Gli invisibili

31 dicembre 2014
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Chi troppo, chi niente

intervista a Emanuele Ferragina

autore di La maggioranza invisibile

 a cura di Paolo Bosso

 In Italia ci sono 25 milioni di persone che nutrono l’economia italiana senza essere riconosciute. Sono immigrati, pensionati poveri, disoccupati, precari e neet (Not in Education, Employment or Training). Cinque categorie sociali ora bersagliate ora coccolate dalla propaganda politica. Cinque classi che insieme formano un’unica “maggioranza invisibile”, termine coniato da Emanuele Ferragina nel suo ultimo libro, La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina nasce a Catanzaro nel 1983, studia scienze politiche a Torino e si forma in giro per l’Europa tra Bordeaux, Parigi e un dottorato all’Università di Oxford dov’è attualmente lecturer nel dipartimento di Politiche Sociali. È un politologo, editorialista del Fatto quotidiano e membro della Fonderia Oxford, laboratorio politico formato da accademici italiani accomunati, si legge sul sito, «da un forte legame con l’Italia e dalla voglia di continuare a crescere (e magari tornare) in un paese più giusto, libero ed eguale».

La maggioranza invisibile è il suo secondo libro, con un lungo sottotitolo ad uso e consumo immediato: chi sono gli italiani per i quali la politica non fa nulla, e come potrebbero cambiare davvero l’Italia. In realtà è un testo a quattro mani realizzato insieme al collega connazionale Alessandro Arrigoni, anche lui ricercatore di Oxford.

Ferragina e Arrigoni utilizzano lo strumento concettuale della maggioranza invisibile per racchiudere unitariamente cinque classi sociali in conflitto. In questo scenario politico la distinzione tra destra e sinistra, secondo i giovani politologi, è prettamente nominale: la prima sarebbe noliberista, la seconda garantista, salvo poi annullarsi in una specie di socialismo blairesco da “Terza via”, figlio della Tatcher, che persegue indistintamente austerity e taglio del costo del lavoro. Una politica economica che in Italia va avanti da almeno trent’anni, con un’accelerata dopo Tangentopoli, che ha portato alla creazione di una maggioranza invisibile che secondo i calcoli di Ferragina e Arrigoni è fatta da 25 milioni di italiani, la metà del corpo elettorale. Il guaio è che non si tratta di operai uniti nella lotta ma immigrati, pensionati, precari, disoccupati e depressi che il più delle volte se le danno di santa ragione tra loro. Una grossa fetta della popolazione italiana che non può contare su assunzione e assistenza sociale e nello stesso tempo conta moltissimo per l’economia a basso costo.

La maggioranza invisibile, che riprende in un senso politicamente invertito la “maggioranza silenziosa” conservatrice che Nixon incitava a votare a favore della guerra in Vietnam, è praticamente il nuovo proletariato, con la differenza che siamo di fronte a frammenti sconclusionati di difficile se non impossibile rappresentanza. Nelle elezioni politiche del 2013 il MoVimento 5 Stelle è riuscito a raccogliere le istanze di questa classe liquida, salvo poi disperderla in una propaganda isterica.

La maggioranza invisibile è un libro di analisi elettorale italiana con elementi di storia del fordismo. Ti spiega come la polarità berlusconiana-antiberlusconiana ha rispecchiato una polarità culturale più che politica, nascondendo una natura economica unitaria che piuttosto che essere senza ideologie è semmai guidata dall’unica ideologia sopravvissuta alla crisi energetica del ’73 e alla caduta del Muro dell’89, quella neoliberista e monetarista, ossessionata dalle privatizzazioni e dal taglio del costo del lavoro. Ti racconta l’importanza del welfare state, della redistribuzione, del lavoro ben pagato e del potere di negoziazione contrattuale. Al centro un mostro informe che se soltanto si riuscisse a compattare e a essere solidale prima di tutto con se stesso determinerebbe grossi cambiamenti. Maggioranza invisibile, si legge alla fine del libro, è «profitto che finisce sempre nelle tasche di qualun altro», «ricerca vana di un asilo, è scelta fra la carriera e l’avere un bambino», «è studio non riconosciuto, è lavoro in un call center a 370 euro al mese, è figli a carico sostenuti a stento».

3067642-9788817076845Emanuele, per chi hai scritto questo libro?

