Cosa accade ad un paesaggio quando muore

5 dicembre 2014
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

L’assenza di rilievi montuosi e le nebbie
velano a volte gli occhi

F. Pusterla


Richard Strauss Metamorphosen [1944-45]


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7 Responses to Cosa accade ad un paesaggio quando muore

  1. Michele il 6 dicembre 2014 alle 12:58

    La musica è bellissima. Le foto colpiscono molto, lasciano un forte senso di angoscia.
    Mi hai fatto pensare alla bellissima regione in cui sono nato, il Molise. Un piccolo paradiso assediato da torri eoliche, impianti a biomasse e discariche.
    Ciao

    • mariasole ariot il 7 dicembre 2014 alle 14:56

      Grazie Michele. Sono felice tu abbia apprezzato. Ho anche visitato il tuo sito e il tuo Molise – complimenti per quel tuo raccontare attraverso le immagini.
      Di certo, stiamo riducendo questo tutto ad una discarica. Penso ad alcuni paesaggi del profondo nord, estoni, ad esempio. Oppure l’Islanda. A tutta quella bellezza dirompente, che dice il passato ma evidenzia ancor di più la deriva di altri luoghi, la direzione del cemento, del troppo. Si dovrebbe andare di sottrazione : togliere anziché aggiungere.

      • Michele il 8 dicembre 2014 alle 10:56

        Grazie a te Mariasole.
        Purtroppo l’assenza di qualsiasi controllo sull’edilizia ha portato ad una distruzione quasi sistematica del paesaggio. Poche zone sono ancora relativamente contaminate e non certo per merito dei piani regolatori e degli amministratori locali.

        Guardando il tuo post mi è tornata alla mente una lucida analisi di Guido Crainz sulla speculazione edilizia nell’Italia del boom. Ti consiglio di leggerla. Si tratta del paragrafo “Case e cose” nel suo Il Paese mancato, edito da Donzelli (pp. 69-77).
        Ciao!

        • mariasole ariot il 8 dicembre 2014 alle 17:44

          Un libro che ho portato all’esame di storia contemporanea qualche anno fa, caro Michele. Grazie del consiglio retroattivo!(sorrido)
          Crainz è un grandissimo storico. Anzi, consigliamo doppiamente a tutti di leggerlo. Non solo Il Paese mancato ma l’intera trilogia.

  2. Jules il 8 dicembre 2014 alle 22:08

    Beh, questo però significa anche dimenticare la componente umana del paesaggio, considerarla solo un accessorio, ma soprattutto negare la bellezza e il fascino che possono suscitare rovine industriali, pale eoliche o linee ferroviarie. Impatto ambientale a parte, come può considerarsi morente un paesaggio che si trasforma e ci trasforma?

    • mariasole ariot il 8 dicembre 2014 alle 23:02

      Sulla bellezza che può suscitare la rovina sono d’accordo con te, Jules. Idem per le pale eoliche – credo sia lo stesso motivo per cui ho scattato queste fotografie (bellezza che si annida ovunque).Eppure : “Paesaggio che muore” è inteso non solo nel senso di un paesaggio cancellato, ma di un paesaggio che si deforma, si sforma lasciando il posto ad altro, o frammentandosi, arrivando alla sua disintegrazione. Un paesaggio che schizza ovunque, che non ha bordo. Tu dici : qualcosa si trasforma, dunque non muore. Ecco, su questo non sono esattamente d’accordo : anche il morente, anche il morto trasforma e ci trasforma. Anche il cosa non c’è più, il cosa si sottrae, ciò che si liquefa.

  3. Jules il 9 dicembre 2014 alle 16:42

    Capisco quello che intendi e ovviamente sono d’accordo, parafrasando Seneca: quel che è vivente è sempre morente. Solo che mi sembra tu sovrapponga l’antropizzazione del paesaggio alla sua disintegrazione e io non la vedo così, piuttosto che di sottrazione parlerei di addizione e piuttosto che cancellazione la definirei contaminazione, ma forse ho letto troppe volte il Terzo paesaggio di Clément… Ad ogni modo: belle foto!



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