«Se sono stato chiaro, vuol dire che mi sono spiegato male»: il gatto di Philippe Forest

15 dicembre 2014
Pubblicato da
Philippe Forest, Il gatto di Schrödinger, Del Vecchio Editore, 2014

Philippe Forest, Il gatto di Schrödinger, Del Vecchio Editore, 2014

di: Francesca Fiorletta

Il paradosso del gatto di Schrödinger è definito un “esperimento concettuale”, cioè un esperimento sostanzialmente impraticabile, in natura, ideato e messo a punto nel 1935 per suffragare alcune tesi specifiche della meccanica quantistica.
Brevemente, l’esperimento consisterebbe nel posizionare un gatto in una scatola, dotata di un sofisticato quanto triviale marchingegno, che sprigionerebbe via via delle sostanze più o meno letali per il gatto stesso. Ecco, Schrödinger è arrivato a “dimostrare”, col suo paradosso, che c’è un momento esatto durante la prova, c’è un punto esatto lungo la scatola, in cui il gatto sarebbe contemporaneamente sia morto che vivo, secondo i crismi più dettagliati della meccanica quantistica, ovviamente.
Questo esperimento paradossale, evidentemente, ha molto affascinato Philippe Forest, che da sempre fonda la sua scrittura pragmatica sulla rincorsa di spazio e tempo, sulla rimeditazione continua e imperitura di un unico spazio, di un unico tempo, sulla ricorsività immediata e immateriale di quella che, a ben guardare, può essere considerata l’antinomia ultima, che sta alla base di tutte le ossessioni del genere umano: la vita e la morte.
Ecco, dunque, come il nostro autore si confessa ai suoi lettori, nel modo che da sempre gli è più congeniale:

Mi sono messo a guardare tutto con altri occhi. La cosa durava da anni. Tutte le figure fantastiche che un simile teatro può generare mi erano diventate familiari. Raccontavo a me stesso le loro storie nel buio. Come quel bambino di cui parlavo e che, mi rendevo conto, non avevo smesso di essere.
Prima o poi, arriva nella vita di tutti il momento in cui si aprono gli occhi nel buio e s’inizia a provare inquietudine per ciò che si vede davanti a sé, perché di colpo ci si accorge che tutto quello che si pensava di sapere deve essere riformulato a partire da nulla. Una visione improvvisa viene a farci visita. Il più delle volte straordinariamente fugace. Il tempo di un batter d’occhi. Quando le palpebre si abbassano e di colpo il pesante sipario di niente che sta dietro al mondo sembra venire in primo piano e coprire tutto il resto.
Ma parlo in maniera troppo enfatica. È tutto molto più semplice. Ci si ritrova lì con il buio della notte davanti. Ed è allora che torna il tempo delle questioni essenziali.

Meno enfasi, più (apparente?) semplicità.
Così Forest costruisce questo splendido romanzo, di oltre trecento pagine, che coprono la durata complessiva di non più di tre giorni, notti comprese, notti e giorni in cui, fondamentalmente, non succede proprio niente.
Niente, se non lo svago dialogico dei pensieri più intimi e molesti; niente, se non l’osservazione meticolosa di se stessi e la tentata percezione del reale che ricopre il mondo, proprio come una coltre, insieme pesante e leggera, sonnolenta e meccanica, proprio come il buio pesto della notte che avvolge in modo indistinguibile un gatto nero, diluendone all’infinito i contorni, fugandone, forse per sempre, ogni sorta di studiata specificità.
Questo succede, allora, anche alla scrittura stessa di Philippe Forest, questo succede ai suoi ricordi più dolorosi, al dramma pluri decennale della prematura scomparsa di una figlia che, così bene, l’autore aveva tratteggiato, sotto una luce efebica e chirurgica insieme, in quel romanzo straziante e profondissimo che è Tutti i bambini tranne uno (Alet, 2005).
Ne Il gatto di Schrödinger, allora, troviamo un autore, prima di tutto, troviamo un uomo, chiuso in una casa di campagna, che cerca di osservare un gatto nero immerso nel buio, cerca di catturarlo, di estorcergli la vita, di strapparlo alla morte, all’oblio; cerca, con quel gatto, di riappropriarsi di una qualche prospettiva scientifica che abbracci le cose del mondo, di un qualche lugubre paradosso che risulti salvifico per la sua mente e per il suo corpo spezzato, per il suo corpo indolenzito dal passato che sempre ritorna, il suo corpo non ancora completamente riabilitato al presente progressivo che pure sembra pararglisi davanti, proprio come fosse una sorta di scatola meccanica da esperimenti.
Sarà lui stesso, quel gatto nero nascosto nel buio?
L’esperimento (narrativo?) di Philippe Forest risulta, quindi, palesemente genuino, profondamente paradossale, vivo, morto e autentico allo stesso tempo, e in ogni spazio o raggio d’azione.

