… come su una vetrata vacillante e momentanea.

3 dicembre 2014
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1° è l’animale, questo, che non c’è.


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Gabriel Fauré [ 1845 – 1924 ] Pavane Op. 50

À Combray, tous les jours dès la fin de l’après-midi,longtemps avant le moment où il faudrait me mettre au lit et rester, sans dormir, loin de ma mère et de ma grand-mère, ma chambre à coucher redevenait le point fixe et douloureux de mes préoccupations.

A Combray, tutti i giorni, sin dalla fine del pomeriggio, molto tempo prima del momento in cui avrei dovuto andare a coricarmi e restare, senza riuscire a dormire, lontano dalla mamma e dalla nonna, la mia camera da letto ridiventava il punto fisso e doloroso delle mie preoccupazioni.


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On avait bien inventé, pour me distraire les soirs où on me trouvait l’air trop malheureux, de me donner une lanterne magique dont, en attendant l’heure du dîner, on coiffer ma lampe; et, à l’instar des premiers architectes et maîtres verriers de l’âge gothique, elle substituait à l’opacité des murs d’impalpables irisations, de surnaturelles apparitions multicolores, où des légendes étaient dépeintes comme dans un vitrail vacillant et momentané. Mais ma tristesse n’en était qu’accrue, parce que rien que le changement d’éclairage détruisait l’habitude que j’avais de ma chambre et grâce à quoi, sauf le supplice du coucher, elle m’était devenue supportable. Maintenant je ne la reconnaissais plus et j’y étais inquiet, comme dans une chambre d’hôtel ou de « chalet », où je fusse arrivé pour la première fois en descendant de chemin de fer.
 

Si erano anche inventate, per distrarmi le sere in cui mi trovavano con un’aria troppo malinconica, di regalarmi una lanterna magica, con cui, aspettando l’ora di cena, camuffavano1 la mia lampada; e, alla maniera dei primi architetti e maestri vetrai dell’età gotica, essa sostituiva all’opacità dei muri impalpabili iridescenze, soprannaturali apparizioni multicolori, dove le leggende erano dipinte come su una vetrata vacillante e momentanea. Ma la mia tristezza non ne era che accresciuta, perché niente come il cambiamento d’illuminazione distruggeva l’abitudine che avevo alla mia camera e grazie alla quale, salvo il supplizio del coricarsi, essa mi era divenuta sopportabile. Ora non la riconoscevo più e vi ero inquieto, come in una camera d’albergo o di uno “chalet”, dove fossi arrivato per la prima volta scendendo dal treno.

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Au pas saccadé de son cheval, Golo, plein d’un affreux dessein, sortait de la petite forêt triangulaire qui veloutait d’un vert sombre la pente d’une colline, et s’avançait en tressautant vers le château de la pauvre Geneviève de Brabant. Ce château était coupé selon une ligne courbe qui n’était autre que la limite d’un des ovales de verre ménagés dans le châssis qu’on glissait entre les coulisses de la lanterne. Ce n’était qu’un pan de château et il avait devant lui une lande où rêvait Geneviève qui portait une ceinture bleue.

Al passo sobbalzante del suo cavallo, Golo, pervaso da un efferato disegno, usciva dalla piccola foresta triangolare che vellutava d’un verde cupo il pendio d’una collina e avanzava trotterellando verso il castello della povera Genoveffa di Brabante.2 Quel castello era stato tagliato secondo una linea curva che non era altro che il bordo di uno degli ovali di vetro inserito nel telaio che scorreva fra le guide della lanterna. Non era che un lembo del castello e aveva d’innanzi una landa, dov’era Genoveffa sognante con indosso una cintura azzurra.
 


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Le château et la lande étaient jaunes et je n’avais pas attendu de les voir pour connaître leur couleur car, avant les verres du châssis, la sonorité mordorée du nom de Brabant me l’avait montrée avec évidence. Golo s’arrêtait un instant pour écouter avec tristesse le boniment lu à haute voix par ma grand-tante et qu’il avait l’air de comprendre parfaitement, conformant son attitude avec une docilité qui n’excluait pas une certaine majesté, aux indications du texte; puis il s’éloignait du même pas saccadé.

Il castello e la landa erano gialli e io non avevo dovuto aspettare di vederli per conoscerne il colore, poiché, prima dei vetri del telaio, la sonorità marrone-dorata del nome Brabante me l’aveva mostrato con evidenza. Golo si fermava un istante per ascoltare con tristezza la didascalia3 letta ad alta voce dalla mia prozia, con l’aria di comprendere perfettamente, conformando il proprio atteggiamento con una docilità che non escludeva una certa maestà, secondo le indicazioni del testo; poi, s’allontanava con il solito passo sobbalzante.


