Essendo il dentro un fuori infinito #4

23 dicembre 2014
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

 

Il carico di rottura di una ragnatela è confrontabile a quello dell’acciaio. Differisce solo per densità.
Nella caduta l’animale sputa il filo che lo porta al punto del desiderio,
poi risale alla partenza, avanza di un passo,
cade nuovamente e ricomincia. Ha le zampe a pettine, unisce i fili come fossero mani : crea una rete,
costruisce una casa. E’ una trappola.

ragnatela

Emma ha un tappeto di chiodi dietro la schiena. Si dimena, tiene la mano destra a fasciare il polso sinistro, il polso stringe un libro, sul dorso c’è una croce, muove le labbra a forma di singhiozzo e non esce che una bava a protezione : tace come tutto tace qui dentro. L’aria è di muffa, ma ora i soffitti si sono alzati, le luci bianche per innaffiare le teste e i pochi pensieri che restano: i residui sono senza porta, le docce sono fredde.

Hanno sequestrato ogni laccio, ogni strumento allungato, e noi accomodiamo, diamo i nostri legami, le nostre impronte, le dimensioni allungate. Quando Emma dorme l’intera aula, l’aula diventa un lamento : i suoi mugulare sono segni, cordoncini da portare al collo, ci legano i piedi, le mani, la testa al cuscino per non sentire. Emma chiama una madre e la madre non parla.

L’ho sentita agitarsi a voce tre volte : per un no : per annuire : per infliggere un ricordo. Crocefigge il suo crocefisso trenta volte, e poi di nuovo fino a che non dispera. Dall’alto di questa torretta s’intravede un ristoro : un alto pianeta sospeso nel vuoto in cui tutti sono serviti a festa, mangiano e non sono traghettatori, li guardiamo come cani alla ringhiera : dammi il tuo pasto, dice un dire in sottofondo.

Ma quelli stridono, alzano le spalle con misericordia. Restano a guardare il circo che si muove in uno strano balletto, ci allunghiamo, piroettiamo sugli eventi invisibili. Perché qui  non accade nulla se non il contrario dell’avanzare. Siamo erranti ma senza sorpresa.

Poi le asciugano le vesti, la cambiano forzando il braccio, dicono ad Emma : staccati, sciocchina, ma lei è incollata alla lingua del corpo, non si attorciglia, resta fissa, immobile come un preludio che non prevede esecuzione. Nel resto del giorno non si muove nulla. Pochi struscii di piedi, un ronzio di termosifoni, un tonfo di caduta, un’anestesia.
Qui dentro non è come allora : il silenzio ha preso possesso del primo piano e del secondo come unica forma di comunicazione possibile. L’indice scorre davanti alla bocca, ne fessura le orizzontali tranciandole in quattro parti, dice che non è dato parlare pena una nuova mescolanza, poi annuncia : attento, nessun allarme, attento.

I gangli sono chiusi in una sola massa.
Ho nascosto il sacco ovigero nel buco del materasso : figlieranno i ragni lupo, il filare li contiene, Emma precipita in caduta libera da un desiderio all’altro, sputa dove lo sputo è ancora invisibile, mi restituisce una tana.

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Dopo il nidificare delle uova è tutta polvere. La candeggina non lava i segni delle putrefazioni : il cibo morto, le catenelle, le sedie rotte, i posaceneri anneriti degli anni dei figli dei figli dei figli, la candeggina che lava e sfrega e ancora cerca e lava e sfrega e cerca, le saponette ruvide, le spugne usurate, e stride, e lava, e frega e non leva e non ci lava e non ci quieta e non ci addobba e non ci toglie e non ci smuove non si accoda non ci abbaglia.

Ci ritroviamo a tarda notte appaiate a due a due. Un segno indica una porta e non lo seguo, svengo come un animale dopo il digiuno, la testa si trasforma in carne da macello. Emma lamenta per me : è giovane, prende il mio posto. Le lascio una bocca per urlare il mio urlo, si prende tutto il tempo, il sipario, tutta la notte che fila e non ci tesse.

***

Il tappeto  di spine è ancora a terra. Emma si muove ed è notte, d’improvviso cade e si trafigge. Resta il bianco. Nessun sangue ma  liquido che le esce dagli occhi e dice basta – se basta è il colore del niente, della fine delle attese o del continuo.Le raccolgono la testa, la puliscono dalle rime di stagione : le scrostano il passato, lei non si addenta. Resta il bianco, l’insufficienza in forma di vuoto. Mi alzo, raccolgo i fili, proteggo le sue uova.

Cosa sono le affezioni, madre? Cosa significa affettare, costruire affetti per ripararsi la schiena?

Sono rientrata da poco dalla zona fredda. Lì il fumo impregna le vesti, mi circonda. So che non fumerò più, che non avrò più parte in questa parte. Hanno trovato Emma distesa sulla coperta,  tutto era bianco :  non ho mai visto tanto silenzio in una bambina.
Ti aspetto con cura, mi riassetto per dare forma all’oscuro. Per questo
ora mi spargo sulle cose vive :  per amore delle nascite, per non fare dello straniero una brodaglia che ci beviamo a sera.
Scrivimi senza timore. So che i tuoi campi sono sterminati.
Rispondimi anche se non hai nulla da dirmi.