«L’ambizione è quella di parlare direttamente alla maggioranza invisibile. Un’ambizione difficile da realizzare, perciò questo libro è scritto in realtà per tutti quelli che cominciano a rendersi conto che in questo paese c’è un segmento importante della popolazione che non viene rappresentato dalle strutture politiche e che stenta a riconoscersi come classe svantaggiata».

La sua maggioranza invisibile più che la “maggioranza silenziosa” di Nixon mi ricorda la categoria degli “inesistenti” del filosofo francese Alain Badiou, un termine che raggruppa manifestanti e rivoltosi di tutto il mondo. Gli inesistenti sono persone «assenti dal senso e dalle decisioni sull’avvenire del mondo» (A. Badiou, Il risveglio della storia). Sono inesistenti finché qualcosa, per esempio in Tunisia all’inizio del 2011 l’aumento repentino del prezzo del pane, non li faccia esistere improvvisamente. Come la maggioranza invisibile, gli inesistenti di Badiou sono una categoria eterogenea: i popoli della Primavera Araba, i riot di Londra, Occupy Hong Kong e Wall Street, gli indignados spagnoli, perfino i cittadini messicani di Iguala scesi in strada per chiedere giustizia sugli studenti uccisi dal sindaco. Quando gli inesistenti “vengono all’esistenza” però, osserva Badiou, non determinano una rivoluzione, basta vedere dov’è finita la Primavera Araba. Piuttosto accadono due cose che possono presagire una rivoluzione: un’intensificazione dell’energia soggettiva, ovvero la gente si sente indispensabile, e una localizzazione, le persone si radunano spontaneamente, per esempio in una piazza (Tahrir in Egitto e Taksim in Turchia) che diventa il simbolo della rivolta.

La tua maggioranza invisibile si riferisce all’Italia, mentre gli inesistenti di Badiou si basano su una politica di emancipazione universale. Però l’elemento in comune c’è: un gruppo eterogeneo di persone che non è contato dalla società, pur contando parecchio per l’economia, e che quando si fa sentire fa accedere qualcosa di importante. Che affinità c’è secondo te tra gli inesistenti e gli invisibili?

«Inannzitutto si parla di una consapevolezza che non è soltanto individuale ma collettiva. Il mio libro si chiude con un’immagine: le ideologie servono ancora. Stiamo parlando dell’unione di un’esperienza individuale con una collettiva. Il punto è che soltanto il risveglio da questa cecità diffusa, la cecità di Saramago, quella di ciechi che non vogliono vedere, può portare a una nuova forma di proposta politica o quantomeno a una nuova movimentazione sociale. Inesistenti e invisibili sono simili sotto questo punto di vista. Probabilmente, la differenza si gioca nel momento in cui le figure soggettive si ancorano a processi specifici che li determinano come tali. Per l’Italia, rispetto agli inesistenti del mondo, si tratta di un welfare state che non protegge e di un sistema economico che non funziona. Il passaggio difficile del libro è come si possa arrivare ad un’attivazione di queste persone. Ciò può accadere, come dice Badiou, con un’”attivazione soggettiva”, sentirsi indispensabili, oppure con un meccanismo collettivo di risveglio delle coscienze. Ricapitolando, per rendere visibili gli invisibili o gli inesistenti c’è bisogno, da un lato, di un meccanismo collettivo che genera un nuovo movimento politico, dall’altro un’attivazione soggettiva, un risveglio delle coscienze. Possono delle coscienze svegliarsi individualmente?, ho i miei dubbi. Penso che le coscienze si svegliano soltanto all’interno di un movimento collettivo. La discrasia tra pensiero filosofico e scientifico-politico è interessante, ma questo libro non fa questo confronto, si sofferma soltanto sui meccanismi di produzione sociale ed economica».

Ho trovato sorprendente la tua inclusione delle badanti immigrate nel welfare invisibile. Ma il welfare italiano non era prettamente familiare?