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Et rien ne pouvait arrêter sa lente chevauchée. Si on bougeait la lanterne, je distinguais le cheval de Golo qui continuait à s’avancer sur les rideaux de la fenêtre, se bombant de leurs plis, descendant dans leurs fentes. Le corps de Golo lui-même, d’une essence aussi surnaturelle que celui de sa monture, s’arrangeait de tout obstacle matériel, de tout objet gênant qu’il rencontrait en le prenant comme ossature et en se le rendant intérieur, fût-ce le bouton de la porte sur lequel s’adaptait aussitôt et surnageait invinciblement sa robe rouge ou sa figure pâle toujours aussi noble et aussi mélancolique, mais qui ne laissait paraître aucun trouble de cette transvertébration.

E niente poteva arrestare la sua lenta cavalcata. Se si muoveva la lanterna, scorgevo il cavallo di Golo che continuava ad avanzare sulle tende della finestra, bombato delle loro pieghe, scendendo nelle loro fessure. Lo stesso corpo di Golo, di un’essenza soprannaturale come quello della sua cavalcatura, si adattava a tutti gli ostacoli materiali, a ogni oggetto ingombrante che incontrava, prendendolo come ossatura e introiettandolo, fosse stato anche il pomolo della porta sul quale subito s’adattava e fluttuava invincibile il suo abito rosso o il suo volto pallido sempre egualmente nobile e malinconico, ma che non lasciava trasparire alcun turbamento per quella transvertebrazione.


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Certes je leur trouvais du charme à ces brillantes projections qui semblaient émaner d’un passé mérovingien et promenaient autour de moi des reflets d’histoire si anciens. Mais je ne peux dire quel malaise me causait pourtant cette intrusion du mystère et de la beauté dans une chambre que j’avais fini par remplir de mon moi au point de ne pas faire plus attention à elle qu’à lui-même. L’influence anesthésiante de l’habitude ayant cessé, je me mettais à penser, à sentir, choses si tristes. Ce bouton de la porte de ma chambre, qui différait pour moi de tous les autres boutons de porte du monde en ceci qu’il semblait ouvrir tout seul, sans que j’eusse besoin de le tourner, tant le maniement m’en était devenu inconscient, le voilà qui servait maintenant de corps astral à Golo. Et dès qu’on sonnait le dîner, j’avais hâte de courir à la salle à manger où la grosse lampe de la suspension, ignorante de Golo et de Barbe-Bleue, et qui connaissait mes parents et le boeuf à la casserole, donnait sa lumière de tous les soirs ; et de tomber dans les bras de maman que les malheurs de Geneviève de Brabant me rendaient plus chère, tandis que les crimes de Golo me faisaient examiner ma propre conscience avec plus de scrupules.

Marcel Proust Du côté de chez Swann 1919
[pp. 12-13] Gallimard, Paris [1946-47]

Certo le trovavo affascinanti quelle brillanti proiezioni che sembravano emanare da un passato merovingio e mi facevano vagare intorno riflessi di storia così antica. Ma non posso dire qual malessere tuttavia mi causasse quell’intrusione del mistero e della bellezza in una camera che avevo finito col riempire del mio io a tal punto da non prestare più attenzione ad essa che a lui stesso. Cessata l’azione anestetizzante dell’abitudine, mi mettevo a pensare, a sentire, cose tanto tristi. Quel pomolo dell’uscio della mia camera, che differiva per me da ogni altro pomolo del mondo per il fatto che pareva aprirsi da solo, senza che dovessi girarlo, tanto l’uso me ne era divenuto inconsapevole, ecco che ora serviva da corpo astrale a Golo. E, appena suonavano per la cena, ero ansioso di correre in sala da pranzo, dove la grossa lampada sospesa, ignara di Golo e di Barbablù, che conosceva i miei parenti e lo stufato nella pentola, spandeva la sua luce di tutte le sere; e di cadere nelle braccia della mamma, che le disgrazie di Genoveffa di Brabante mi rendevano più cara, mentre i crimini di Golo mi facevano esaminare la mia propria coscienza con maggiori scrupoli.

[ traduzione di Orsola Puecher ]

1proust  2proust
3proust  4proust

 


César Franck Sonata in LA Maggiore per Violino e Pianoforte [1886]

Ma il primo, il famoso episodio della madeleine mescolata nel té, giustificherebbe l’asserzione che l’intero libro sia un monumento alla memoria involontaria e all’epica della sua azione. E’ l’intero mondo di Proust che esce da una tazza di tè e non soltanto Combray e la sua infanzia.

