Parole di terra

5 dicembre 2014
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Rahbi_013-PAROLE, COPERTINA med copiadi Pierre Rabhi

(dall’introduzione dell’autore a “Parole di Terra”, per gentile concessione dell’editore Pentagora)

Il personaggio di Tyemorò è nato dalla mia immaginazione e rappresenta tutto ciò che provo, in termini di amore, compassione e ammirazione, per i contadini autentici. Sono loro, al nord come al sud, quelli che impastano la terra che li ha impastati, e che spesso ne hanno incarnato la forza e il silenzio. Ora e ovunque, ne esprimono la sofferenza e l’abbandono. Questo racconto, anche se con tonalità africana, vorrebbe essere universale. Ecco perché né l’etnia Batifon né il suo territorio possono essere individuati su una carta geografica.

 

Dopo alcuni decenni nei quali la scienza e la tecnica hanno fatto credere di essere onnipotenti, il disincanto s’insinua e prende vigore. Tutta la frenesia chiassosa di questo secolo, tutte quelle orge in omaggio alla materia minerale a scapito di ciò che vive di sensibilità, d’intuito e di nervi, sembra concludersi con un immenso equivoco. Il mondo angosciato si frantuma. La barbarie è lì, in agguato nei cuori, così come la morte, sorniona e implacabile, è in agguato negli arsenali atomici. Ed è proprio questo uno dei grandi prodigi di cui l’umanità potrà gloriarsi: aver fatto il dono più grande e mostruoso alle forze della distruzione.

Forse la forma di questo racconto potrà sorprendere, ma il lettore non si faccia ingannare. Qui, sotto l’apparenza di una favola, si cerca di mettere in allerta ogni coscienza sulle violenze subdole commesse contro questa terra e, per la legge irrevocabile che ci lega a essa, contro noi stessi.

Questa iniziazione è tanto concreta quanto lo è la terra nutrice e, tuttavia, non può essere compresa fuori dalla dimensione spirituale che ne è la radice. Il nostro secolo di razionalità materialista, di pesantezza minerale, di sostanze tossiche sparpagliate ovunque, di scienza quasi del tutto asservita al profitto, ha colpito il mondo sensibile che costituisce l’involucro vivente e vitale del nostro pianeta. Sembra che il metro del sacro sia l’unico in grado di misurare l’ampiezza della nostra responsabilità. E con sacro, intendo quel sentimento umile nel quale la gratitudine, la conoscenza, la meraviglia, il rispetto e il mistero si alleano per ispirare le nostre azioni, illuminarle e fare di noi degli esseri ben presenti al mondo, ma liberi dalle vanità e dall’arroganza che rivelano non tanto la nostra forza quanto le nostre angosce e fragilità.

Parole di terra vorrebbe perciò essere un piccolo contributo alla fondamentale causa della sopravvivenza alimentare degli esseri umani, dovunque sia minacciata. Queste parole vorrebbero anche essere un pretesto per tornare a meditare sulla fertilità della terra e sul patto nuovo e vitale che dobbiamo stabilire con lei.

Si tratta di una realtà oggettiva, concreta e vivente, legata a un’esperienza reale dove i problemi riguardano ciascun essere umano, perché si tratta della terra nutrice, della terra madre, alla quale dobbiamo la nostra vita e la nostra sopravvivenza.

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