«L’inefficacia dello Stato si scarica sulle nonne e le mogli, questo è il welfare invisibile. Oggi, con la donna che lavora di più e le risorse che scarseggiano, si è inceppato il meccanismo con il quale le famiglie sopperiscono alle deficienze del mercato. Così è arrivato un altro welfare invisibile, quello delle persone che a basso costo assumono questo tipo di funzioni. In termini economici: poiché non ci sono servizi che ti permettono di esternalizzare, le famiglie italiane internalizzano prendendo una persona migrante che si occupa di servizi di cura. La maggioranza invisibile è composta da cinque categorie: disoccupati, precari, neet, migranti e pensionati poveri. Quello che è interessante notare osservando il funzionamento del welfare invisibile è il legame che si viene a creare tra queste cinque classi eterogenee. Di solito precari, disoccupati e neet vengono messi insieme dal mercato del lavoro, gli ultimi due no. In realtà, guardando a una badante immigrata salta agli occhi la sua uniformità rispetto alle altre quattro categorie, basti pensare ai diritti sociali non adeguati e alle retribuzioni irrisorie senza alcuna protezione sociale. Ecco dei pezzi di maggioranza invisibile che entrano in contatto tra loro, una badante che fa il lavoro che prima era di giurisdizione esclusivamente familiare».

La tua soluzione alla crisi di rappresentanza sindacale in Italia è una “continentale dei sindacati”. Come si fa a rendere più uniti i sindacati italiani, magari portando le loro istanze in tutta l’Europa?

«In primo luogo devi avere un vero mercato del lavoro europeo, che ancora non esiste. In secondo luogo dei benefit sociali europei: dobbiamo creare un’intelaiatura minima di protezione sociale, solo a quel punto si potrebbe avere uno sviluppo “europeo” dei sindacati italiani. Dobbiamo interpretare e utilizzare il sindacato in maniera molto diversa da come facciamo attualmente. I sindacati in Europa proteggono, o meglio proteggevano i contratti di lavoro di persone molto diverse, e questa è la ragione principale per cui non hanno mai avuto uno sviluppo continentale, concentrati come sono sui meccanismi economici di ciascun paese. Se invece pensi a un sindacato più universalista, che difende servizi pubblici e principi universali di ciascun cittadino piuttosto che un gruppo secondario che si occupa di difendere i contratti, allora è molto più facile pensare a rappresentanze sindacali europee. I sindacati stanno iniziando a rendersi conto che rimanendo chiusi nei loro paesi hanno favorito meccanismi che hanno svantaggiato i più poveri, la maggioranza invisibile. È solo partendo dalla rappresentazione europea di questa maggioranza che si può spezzare questo gioco. È difficile prevedere se l’Europa in futuro farà riforme sociali redistributive prima che si sfasci tutto, sicuramente sarà sulla base di questa redistribuzione che potrebbe innestarsi una rappresentazione sociale o sindacale diversa. Certo sono processi lunghi, ma sicuramente rappresentano l’unica strada del sindacato per avere un futuro: giocare su ammortizzatori sociali universali da applicare quantonemo su scala europea, altrimenti il sindacato così com’è muore».

Lentamente, sotto gettoni telefonici e rullini fotografici.

«E nell’incapacità di comprendere qual è il nuovo ruolo storico che deve assumere».

Nel libro affermi che una delle chiavi per una riforma del lavoro che guarda al lavoratore è nel superamento del “dogma lavorista”, la necessità di difendere la piena occupazione. Ma non è un intervento che favorirebbe proprio l’economia neoliberalista?

«Attenzione, dire che bisogna superare il dogma lavorista, che è finito il mondo del “lavoro per la vita”, non è nel senso in cui lo ha sostenuto Monti, non significa che da domani la gente non lavorerà più, ma significa che vedrà sempre meno lavoro formale, quello dalle nove alle cinque con una protezione sociale standard. Le cose non stanno più così da un pezzo. Quello che cerco di spiegare ogni volta che sostengo di superare questo dogma è che il problema oggi non è proteggere il lavoro con il suo contratto quanto proteggere il lavoratore, la persona. In realtà sia il neoliberismo latente di Renzi che il lavorismo della Camusso sono simili, accomunati dall’idea che soltanto attraverso il lavoro formale si può produrre ricchezza. Se non si riesce a scardinare il dogma lavorista e a far entrare idee come la produttività sociale, il riconoscimento dell’economia informale, il welfare invisibile, non riusciremo mai a lottare per la protezione sociale degli individui.  Fortunatamente questo discorso è meglio recepito dai giovani che non conosceranno mai il mondo del lavoro formale, mentre gli altri faticano e arrancano di fronte a questa nuova visione».