Nessuna “prima volta”, quindi.
Anche se quando si racconta si possono tranquillamente inventare di sana pianta tutte le favole che si vuole, tanto poi loro, autonomamente, comunque sia, assumono la forma che hanno tutte le altre. Con un inizio, un centro, una fine. Un senso. In modo che chiunque ci si ritrovi.
Ecco perché si può raccontare tutto come si vuole. Avviene qualcosa (di enorme o di insignificante) a partire da cui, con il senso che si desidera darle e una forma adeguata, si recita quasi da sola qualunque storia, che comprende tutte le altre.
Eppure la vita, in sé, non ha né capo né coda. A volte le cose finiscono dall’inizio. E allora non c’è poi da stupirsi se cominciano dalla fine. O dal centro. Qualunque momento può prendere il posto di qualunque altro. Intorno a un certo fatto, si può far iniziare e far finire quando si vuole un racconto, attribuendogli l’estensione che si preferisce, riducendolo per fargli assumere le proporzioni di una sola scena (un gatto in un giardino una sera) o estendendolo in modo che venga a contenere tutto ciò che da sempre si recita e rappresenta sul palcoscenico del tempo. E se si vuole ancora di più: dal momento impensabile in cui il mondo uscì dal nulla fino al momento non meno impensabile in cui, forse, ci ritornerà.

Philippe Forest, Il gatto di Schrödinger, Del Vecchio Editore, 2014

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12 Responses to «Se sono stato chiaro, vuol dire che mi sono spiegato male»: il gatto di Philippe Forest

  1. sparz il 15 dicembre 2014 alle 15:06

    cara Francesca, da quanto dici il romanzo di Forest sembra bello e affascinante. Mi tocca di dire che avresti potuto risparmiarti quella supposta descrizione iniziale del cosiddetto paradosso di Schrödinger, che è tutt’altro da quello che dici tu. Ma forse non è importante ai fini della valutazione del romanzo. Ciao.

  2. francesca fiorletta il 15 dicembre 2014 alle 15:15

    sparz, se hai una definizione migliore la aggiungeresti, se ti va?
    perché dal libro questo ho capito, e anche cercando di reperire spiegazioni altrove. ma questo è un problema mio, che non ho affatto una mente scientifica :)
    merci!

  3. francesca fiorletta il 15 dicembre 2014 alle 15:25

    (comunque no, non credo il dato tecnico infici in alcun modo quello letterario, su questo sono pronta a giurare :) )

    • francesca fiorletta il 16 dicembre 2014 alle 08:22

      grazie h!
      uhm, no, cioè, in realtà il paradosso di cui parla il libro è narrativamente diverso, o meglio, credo che riguardi una delle ipotesi sulle conseguenze del paradosso originario.
      più tardi copio il testo, direttamente. (se vi fidate, è davvero congruente con il mio riassunto di inizio pezzo)

      comunque la fisica è una gran cosa!
      :)

      • [h] il 16 dicembre 2014 alle 09:08

        “Richard Feynman, presentando in un convegno i propri ultimi lavori nell’ambito della fisica delle particelle, annuncia un risultato nuovo e sorprendente. Dopo l’esposizione, uno degli uditori gli chiede: “Dick, questo risultato è molto bello, ma l’hai dimostrato?”. E Feynman ribatte: “Perché vuoi che lo dimostri, se so che è vero?””.