Samuel Beckett “Proust” 1931 [pag. 45]
trad. di Carlo Gallone, SugarCo, maggio 1978

cerchio

 
Mondo rotondo di Combray e dell’infanzia nell’occhio rotondo dorato della tazza di tè della zia, da dove escono intrecciati il tempo e lo spazio, vivi nella sensazione ritrovata. Vista rotonda dell’occhio monocolo della lanterna magica che oscilla e ruota e opera una diffrazione di tempo e spazio, in una visione panoramica circolare e vertiginosa.
 

Posizione centrale dell’occhio circondato dalle immagini turbinanti della lanterna magica riflesse sulle pareti della camera. Immobile nel suo letto il bambino, affascinato, si trova nel cuore dello spazio dipinto dalla luce, che gira attorno a lui: uno spazio che lo annega nelle immagini della sua sostanza colorata, nelle forme animate, nella loro voce, nelle sensazioni che suscitano.

 
 
Sotto l’impulso del movimento rotatorio le forme quadrangolari dei muri della camera da letto si trasformano in una vetrata continua e circolare. Gli angoli si cancellano per lasciare che la vertigine invada e trasformi tutto lo spazio. L’occhio e il corpo occupano la stessa posizione centrale, fulcro dell’inquietudine dove stanno in cerchio il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi.

Tutta la Recherche è un’estensione infinita della lanterna magica e del suo balletto inesauribile di mondi rotondi concentrici, di cui Proust è alternativamente il centro e la circonferenza.
Tutta la scrittura è forse una lanterna magica, una proiezione circolare di forme fugaci, irreali, continuamente mutevoli e sfuggenti

 
 
 
 
 
 
 

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NOTE [ talvolta molto ridondanti ]

 


  1. Lanterna magica adattata su un lume a petrolio
    [61 x 36]
    Illiers-Combray – Museo “Marcel Proust”
      []
  2. La leggenda della virtuosa, modesta e perseguitata Geneviève de Brabànt, protagonista delle lastrine della Lanterna Magica del piccolo Marcel e soggetto di numerose opere teatrali e musicali, da Madame de Staël a Schuman, Offenbach, fino a Erik Satie, rientra nel novero di quelle favole piene di delizioso terrore che si amavano raccontare ai bambini di un tempo, a monito ed esempio e per provocare qualche salutare e subito consolabile trauma infantile.
    Nella raccolta di Paul Boiteau Légendes pour les enfants, del 1857, quella di Geneviève, Comincia, minacciosamente, così

     

    Sachez bien, petits enfants, que vos pères et que vos mères ont pleuré en lisant autrefois l’histoire que vous allez lire, et qu’avant eux leurs parents avaient pleuré aussi.
     
    Sappiate bene, piccoli bambini, che i vostri padri e che le vostre madri hanno pianto leggendo una volta la storia che vi accingete a leggere, e che prima di essi anche i loro genitori avevano pianto.

     
    La fanciulla, figlia del re di Brabante vien data felicemente in isposa al paladino Sifroy, tutto pare filare per il suo verso, ma la valle di lacrime è pronta a esondare.
     

    Mais hélas ! il y a beaucoup d’épines pour une rose !
     
    Ma ahimè! ci sono molte spine per una rosa!

     
    Ecco che dalla Spagna arrivano i Saraceni e il Paladino viene richiamato da Carlo Martello. La poveretta resta sola e incautamente affidata al perfido intendente Golo, uno Jago invidioso che dapprima la tratta con rispetto, ma poi tenta di sedurla, proponendosi come sposo nel caso il Paladino morisse, e rifiutato, per vendicarsi, mette in giro la voce che lei sarebbe adultera con un tal Raimondo. La fa rinchiudere in una torre, dove nel frattempo darà alla luce il piccolo Bénoni e così il Paladino, ritornato e infuriato, non ci pensa due volte e ordina che lei e il figlio della colpa siano annegati. Golo, in un sussulto di pietà, la fa abbandonare nella foresta, dove i due reprobi sopravvivono nutriti da un cerva, nudi e selvaggi in una grotta.


    Per uno di quei casi, che non sono casi, durante una battuta di caccia Sifroy, insegue una cerva, che non può che essere la cerva nutrice.
     

    XXXIII
     
    Sifroy reconnaît Geneviève.