Nel libro affermi che nelle elezioni del 2013 il MoVimento 5 Stelle è riuscito a richiamare a sé la maggioranza invisibile, sembrava a un certo punto che la potesse rappresentare, ma le cose non sono andate così, non avendo una visione politica e una programmazione lunga, non essendo passato come dici tu dalla “protesta” alla “proposta”. Una delle bandiere di M5S è il reddito di cittadinanza. Nel libro spieghi però come sia insostenibile, essendo una redistribuzione che richiede enormi profitti statali, affermi che sia più sensato e sostenibile il reddito the-silent-majorityminimo garantito. Perché M5S anziché parlare di reddito minimo sbandiera una cosa insostenibile?

«È una questione semantica. “Reddito di cittadinanza” è un termine più semplice di “reddito minimo garantito”. Secondo me Grillo ha cominciato a utilizzare il primo perché è più semplice, più facile da recepire, portando però un danno gravissimo al dibattito. Così oggi quando si parla di reddito minimo garantito la gente dice “costa troppo, non si può fare”, quando questo vale per il reddito di cittadinanza che è usato soltanto in due paesi nel mondo, Alaska e Iran, come ridistribuzione estrema dei profitti del petrolio. Nella sostanza il reddito di cittadinanza non esiste, mentre il reddito minimo garantito si applica in molti paesi come social assistance level, un livello di reddito sotto il quale nessuno può scendere, un intervento che non costa tanto e che si potrebbe fare. Il contributo positivo del MoVimento 5 Stelle è stato quello di inserire il termine nel lessico comune, al prezzo però di una perversione del dibattito».

Tenendo conto dei riferimenti che fai a Gramsci, deduco che il termine “classe” ha per te ancora un senso,  aggiornandolo però agli ultimi quarant’anni di neoliberismo. Che cos’è una classe oggi?

«Va cambiato il contenuto del concetto, chi sono gli svantaggiati. Una volta “classe” era la comune appartenenza al mondo operaio, mentre l’idea contenuta nella maggioranza invisibile è quella di una classe di emarginati che non sono marginali nella produzione sociale. La lontananza dal mondo del lavoro formale e la capacità di fornire alcuni servizi per far crescere la produttività sociale sono i due strumenti che ci permettono di definire questa classe di invisibili. Quello che gramscianamente facciamo in questo libro è lavorare sul primo dei tre momenti che portano all’egemonia di un’idea, ovvero la costruzione di un interesse economico-corporativo. La maggioranza invisibile come classe è tenuta insieme dal comune interesse per la redistribuzione e l’universalizzazione dei diritti sociali, questo dovrebbe costituire il primo punto per passare dall’essere una classe in sé a una per sé, cosciente. Stiamo parlando di un’operazione narrativa, paragonabile a quella fatta nel XIX secolo quando non esisteva la classe operaia, che fu un’invenzione straordinaria, una costruzione sociologica ardita da parte di Marx e altri. Oggi siamo in un momento di destrutturazione profonda di quel mondo fordista in cui era facile definire l’idea di classe attraverso il sistema industriale. Dobbiamo ripartire dalle basi sociali che definiscono chi è lo svantaggiato che avrebbe interesse a cambiare il sistema».

E per quanto riguarda la borghesia?

«Per me è molto difficile parlare di borghesia. Quello che vedo è una classe media che si impoverisce e si avvicina alla maggioranza invisibile. C’è un potenziale incontro tra la prima e la seconda che determinerebbe un momento di riscossa per la maggioranza invisibile, perché è difficile che questa, da sola, così disarticolata e poco scolarizzata, poco partecipe al dibattito pubblico, possa risollevarsi da sola».

I pensionati potrebbero essere la chiave di questa riscossa.

«Il problema è che in Italia i pensionati al minimo sono persone poco scolarizzate, efficacemente canalizzate dal sindacato che però protegge non i loro interessi ma quelli dei garantiti. La sfida è riuscire a convincere che la crisi non è un problema soltanto dei giovani, generazionale, ma molto più profondo e complesso, nel quale alcune delle nostre vecchie categorie vanno fatte saltare se vogliamo rappresentare veramente una base sociale di cambiamento».

La maggioranza invisibile è ben presente nel Meridione italiano. Perché qui non c’è stata una Primavera Araba?