****

Da quanto vige la tua legge, Emma? Da quanto i morticini restano bianchi? Dove sono i figli che avevo conservato?
La traccia dei condannati mi fa da addio. Rispondimi : hai tutto il nulla da dirmi.

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11 Responses to Essendo il dentro un fuori infinito #4

  1. filippo Tuena il 23 dicembre 2014 alle 10:45

    Commento con un certo pudore cose di questo tenore e di solito privatamente all’autrice o a poche altre persone. Ma al quarto step di questa discesa agli Inferi orizzontali, dico che sta facendo un lavoro superbo e che molti come me ne sono ammirati. Insomma, si percorrono queste stanze in punta di piedi.

    • mariasole il 24 dicembre 2014 alle 21:05

      E io – con pudore o in punta di piedi – ti ringrazio, Filippo.

  2. francesco borrasso il 23 dicembre 2014 alle 11:11

    Come già ho affermato, le parole della Ariot sembrano sporcate, bagnate nel fango e asciugate al sole; da quello che scrive non esiste distacco, chi legge viene trascinato; questo itinerario della mente e del corpo, per me, è superbo.

  3. pete il 23 dicembre 2014 alle 11:42

    maman, louise bourgeois, ma anche manierismo horror

    • mariasole ariot il 23 dicembre 2014 alle 20:02

      Pete, purtroppo l’horror – quel tipo di orrore, esiste al di là di ogni manierismo : non apparecchiato, nudo, senza filtro. In quanto tale, quasi indicibile.

      E’ però sconcertante – ma al contempo indicativo, che “manierismo” si usi anche nella terminologia psichiatrica. Leggo che per L. Binswanger il manierismo (tra le forme che considera di “esistenza mancata”) è “uno stile di vita dove il soggetto segue ora questo ora quell’altro modello offertogli dagli altri, adottando le maniere ora di questo “mondo” ora di un altro. Al posto di una vera e propria maturazione della propria ipseità, si presenta un rispecchiamento di se stesso nello specchio dell’uno o dell’altro “mondo”.
      E ancora : manierismo come : sintomo psichiatrico che riguarda la gesticolazione, il portamento e il modo di esprimersi, che diventano innaturali, affettati e spesso stereotipati;

      Ecco, questa lettura sembrerebbe cancellerebbe la singolarità e la soggettività dell’altro riducendolo ad un soggetto che si muove nella mimesi, che – camaleontico – diventa o prende la forma di quello a cui si appoggia. Io credo nell’esatto opposto. Forse è la medicalizzazione spinta a portare alla ripetitività, alla stereotipizzazione. Al contrario, penso che la spinta di chi vive nel fondo o all’interno delle istituzioni totali sia quella propria dell’urlo che distrugge (o tenta di distruggere) ogni forma di manierismo, che fa calare la messa in scena – o perché ne esce (dalla scena) o perché lotta per rientrarci.

      • pete il 23 dicembre 2014 alle 21:26

        ariot, a volte l’indicibile si arena sul già detto – di qui il manierismo ; non metto in dubbio la realtà delle fonti, è la resa formale che, a mio avviso, fa davvero troppo “nido del cuculo” :”Hanno trovato Emma distesa sulla coperta, tutto era bianco : non ho mai visto tanto silenzio in una bambina.
        Ti aspetto con cura, mi riassetto per dare forma all’oscuro.” e qui viriamo al fantasy-

        buon lavoro, ad ogni modo

        • helena janeczek il 25 dicembre 2014 alle 00:25

          fantasy?!?

          • mariasole il 25 dicembre 2014 alle 20:37

            La “virata nel fantasy” in effetti sfugge anche a me…

  4. mario schiavone il 23 dicembre 2014 alle 12:44

    Un testo che vive di una potenza propria inaudita, impressionante.
    Forza MariaSole, continua così. Dacci dentro, perché scrivere è creare. E tu in queste creazioni hai il tocco di una dea.

  5. orsola puecher il 26 dicembre 2014 alle 09:40

    Cosa sono le affezioni, madre? Cosa significa affettare, costruire affetti per ripararsi la schiena?
     
    *affettati dall’affetto – affetti d’affetto
     


     
    E la lama che gira e affetta ipnotica
    con quel soffio metallico sziiiiin
    attira a sfiorare con un dito
    il suo disco lucente.
     

     
    ,\\’

    • mariasole ariot il 27 dicembre 2014 alle 13:37

      Vero, Orsola. Ricordo da piccina quando mio padre nel suo laboratorio usava la sega circolare. E io restavo lì, immobile a guardare – poi avvicinavo il dito, sempre più vicino per sentire quel brivido. Poi scappavo veloce, come se il dito fosse già stato affettato.

      E poi, come tu dici: affettati dall’affetto : quando il troppo, l’eccesso, diventa quasi il suo contrario. Quando divora



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