Un silenzio sociale

6 gennaio 2015
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di Andrea Inglese

Come tutti i disoccupati, gli spossati affettivi, e gli accidiosi per natura, ero tremendamente indaffarato, dovendo costantemente assicurarmi che non stavo facendo le cose più importanti, più tipiche, più auspicabili di un maschio adulto quarantenne: lavorare, guadagnare soldi, tessere proficue relazioni, contribuire alla manutenzione della casa e all’aggiornamento degli elettrodomestici, coricarmi con una donna, per espletare regolarmente le gioie della sessualità adulta. Per essere ben certo, che non stavo svolgendo tutte queste naturali mansioni, me ne dovevo assumere mille altre, certamente risibili e grottesche, ma sufficienti a garantire il mio non-impiego e la mia autarchia affettiva. Mi ero tra l’altro rimesso a fotografare gli asfalti, e questo mi portava via una gran quantità di tempo. Comunque ero riuscito a infilare nella mia fitta agenda un appuntamento importante, e ci ero andato con grinta, senza per altro avere chiara nozione di quali fossero lo scopo della mia visita e il ruolo del mio interlocutore, o semplicemente me n’ero dimenticato cammin facendo.

Non credevo di essere in una situazione difficile, ma delicata sì. Anche perché era sicuramente una situazione sociale, quella in cui ero finito, ed è tipico delle situazioni sociali la facilità dell’entrarci, e la complessità dell’uscirci. Non avvertivo margini di rischio, in questa situazione. Come avrebbe detto Peter Parker, i miei sensi di ragno non pizzicavano. Però mi trovavo nel bel mezzo di un silenzio, e di un silenzio sociale. Ricordavo bene che, prima di entrare in quella stanza, ero stato accompagnato per un buon tratto di strada, e fin dentro l’edificio, da un odore prepotente e pervasivo di minestra di verdura, come se l’intero quartiere, incluso l’edificio dentro il quale mi trovavo, si fosse dedicato a un’olimpiade di minestrone. (Persino il gruppo di asfaltatori che avevo dovuto aggirare, disseminati tra marciapiede e carreggiata, sembravano emanare odore di verza e di fagioli. Mi ero guardato pure sotto le scarpe, nel caso avessi messo i piedi in una pozza di minestra.) Ora, l’odore di minestra, che è un odore anche di vecchiume, di ancestrale cucina di campagna, si era un po’ attenuato, di modo che io potessi concentrarmi sul silenzio sociale in cui mi trovavo. Un silenzio è sociale quando sono almeno in due a dividerselo, ed era questo il caso, dal momento che di fronte a me c’era un tizio seduto in una poltroncina che mi guardava con fare svagato. Dal suo modo di tenere le braccia, per nulla impazienti, con le mani posate a casaccio sulle gambe, si capiva che non aveva nessuna intenzione di parlare, anche perché in un silenzio sociale tocca sempre a qualcuno di parlare, in quanto la vociferazione simultanea e collettiva è controproducente. Immaginavo si fosse concluso il giro, e toccasse di nuovo a me: le conversazioni hanno questo di bestiale, che possono durare molto a lungo, e nessuno sa con precisione quando è giusto interromperle o saggio concluderle.

La delicatezza della situazione sociale, aggravata dal silenzio sociale, nasce dal fatto che bisogna capire bene che cosa l’umanità circostante pretenda da noi. Quando non c’è dramma, e non si tratta di scegliere tra l’elargizione di denaro o della propria pelle, tutto si risolve nel formulare la giusta battuta, la frase precisa, che permette all’altro di rincarare la dose o di togliersi soddisfatto dalla vista. La mia impressione era che il tizio seduto di fronte a me avesse un’evidente voglia di rincarare la dose: lo spazio circostante gli apparteneva, questo era chiaro, e dal momento che mi aveva fatto penetrare lì dentro, in una sua stanza, non era semplicemente per assicurarsi che anch’io, come tutti i passanti del quartiere, avessi percepito distintamente un odore di minestrone ovunque.

