Cosa accade ad un paesaggio quando muore

di Mariasole Ariot

L’assenza di rilievi montuosi e le nebbie
velano a volte gli occhi

F. Pusterla


Richard Strauss Metamorphosen [1944-45]


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mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Scipio Sighele e la psicologia della suggestione (in attesa di pubblicazione), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016) prose e poesie per Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Alfabeta2, e il brano Passato Presente nel numero 18 di Ulisse. Finalista al Concorso Poesia di Strada XVI, ha scritto musica e testo del brano In-versione per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Nel 2015 ha partecipato con tre opere (visibili attualmente nell'archivio on line) al progetto e alla mostra Descrizione del mondo – installazione collettiva di immagini suoni scritture (Unione Culturale Franco Antonicelli, Torino). Per Aragno Editore, collana I domani, verrà pubblicato nell'inverno 2016 il libro Anatomie della luce. Suona ilpianoforte, la chitarra, dipinge e fotografa. Interessata in particolar modo a tematiche riguardanti le istituzioni totali, la psicoanalisi, musica e le arti in genereale. 

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  7 comments for “Cosa accade ad un paesaggio quando muore

  1. 6 dicembre 2014 at 12:58

    La musica è bellissima. Le foto colpiscono molto, lasciano un forte senso di angoscia.
    Mi hai fatto pensare alla bellissima regione in cui sono nato, il Molise. Un piccolo paradiso assediato da torri eoliche, impianti a biomasse e discariche.
    Ciao

    • mariasole ariot
      7 dicembre 2014 at 14:56

      Grazie Michele. Sono felice tu abbia apprezzato. Ho anche visitato il tuo sito e il tuo Molise – complimenti per quel tuo raccontare attraverso le immagini.
      Di certo, stiamo riducendo questo tutto ad una discarica. Penso ad alcuni paesaggi del profondo nord, estoni, ad esempio. Oppure l’Islanda. A tutta quella bellezza dirompente, che dice il passato ma evidenzia ancor di più la deriva di altri luoghi, la direzione del cemento, del troppo. Si dovrebbe andare di sottrazione : togliere anziché aggiungere.

      • 8 dicembre 2014 at 10:56

        Grazie a te Mariasole.
        Purtroppo l’assenza di qualsiasi controllo sull’edilizia ha portato ad una distruzione quasi sistematica del paesaggio. Poche zone sono ancora relativamente contaminate e non certo per merito dei piani regolatori e degli amministratori locali.

        Guardando il tuo post mi è tornata alla mente una lucida analisi di Guido Crainz sulla speculazione edilizia nell’Italia del boom. Ti consiglio di leggerla. Si tratta del paragrafo “Case e cose” nel suo Il Paese mancato, edito da Donzelli (pp. 69-77).
        Ciao!

        • mariasole ariot
          8 dicembre 2014 at 17:44

          Un libro che ho portato all’esame di storia contemporanea qualche anno fa, caro Michele. Grazie del consiglio retroattivo!(sorrido)
          Crainz è un grandissimo storico. Anzi, consigliamo doppiamente a tutti di leggerlo. Non solo Il Paese mancato ma l’intera trilogia.

  2. Jules
    8 dicembre 2014 at 22:08

    Beh, questo però significa anche dimenticare la componente umana del paesaggio, considerarla solo un accessorio, ma soprattutto negare la bellezza e il fascino che possono suscitare rovine industriali, pale eoliche o linee ferroviarie. Impatto ambientale a parte, come può considerarsi morente un paesaggio che si trasforma e ci trasforma?

    • mariasole ariot
      8 dicembre 2014 at 23:02

      Sulla bellezza che può suscitare la rovina sono d’accordo con te, Jules. Idem per le pale eoliche – credo sia lo stesso motivo per cui ho scattato queste fotografie (bellezza che si annida ovunque).Eppure : “Paesaggio che muore” è inteso non solo nel senso di un paesaggio cancellato, ma di un paesaggio che si deforma, si sforma lasciando il posto ad altro, o frammentandosi, arrivando alla sua disintegrazione. Un paesaggio che schizza ovunque, che non ha bordo. Tu dici : qualcosa si trasforma, dunque non muore. Ecco, su questo non sono esattamente d’accordo : anche il morente, anche il morto trasforma e ci trasforma. Anche il cosa non c’è più, il cosa si sottrae, ciò che si liquefa.

  3. Jules
    9 dicembre 2014 at 16:42

    Capisco quello che intendi e ovviamente sono d’accordo, parafrasando Seneca: quel che è vivente è sempre morente. Solo che mi sembra tu sovrapponga l’antropizzazione del paesaggio alla sua disintegrazione e io non la vedo così, piuttosto che di sottrazione parlerei di addizione e piuttosto che cancellazione la definirei contaminazione, ma forse ho letto troppe volte il Terzo paesaggio di Clément… Ad ogni modo: belle foto!

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