«A causa della ricchezza delle famiglie. Il tasso di risparmio costituisce uno dei più grandi “cuscinetti” di salvaguardia sociale. Uno dei motivi per cui la maggioranza invisibile non si esprime in Italia è a causa della presenza di un risparmio familiare molto diffuso, anche se in via di erosione. È un risparmio diseguale, concentrato, ma finquando qualcuno ti paga l’affitto permettendoti di assolvere al tuo sostentamento non puoi incazzarti come nella Primavera Araba. Non tifiamo per la rivolta ma c’è una fascia di esclusi che potrebbero azionare quel tipo di dinamica. Penso ai giovani laureati, a tutto un mondo di persone nel quale il genitore gli compra la casa ma sono incazzati perché non possono lavorare, avere un progetto di vita. In un contesto economico sempre più in crisi, meno solido, questo tipo di persone potrebbero ribellarsi. Però se ci sarà una rivolta senza alcuna progettualità politica si sa come andrà a finire. La cosa certa è che è giusto interrogarsi su queste dinamiche, per lo meno avremmo una riflessione su cui appoggiarci nel momento in cui accade una rivolta, se accadrà».

Riassumerei le parole chiave di questo libro in: europeismo politico, welfare riformato e uguaglianza universale senza rancori e rivendicazioni di classe. C’era una volta una politica di emancipazione che racchiudeva almeno due di questi termini, prima di fallire clamorosamente, il comunismo. Perché non utilizzi mai questa parola nel tuo libro? Neanche comunitarismo.

«Comunitarismo no. Questo e altri come “mutualismo” sono principi che non ci ispirano. Marx ci ha insegnato che quando cambiano i sistemi di produzione cambia anche l’organizzazione e la rappresentazione della società. Il comunismo si instaurava in una dialettica di produzione industriale di massa, era l’ultimo approdo della società capitalista. In realtà il mondo non è andato in quella direzione, così la categoria di comunismo non descrive più una potenziale idea di futuro rispetto a quello che sta succedendo. Forse la collettivizzazione sarà qualcosa di diverso, non sarà quella dei mezzi di produzione, delle risorse e dei beni comuni. Tutto quel bagaglio che ti portavi col comunismo, a sua volta legato al fordismo, oggi non serve, anzi diventa un ostacolo, perché ci impedisce di parlare una lingua che ci consenta di avvicinarci alla maggioranza invisibile che non è più convinta di quella ideologia, grazie anche al lavoro che ha fatto l’individualismo neoliberale nel distruggere certe dinamiche. Ti dico anche un’altra cosa, che ho imparato dai ragazzi di Podemos: non fa presa sulle persone parlare di grandi principi e vecchi ideali. Tanto meglio mantenere solidi principi che sono quelli dell’uguaglianza, dell’internazionalismo, della redistribuzione, della cittadinanza sociale, e buttare a mare la falce e il martello. Sono parole vuote, morte, non mobilitano la maggioranza invisibile che non ha più un attaccamento formale col mondo del lavoro, ma a guardar bene stiamo parlando degli stessi principi. Da un lato non bisogna avere paura di chiamare le cose con il loro nome, come il concetto di classe e il conflitto sociale che sono termini che vanno riutilizzati, ci servono, dall’altro ripartire sul concetto di comunismo non ci aiuta nel tipo di strada che vogliamo intraprendere da un punto di vista narrativo. La nostra è una scelta sia di forma che di contenuto. Non è “la useremmo se potessimo”, piuttosto è arrivato il momento di essere meno dogmatici e discutere dei concetti. Le idee sono lì, sono morte alcune parole e strutture che le rappresentavano, ma i principi che andrebbero difesi non sono cambiati».

Uno dei passi da fare per liberare il dibattito dalla cappa neoliberista, che rende difficile qualunque opposizione, potrebbe essere quello di regolamentare fortemente il mercato finanziario, ridurre drasticamente i suoi poteri. Stiamo parlando di una rivoluzione. Secondo te attualmente una proposta politica di regolamentazione della finanza può andare da qualche parte?