Forse quello che avevo davanti era un prete salesiano, che cercava di convertirmi, con la scaltrezza e l’entusiasmo dei salesiani, adoperandosi in piccole e grandi domande sulla mia biografia spicciola e sul mio solenne destino morale, ed era da queste risposte, dall’inevitabile disarcionamento psicologico che l’esigenza di rispondere provocava, che il salesiano traeva la sua forza, per ricacciarmi indietro nel tempo, come fossi ancora in età scolare, un pargolo da raccogliere dalla strada, secondo i santi dettami di Giovanni Bosco.

Avrebbe potuto, altrimenti, trattarsi di un colloquio di lavoro, ormai sul finire, e l’ultima domanda ipocrita a cui avrei dovuto rispondere riguardava le mie attese salariali: quanto mi sarebbe piaciuto guadagnare per quella mansione, o quanto mi aspettavo fossero disposti a farmi guadagnare, considerando la gravità della crisi , e la perdurante sofferenza delle imprese private, che guidano malgrado tutto il paese verso una ripidissima ripresa? Si capisce bene, quanto fosse delicato uscire da una situazione sociale del genere. Potevo trovarmi, però, in tutt’altra situazione ancora: il tizio paziente e svagato che avevo di fronte era un impiegato di Pole emploi, il centro francese per l’impiego, e attendeva semplicemente che snocciolassi pii desideri su proposte di lavoro che, data la mia formazione scolastica e professionale, sarei stato disposto ad accettare. Anche qui si trattava di una domanda ipocrita: io e lui sapevamo bene che Pole emploi non mi avrebbe proposto nessun tipo di lavoro, e che il vero ruolo di Pole emploi era semplicemente di ostacolare burocraticamente, cavillosamente, l’osceno diritto di un disoccupato temporaneo a ricevere un sussidio di disoccupazione.

Un dettaglio della delicata situazione, tuttavia, mi faceva pensare che, se la scrivania, invece di separare opportunamente lo spazio tra me e lui, era posta alle sue spalle, in modo tale da lasciare tra noi un semplice tratto di tappeto, e un tavolino basso colmo di riviste, ciò significava che il nostro incontro non era dedicato alla mia vita professionale, né futura né passata. Mi aveva semplicemente chiesto se avevo problemi alla prostata, o se avessi mai pensato di cominciare a fare un po’ di sport e a razionare i piatti di patate fritte e bistecche al sangue. Persino in questo caso la domanda non era del tutto scevra di ipocrisia. Lui, se davvero era un medico, e lo era in fedeltà al giuramento ippocratico, avrebbe dovuto esortarmi non a una più ponderata autodistruzione alimentare, ma impormi diete, esami, mutamento di abitudini, e indirizzarmi con mano salda verso la salvezza, e non verso l’intervento chirurgico alla coronarie.

Se fosse stato un maestro di Tai Chi, prima di accettarmi nel suo esclusivo gruppo di praticanti, avrebbe voluto che facessi tesoro del silenzio sociale che si era venuto a creare. In quel caso, sarebbero state bandite le ipocrite domande, e tutto sarebbe stato affidato liberamente al mio sentimento. È dalla mia coscienza, che avrei dovuto trarre una risposta convincente: volevo iscrivermi solo al corso settimanale, o aggiungere duecento euro, per partecipare ai seminari mensili che si tenevano la domenica in una magione forestale dell’Ile de France? Questi seminari, infatti, pur non essendo obbligatori a detta del maestro, stando però al senso implicito delle sue parole, erano necessari per uscire da un’attitudine amatoriale, e in definitiva completamente vana, nei confronti dell’arte marziale in questione, che è anche un percorso spirituale, un tirocinio di equilibrio psichico, un bagno anti-stress settimanale, per chi vive dentro le malefatte della civiltà consumistica e tecnologica.

L’ipotesi più grigia rimaneva quella del terapeuta. Dottore per questioni di mente, non per organi fuori posto. Chi mi stava davanti, forse, non parlava e non avrebbe parlato per principio preso, non attendeva nessun turno, non voleva che si concludesse il giro, era perfettamente paziente, perfettamente svagato, e voleva che io traessi tutto quanto il materiale degno di quella situazione sociale da me stesso, da quel dentro di me, che sembrerebbe risorsa così ricca e inesauribile, se non risuonasse così spesso come un recipiente vuoto.

