sostiene che &quot;dire, partecipare del reale quando tutto lo spettacolo di parole aderisce così profondamente alla realtà ne è la sostanza apologetica pur quando si presenta in forma antagonistica&quot;. Oltre alla consapevolezza che realtà e reale sono piani convergenti ma al tempo stesso distinti, secondo le accezioni, un tale assioma funziona -credo- soltanto in modo binario: o per tutta la poesia (e ce n&#039;è, anche attualmente) o per nessuna poesia. Non c&#039;è alternativa, al nocciolo di questa tesi, che comprende in sé agonismo e antagonismo. 
Non è possibile, poi, pensare a un&#039;auto-rappresentazione (cosa miserabile, si dice) che non sia anche fuga, entro una scrittura che sia degna di essere tale, e cioè censurata e censurabile. Si intravvede sempre, insieme alla rappresentazione, la fuga: può essere più o meno netta, ma se non si opera credendo di scrivere ciò che si dice (punto giustissimo, contro certa naiveté) c&#039;è sempre. 
Così come sussiste la dialettica, che è &#039;in re&#039; per quanto mi riguarda, tra reale e irreale, come ho tentato di dire nel pezzo da me pubblicato precedentemente.
Detto questo, e continuando sulla via di un dissenso che sarà pure sciocco e presuntuoso (perché dilettantesco, come riconosco), l&#039;intervento di Tripodi è intervento da vero intellettuale, che lui si voglia accollare l&#039;etichetta o meno: perché contiene una galassia di discussioni in pochi appunti.  C&#039;è chi fa invece molto rumore per nulla. Sono troppi, comprendendo -perché no- anche &quot;In Realtà La Poesia&quot;, sono certamente troppi, e il rumore non consente di cogliere le voci, che pure sono (reali).
Lorenzo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Biagio Cepollaro per aver pubblicato gli appunti tratti dal notevole intervento di Pino Tripodi alla serata milanese di &#8220;Tu se sai dire dillo&#8221; di quest&#8217;anno che è stata dedicata a poesia, critica, realtà e altre questioni.<br />
Eludendo ogni possibile superficialità, l&#8217;intervento di Tripodi continua a suscitare in me impressioni contrastanti. Sulle prime: ma è banale&#8230;<br />
La poesia è hybris, la critica è ancor più arrogante, bisogna attingere alla lingua dei morti per poter scrivere. Benissimo, e quindi? Ogni scrittura è hybris, e grazie tante&#8230; &#8230;Eppure l&#8217;intervento di Tripodi è poderoso e va approfondito: dunque, se si ritiene davvero che ogni atto di scrittura sia in parte o totalmente deplorevole, tutta l&#8217;arte dev&#8217;essere censurata. Ancor di più, dev&#8217;essere sempre censurabile, rompendo con le norme. Non dunque &#8220;nie wieder Zensur in der Kunst&#8221;, ma &#8220;immer Zensur in der Kunst&#8221;, se l&#8217;arte è poi in grado di dirsi tale&#8230;<br />
Con questo non voglio essere apologeta della trasgressione o del nuovismo. La scrittura che parla la lingua dei morti, però, trasgredisce le norme della lingua, così come mira sempre, inesorabilmente, in minima o larga parte, a trasgredire tutte le altre norme esistenti, su altri piani (che, per quanto non siano ritenuti qui decisivi, incidono, eccome!, sulle vite degli altri).<br />
Una di queste -oggi- è riscontrabile nei movimenti derealizzanti di cui siamo parte. Il postmoderno, a mio personalissimo avviso, è ancora di là da passare (forse, deve ancora venire): e perciò non posso essere d&#8217;accordo quando si sostiene che &#8220;dire, partecipare del reale quando tutto lo spettacolo di parole aderisce così profondamente alla realtà ne è la sostanza apologetica pur quando si presenta in forma antagonistica&#8221;. Oltre alla consapevolezza che realtà e reale sono piani convergenti ma al tempo stesso distinti, secondo le accezioni, un tale assioma funziona -credo- soltanto in modo binario: o per tutta la poesia (e ce n&#8217;è, anche attualmente) o per nessuna poesia. Non c&#8217;è alternativa, al nocciolo di questa tesi, che comprende in sé agonismo e antagonismo.<br />
Non è possibile, poi, pensare a un&#8217;auto-rappresentazione (cosa miserabile, si dice) che non sia anche fuga, entro una scrittura che sia degna di essere tale, e cioè censurata e censurabile. Si intravvede sempre, insieme alla rappresentazione, la fuga: può essere più o meno netta, ma se non si opera credendo di scrivere ciò che si dice (punto giustissimo, contro certa naiveté) c&#8217;è sempre.<br />
Così come sussiste la dialettica, che è &#8216;in re&#8217; per quanto mi riguarda, tra reale e irreale, come ho tentato di dire nel pezzo da me pubblicato precedentemente.<br />
Detto questo, e continuando sulla via di un dissenso che sarà pure sciocco e presuntuoso (perché dilettantesco, come riconosco), l&#8217;intervento di Tripodi è intervento da vero intellettuale, che lui si voglia accollare l&#8217;etichetta o meno: perché contiene una galassia di discussioni in pochi appunti.  C&#8217;è chi fa invece molto rumore per nulla. Sono troppi, comprendendo -perché no- anche &#8220;In Realtà La Poesia&#8221;, sono certamente troppi, e il rumore non consente di cogliere le voci, che pure sono (reali).<br />
Lorenzo</p>
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		<title>
		Di: Carla		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/02/sulla-flebile-abissale-differenza-tra-dire-e-scrivere/#comment-272474</link>

		<dc:creator><![CDATA[Carla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2014 12:55:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[bisognerebbe reintegrare la polis...:-)
a parte tutto, sono d&#039;accordo sul fatto che da dire è rimasto poco, 
meglio quindi limitarsi a scrivere ma non solo come allontanamento da sè stessi (atto critico)
direi piuttosto come atto liberatorio, sfogo del momento
quindi la scrittura andrebbe divisa in:
quella che segue il bisogno e quella che segue un progetto...
nella prima rientra a tutto tondo la poesia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>bisognerebbe reintegrare la polis&#8230;:-)<br />
a parte tutto, sono d&#8217;accordo sul fatto che da dire è rimasto poco,<br />
meglio quindi limitarsi a scrivere ma non solo come allontanamento da sè stessi (atto critico)<br />
direi piuttosto come atto liberatorio, sfogo del momento<br />
quindi la scrittura andrebbe divisa in:<br />
quella che segue il bisogno e quella che segue un progetto&#8230;<br />
nella prima rientra a tutto tondo la poesia.</p>
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		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/02/sulla-flebile-abissale-differenza-tra-dire-e-scrivere/#comment-272456</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2014 10:55:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[in controluce, l&#039;autorevole sorriso dei periti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>in controluce, l&#8217;autorevole sorriso dei periti</p>
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