        La velocità dell’ombra, Jean-Marc Lévy-Leblond

        • francesca fiorletta il 16 dicembre 2014 alle 15:05

          :)

  4. francesca fiorletta il 16 dicembre 2014 alle 15:05

    “Si tratta di un esperimento concettuale di cui nessuno, e meno di chiunque altro l’uomo che l’ha ideato, ha mai seriamente pensato potesse venir realizzato, in questa forma per lo meno. Si chiude un gatto in una scatola mettendogli di fianco un meccanismo piuttosto crudele. Ovvero un dispositivo concepito in modo che la disintegrazione di un atomo determini l’emissione di una particella (rilevabile da un contatore Geiger in grado di registrare la presenza di una fonte radioattiva) che comporti la caduta di un martelletto su una fiala di vetro contenente un veleno fulminante la cui evaporazione nello spazio nel quale è stato isolato fa istantaneamente passare l’animale dalla vita alla morte. Non mi diffondo sul carattere barocco di un simile marchingegno, da cui deriverebbe secondo i più il fascino che ha esercitato. L’essenziale è altrove. Il principio dell’operazione si può esporre in maniera abbastanza semplice: se nell’arco di tempo in cui si svolge l’esperimento l’atomo si disintegra, il gatto muore; se al contrario l’atomo non si disintegra, il gatto resta vivo. Solo che, per l’appunto, la natura del fenomeno così studiato fa sì che il quadro di partenza si complichi in modo piuttosto serio: invece di escludersi l’un l’altra, le due ipotesi vanno in realtà considerate come contemporaneamente in atto nella situazione presa in esame. Finché l’operazione dura e l’osservatore non la interrompe, bisogna supporre nello stesso tempo che l’atomo si è e non si è disintegrato, che il gatto è morto ed è vivo.”
    P.F., capitolo 1.

    • RobySan il 17 dicembre 2014 alle 15:30

      Chi è l’osservatore? L’osservatore è il contatore Geiger che rivela la particella. L’uomo che apre la scatola è un osservatore a osservazione (quantistica) conclusa: è un sistema macroscopico che interagisce con un altro sistema macroscopico (“Toh, è morto il gatto!”). Nel frattempo, questo osservatore “macroscopico”, non può supporre un bel nulla.

      • francesca fiorletta il 17 dicembre 2014 alle 16:15

        o essendo fuori da quel sistema macroscopico, non percepisce la morte del gatto.

        (chiedo venia ai fisici.)

  5. davide orecchio il 16 dicembre 2014 alle 15:24

    Ho trovato nel potente archivio di NI una doppia intervista a Forest (di Linnio Accorroni):
    https://www.nazioneindiana.com/2006/12/11/due-interviste-a-philippe-forest/

    «Sono convinto che a ciascuno di noi almeno una esperienza – e per qualcuno può essere soltanto una – ci è assegnata dalla vita. È a partire da quella esperienza che noi percepiamo tutto il resto della nostra esistenza. Tra la maggior parte degli scrittori, si può rintracciare questa esperienza da quell’insieme da cui la loro opera è uscita. Io ho scritto dopo l’avvenimento di cui ho parlato in “Tutti i bambini tranne uno”, ma ho provato a farlo ogni volta in una maniera nuova al fine di non lasciar svanire quella verità che mi era stata confidata».

    • francesca fiorletta il 16 dicembre 2014 alle 15:58

      sì, Davide, che meraviglia. Anche durante l’incontro di Più Libri Più Liberi, a Roma, ha riconfermato l’importanza di quell’esperienza, in modo commovente.



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