“Sto fotografando soprattutto asfalti”, dissi. “Mi capita anche di fotografare un cane che vomita, come poco fa, oppure una lumaca subacquea. Dentro una fontana di un parchetto vicino a casa mia, ho visto, sul fondo di una fontana, una lumaca. Quelle col guscio, non so se si chiamino lumache, comunque strisciava, insomma non era morta. Sono rimasto un po’ ad osservarla, e mi è parso che si muovesse lentamente come al suo solito, ma comunque non credevo che le lumache potessero vivere sott’acqua, o forse hanno una certa autonomia d’ossigeno, e avanzano in apnea. Altrimenti, fotografo resti e tracce. Non le cacche di cane, mi rendo conto che per coerenza dovrei fotografare anche tutte le cacche di cane e tutte le cicche di sigarette e gli sputi. Ma preferisco di gran lunga le carte, distese, stracciate o appallottolate, ogni tipo di buccia, gli involucri strappati, i frammenti di giocattoli, o i giocattoli interi, tutto il materiale elettrico, elettronico, elettromagnetico, in qualsiasi stato si trovi, e i cibi disintegrati, le calze e le scarpe spaiate, i pezzi di polistirolo, le biro e le matite, i fiori, le foglie, le schiume chimiche, le chiazze di vernice secca o l’olio di macchina appena rovesciato. Trovo anche delle stampe fotografiche per terra, come quelle di una signora che si guardava allo specchio indossando una pelliccia, e sotto la pelliccia sembra essere nuda. Sì, per terra si trova veramente di tutto. È un vero continente inesplorato l’asfalto. Io prima mi vergognavo quando mi sorprendevo a camminare con lo sguardo fisso a terra. Mi dicevo che era un tipico atteggiamento depressivo, melanconico, e che la mia vita avrebbe guadagnato in brillantezza e successo, se avessi imparato a camminare con la testa ben dritta di fronte a me, lo sguardo lievemente inclinato verso il cielo, o assorbito almeno dal vasto orizzonte. Quindi ho trasformato questa mia debolezza, in una vera malattia: e da quel momento è diventato laborioso spostarmi, perché costantemente sono attratto da scoperte, e devo estrarre la macchina fotografica, e chinarmi in mezzo alla gente che passa, e tenermi ben saldo qualche secondo, tutto accovacciato, pencolante, per studiare un’inquadratura che mi soddisfi e poi finalmente scattare, e tre o quattro volte, se il soggetto mi sembra degno d’interesse.”

Andavo dicendo tutta quella storia, per tenermi sulle generali, sospettandolo sì terapeuta, ma ignorandone la specializzazione, e non essendo comunque del tutto certo che non fosse un tipo di professionista di tutt’altra tempra e genere, soldato di tutt’altro esercito, non di quello che cura – che sollecita l’esibizione di tare e guasti, debolezze del fegato o turbamenti dell’io – ma dell’esercito che arruola per imprese realizzate con fisico e spirito sano, nel qual caso confessare bronchiti o stati di nevrastenia era un’opzione catastrofica per uscire degnamente da quella situazione sociale.

“Sta progettando una mostra?”

Parlava anche lui, questo era un bene. Prima o poi si sarebbe tradito, o prescrivendomi qualcosa o liquidandomi dal suo ufficio con la seguente precisazione: loro di personale ne avevano, non solo qualificato, ma anche psicologicamente equilibrato, e capace di camminare per le vie della città, senza perdere tempo a fotografare la pattumiera sparsa per terra.

“No, no, ho riempito solo diverse cartelle del mio computer con centinaia di foto. Credo che ci sia sotto un intento artistico, questo mi è molto chiaro, ma per ora preferisco non definirlo, sa, non voglio rischiare di concettualizzare troppo, per ora fotografo e basta, ma poi non è questo l’importante. Ho deciso di organizzarmi in questo periodo, di organizzarmi meglio su tutto.”

*

(Materiali per un libro su Parigi)

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ecc.

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12 Responses to Un silenzio sociale

  1. mariasole ariot il 6 gennaio 2015 alle 15:42

    Vorrei scrivere qualcosa di più articolato, oltre il silenzio. Invece resto nella lettura, come all’interno di una ragnatela che però non intrappola ma mostra : i fili, i buchi costruiti, le maglie, l’asfalto visto dall’alto. Bello, Andrea. Soprattutto nei dettagli delicati di questa situazione delicata . E poi quell’aggravare, quell’essere aggravati in cui stiamo. Spero di leggerne presto ancora.