     
    Le palatin entre dans la forêt ; bientôt il aperçoit la biche qui était la nourrice de Bénoni ; effrayée par le cheval de Sifroy, la biche disparaît dans les fourrés. Sifroy, voyant un si beau gibier, s’élança sur ses traces, et la rejoignit au moment où elle se retirait dans la caverne de Geneviève. Sifroy allait lancer son javelot ; il aperçoit un fantôme de femme nue ; il s’arrête.
    Geneviève, interdite et défaillante, se jette à genoux et rassasie ses yeux du plaisir de voir son mari, qui ne la reconnaît pas. Toutefois, Sifroy, étonné de cette rencontre, la prie de s’approcher, et, sur sa demande, lui jette son manteau. Elle couvre sa nudité et s’approche.
    – Qui êtes-vous ? lui dit le comte.
    – Qui je suis ! une pauvre femme du Brabant que la nécessité a contrainte à se retirer dans ce désert. Je n’ai aucun autre asile. Il est vrai que j’étais mariée à un grand seigneur ; mais un soupçon qu’il eut trop légèrement le fit consentir à ma ruine et à celle d’un enfant qui n’avait pas reçu le jour dans le péché. Si les serviteurs qui avaient l’ordre de nous faire mourir avaient mis à exécuter cette sentence la précipitation qu’il avait mise à me condamner, je n’aurais pas, depuis sept longues années, vécu en cette solitude avec mon fils, sans autre nourriture que de l’eau et des racines. Je serais morte ; aussi bien nous allons mourir prochainement, mon fils et moi.
    – Mais, mon amie, fit le comte, dites-moi votre nom.
    — Geneviève.
    — Geneviève !
    A ces mots le comte se laissa tomber de cheval et courut l’embrasser.

     
    Sifroy riconosce Geneviève
     
    Il paladino entra nella foresta, presto vede la cerva che era la nutrice di Bénoni, spaventata dal cavallo di Sifroy, la cerva sparisce nelle fratte. Sifroy, vedendo una sì bella selvaggina, si lanciò sulle sue tracce, e la raggiunse nel momento in cui si ritirava nella caverna di Geneviève. Sifroy stava per scagliare il suo giavellotto, vede un fantasma di donna nuda e si ferma.
    Geneviève, interdetta e tremante, si getta in ginocchio e sazia i suoi occhi del piacere di vedere suo marito che non la riconosce. Tuttavia, Sifroy, stupito di questo incontro, la prega di avvicinarsi, e, interrogandola, le lancia il suo mantello. Lei copre la sua nudità e si avvicina.
    – Chi siete? le dice il conte.
    – Chi sono! una povera donna del Brabante che la necessità ha costretto a ritirarsi in questo deserto. Non ho nessun altro asilo. È vero che ero sposata a un grande signore, ma un sospetto che ebbe troppo leggermente gli fece acconsentire alla mia rovina e a quella di un bambino che non aveva ancora ricevuto il battesimo. Se i servitori che avevano l’ordine di farci morire avessero messo in atto questa sentenza con la precipitazione che aveva messo a condannarmi, non avrei, da sette lunghi anni, vissuto in questa solitudine con mio figlio, senza altro cibo che l’acqua e delle radici. Sarei mort e di certo presto moriremo, mio figlio e io.
    – Ma, amica mia, fece il conte, ditemi il vostro nome.
    – Geneviève..
    – Geneviève!
    A queste parole il conte si lasciò cadere da cavallo e corse a baciarla.

     
    Un immancabile lieto fine dove, però, il perfido Golo, nonostante la richiesta di grazia della piissima Geneviève, sarà condannato a essere squartato, braccia e gambe legate a quattro buoi e i resti divorati dai corvi… e vissero felici e contenti. []

  3. La parola *boniment, letteralmente, imbonimento, riferito a personaggi da fiera che propangandavano i loro spettacoli, o ciarlatani che vantavano le loro merci, è stato qui tradotto con didascalia, perché ai tempi dei primi spettacoli di immagini animate e del cinema muto, le bonimenteur de vues animées era una vera e propria figura professionale, che, insieme al pianista che dal vivo si occupava del commento musicale, leggeva o le scrittte che fra una scena e l’altra illustravano la trama, oppure, nel caso della lanterna magica, i librettini che accompagnavano le lastrine e descrivevano le varie fasi delle storie, spesso sinteticamente impresse anche sui vetrini stessi in un angolo. Traducendo le scritte in lingua originale nella lingua del paese in cui il film veniva proiettato, i bonimenteur facevano da tramite, come una sorta di doppiatori dal vivo ante litteram dell’interculturalità. []

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