«Ormai sono decenni che ne parliamo. Indubbiamente è un terreno di scontro fondamentale. Vi ricordate ATTAC (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie per l’Aiuto dei Cittadini)?, spariti. E la Tobin tax? Anche se non sono misure sufficienti, costituiscono un dibattito che deve ripartire. Il successo del libro di Piketty (Il capitale nel XXI secolo) si può spiegare su questa necessità, anche se non parla di transazioni finanziare ma di redistribuzione della ricchezza. Durante il fordismo potevi creare servizi sociali tassando il reddito, oggi la maggior parte della produttività e la produzione della ricchezza va in un’altra direzione, un luogo  che devi tassare. Piketty fa un bell’esempio: alla fine dell’800 nessuno poteva pensare che ci potesse essere una income tax, eppure si fece. La verità è che possiamo cantarcela quanto vogliamo, a me piace tanto discutere di redistribuzione all’interno del welfare, ma se non requilibriamo veramente le cose, in Italia per esempio abbiamo problemi di tassazione delle rendite improduttive, se al livello globale non riusciamo a riprendere le redini è finita, il che significa per la politica riprendere le redini dell’economia e della finanza. Ma è una questione di scelta. La politica ha abdicato. Sembra che l’economia sia una forza esterna alla poltica e basta, quest’ultima invece ha fatto delle scelte, a volte implementamdo riforme più dure di quelle rischieste dai mercati. Ritornano i leitmotiv di questa intervista insieme alla necessità di un sindacato europeo. Sono centocinquantanni che ne parliamo. Non è un caso che Marx si scapicollasse sull’Internazionale socialista. Il capitalismo finanziario ha estremizzato i meccanismi di produzione della ricchezza che gli studiosi della materia avevano già ampiamente compreso. O noi riusciamo a discutere di questo o c’è l’atomizzazione, il dominio delle multinazionali, la distruzione degli stati nazionali. La società è anche una vocazione alla sopravvivenza, mi auguro che si riesca quindi a lottare per una nuova direzione, anche se attualmente il quadro politico sembra dire altro. La cosa certa è che le cose cambiano nella società, “si cambiano cambiando” come direbbe qualcuno. A parte gli scherzi, è fondamentale che dei pezzi di ricchezza vengano spostati dalla finanza a quella produttività sociale invisibile di cui parlo nel libro».

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6 Responses to Gli invisibili

  1. carlo carlucci il 31 dicembre 2014 alle 18:18

    Scomparso il proletariato, la borghesia, la lotta di classe rimangono – mutatis mutandis – gli eterni centri di potere (ricchi, nuovi ricchi, multinazionali). Aumenta la forbice aumentando i poveri..Non si tratta di progettare la rivolta delle (nuove) classi oppresse…E’ l’intero Sistema che è in crisi (lo si dice da tempo). Si continua, altra ovvietà, in un mondo oramai finito secondo i parametri oramai obsoleti, a consumare come se….La cosiddetta maggioranza invisibile non potrà scuotersi. Cercare nuove, accattivanti parole d’ordine motivate da nuove, più accattivanti analisi lascerà il tempo che trova. Più cemento e più petrolio non ci salveranno. Che cosa allora? Alla prossima…

  2. mario schiavone il 1 gennaio 2015 alle 17:41

    bellissima intervista.
    libro utile ed efficace.
    mi domando, e domando a molti precari come me,
    cosa diavolo aspettiamo? nessuno ci salverà se non ri-pensiamo completamente il nostro futuro. dove ripensare significa agire, prima che sia troppo tardi.
    mario s.
    http://www.inkistolio.com

  3. rossana il 3 gennaio 2015 alle 15:30

    intervista stupenda, Effeffe. Cito un aneddoto. Ero in banca, pochi mesi fa, e aspettando rileggevo l’Utopia di More, straordinariamente attuale stilisticamente e non. Nel ho letta una frase all’impiegato. Dopo tre minuti, quattro impiegati della sede centrale fotocopiavano la pagina. La frase era la seguente: “Nulla può fiorire e prosperare in uno Stato, se si basa esclusivamente sul danaro.” Credo sia una bella chiave per una serratura impossibile. Grazie, Francesco.

  4. Paolo Bosso il 4 gennaio 2015 alle 08:45

    Grazie Rossana, il denaro che mangia denaro è il guaio di questi tempi austeri. Paolo

  5. carlo carlucci il 4 gennaio 2015 alle 10:19

    ai tempi dei tempi, il denaro serviva la Bellezza (anche o sopratutto)…dopodichè, dall’800 in poi l’epoca mercantile, adesso fino al collo…Che succederà?

  6. Gli invisibili | La materia non è solida il 7 gennaio 2015 alle 15:49

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