  2. andrea inglese il 6 gennaio 2015 alle 19:14

    Cara Mariasole,
    grazie delle tue parole. Sull’aggravamento constante, poi, sono proprio d’accordo. In me va di pari passo con energiche velleità di guarigione. Ogni nuovo giorno un’occasione nuova di guarire.

  3. diamonds il 6 gennaio 2015 alle 21:29

    Meglio un`alienazione consapevole orientata al panteismo che diventare gli zimbelli degli esperti di marketing o di fantomatici persuasori

  4. rossana il 6 gennaio 2015 alle 21:58

    Il “cane che vomita” è da manuale.
    Se ti può confortare, mesi fa ho fotografato un calzino nero sul marciapiedi. Non ho l’Iphone, né un telefonino evoluto. Era proprio una macchina fotografica. Ma je t’en prie, non spedirmi dal terapeuta.

  5. andrea inglese il 6 gennaio 2015 alle 23:28

    a rossana, ripercorri la serie delle immagini in coda al post – nel caso qualcuno dicesse poi che questa non è una scrittura “realistica”…

  6. Chiappanuvoli il 7 gennaio 2015 alle 01:16

    Non potrò non pensare a lui, ora, ogni volta che incontrerò una carta per terra, un personaggio pazzesco, scomodo, amico, nevrastenico e dolce, almeno da tomo di 400 pagine: te ne prego.

  7. andrea inglese il 7 gennaio 2015 alle 09:40

    caro alessandro, 400 pagine di nevrastenia… fan venire i brividi :)

    a rossana: è tornato il cane che vomita, in coda…

  8. Gabriele Fratini il 8 gennaio 2015 alle 11:00

    Dall’Inglese zampillio
    sgorga il verso irriverente,
    fine idioma della mente,
    Indomestico brusio.

    Ma la sua maggiore Prova
    è spezzare il verso ad arte,
    in Bilico sulle carte
    raffinare le parole.

  9. Gabriele Fratini il 8 gennaio 2015 alle 11:13

    Err. Corr.: … la parola

    • andrea inglese il 8 gennaio 2015 alle 13:42

      Onorato, caro Gabriele, di essere stato, almeno una volta, un muso ispiratore.

  10. malos mannaja il 9 gennaio 2015 alle 10:00

    ecco un bel racconto, pieno di micro e macrostorie, che restano parzialmente (o larga-mente, chissà) indefinite com’è giusto che sia affinché meglio prendano corpo nella mente del lettore. eh, è proprio vero che i nostri pensieri, così passivi e conformisti, possono ostacolare burocraticamente, cavillosamente, l’osceno diritto a vivere. chissà che un giorno, spiaccicato sull’asfalto, tu non possa trovare un cervello… beh, in caso sappi che quello sono io. che aggiungere ancora? mi resta solo il dubbio che forse ci stiano istruendo (chi?) ad una più ponderata autodistruzione sociale. e un leggero brivido sul “dottore” che “era perfettamente paziente”.
    : )
    comunque hai ragione: per terra si trova veramente di tutto. è un vero continente inesplorato. figurati che una volta ho fotografato un frequentemente, spiaccicato accanto a un tombino della fermata del tram, e ho capito che era un miraggio soltanto perché non l’avevo mai visto prima e quindi non poteva essere un frequentemente.
    vieppiù, se ti consola, anch’io amo camminare con lo sguardo fisso a terra. sarà perché mia moglie sostiene da sempre che ragiono con i piedi e in effetti spesso ho paura che i pensieri m’inciampino in un intento artistico.
    e grazie in tutti i sensi (impliciti o espliciti, olfatto in primis, minestrone docet) delle tue parole.
    : )
    (ps: mi dai il permesso di inserire questo brano nella prossima raccolta e-book copyleft “Racconti presi nella rete” di Copylefteratura.org?)

  11. andrea inglese il 12 gennaio 2015 alle 12:27

    caro Malos, scusa ti leggo solo adesso. Permesso accordatissimo.



indiani