Dalle memorie di un insonne/2

7 gennaio 2015
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Prima di coricarmi depongo sempre sul comodino un bicchiere d’acqua e una pastiglia di valeriana non perché intenda servirmene, ma per scongiurare proprio questa eventualità. So che l’agitazione che turba i miei sonni è del tutto irrazionale e dunque dovrebbe essere placata con tale placebo, che svolgendo la funzione del richiamo nell’uccellagione dovrebbe attirarla nelle reti del sonno. Come uccellatore temo, però, di essere alquanto addormentato e non mi accorgo, se non quando è troppo tardi, che l’agitazione, quella categorica fondamentale che m’impedisce di prendere sonno perché dipendente dalla paura di non prendere sonno, ne libera di altre succedanee, ottative, circostanziali, le quali svolazzano impenitenti quando la prima è già saldamente impigliata.

Per esempio, nei mesi invernali sovente mi capita, visto che sono certo di addormentarmi, di temere di risvegliarmi per via del freddo alla testa nel corso della notte quando il riscaldamento si spegne e di non  riprendere più sonno.  Non è stato di consolazione nemmeno riuscire a mettere le mani su una papalina appartenente a una piccola partita destinata ai mercati del Circolo Polare Artico, di cui tuttavia alcuni esemplari sono stati messi in vendita qui durante la Settimana del Vintage in uno store monomarca di media moda. Metto la papalina sul cuscino così vicina che posso afferrarla senza aprire gli occhi, ma questo non basta a tranquillizzarmi perché è evidente che per infilarmela dovrò compiere un gesto cosciente né posso indossarla al momento di andare a letto perché il mio appartamento è ancora riscaldato e per il caldo al capo non riuscirei a chiudere occhio. No, questi sono sotterfugi che non cambiano lo stato delle cose: devo ammettere che ciò che mi agita non c’entra con il freddo e non è risolubile se non con la riflessione. In realtà ciò che mi turba è che nel risveglio notturno si è soli esattamente come si è soli davanti alla morte. Questa ammissione attenua un poco la mia agitazione, anche se si può affermare a questo punto che ho speso inutilmente i miei denari per procurarmi la papalina. Infondo poi l’inverno a un certo punto finisce.

Un altro problema che si pone con frequenza non stagionale è quello relativo alla tecnica di addormentamento.  Non è decoroso che nel terzo millennio, seppure ai suoi albori, si ricorra ancora al conteggio delle pecore. Tra l’altro nel mio caso è perfino controproducente: di greggi ne ho visti ben pochi nella mia esistenza urbana e dovrei tenere sveglia la mente nello sforzo di focalizzarne uno sulla base di qualche ricordo televisivo o di vacanze bucoliche ormai lontane in Irlanda o in Sardegna. A un immaginario pastorale che oggi non ha più corso non posso certo delegare un’operazione, per quanto abituale, così importante e delicata per la qualità del mio riposo notturno; mi concentro allora su pensieri rilassanti ma meno anacronistici. Così mi capita di pensare che non sono certo solo davanti al sonno, come davanti alla morte, e che nello stesso momento in cui chiudo gli occhi e comincio a contare, volevo dire pensare, c’è tutto un mondo che è instancabilmente connesso e che continua a muoversi, a corrispondere, a fervere, a notificare  e a urgere, cosicché è veramente arduo sostenere che io sia da solo davanti al sonno, il quale pure è necessario per riprendere le forze e non perdere terreno perché chi si ferma è bannato.

Questo pensiero, se si prolunga, rivela un suo risvolto caffeinico che osta alla presa di sonno, come mi sono accorto dal momento che talvolta io steso mi sono sorpreso a cercare di captare i rumori di questo mondo connesso.  A questo proposito  un antidoto sicuro consiste nella meditazione che mi porta alla antipodale constatazione che a dispetto della connessione del mondo io sono abbastanza sconnesso: questa osservazione non dipende da una  misurazione di tipo tecnico, un ritardo tecnologico colmabile con un po’ di sforzi e di soldi, ma da una lacuna ontologica insondabile, che pertanto d’ora in poi sarà chiamata abisso. Abisso o meno, resta il fatto che io non corrispondo, non sono linkato, non linko, non stringo amicizie e sono destinatario solo di  spam sia esso letterale o metaforico. Pertanto non ho alcun motivo per sentirmi disturbato da questo movimento globale di connessione che emargina me e le mie sedi.

Questo metodo di rilassamento, devo confessare, funziona alquanto raramente, ma, essendo l’unico di cui dispongo, vi ricorro invariabilmente.

In un’occasione mi recò beneficio la prospettiva di ricevere la sera successiva un’ospite graditissima. Questa giovane signora che aveva cortesemente dato riscontro positivo alle mie pressanti e appassionate richieste, mi andavo ripetendo, non sarebbe stato soltanto un raggio di sole scivolato dentro la lugubre torre della mia esistenza oscura: altri vantaggi mi si paravano davanti. Si sa infatti che è connaturato agli amanti di cedere a un sonno,  infantile nella sua immediatezza e profondità, abbandonati l’uno sull’altro dopo aver dato porta alla bufera dei sensi e degli affetti. Dunque l’amore mi avrebbe portato al sonno e, anche se non fosse stato così, la veglia successiva non sarebbe stata rubricabile sotto il volgare titolo dell’insonnia, ma sarebbe stata causata dall’intensa emozione dei sentimenti che risorgevano nel mio cuore inaridito. Ero in ogni caso in una botte di ferro e la notte precedente all’incontro questo mi giovò a tal punto che neanche mi rammento come mi addormentai.

Quanto alla notte successiva, mi trovai, dopo l’amplesso,  sveglio di fianco a una donna addormentata: dovevo solo cercare di non disturbare il suo riposo. Nel corso della notte a un certo punto mi fu chiesto di smettere di rigirarmi pesantemente nel letto e se stavo bene. Imbarazzato risposi che qualsiasi animale, salvo il gallo e la femmina d’uomo, è triste dopo il coito. Mi fu precisato che qui non si trattava di tristezza ma del ballo di San Vito. Ma il punto che si rivelò decisivo fu al mattino quando la caldaia ripartì suonando la sveglia ( io dispongo di una caldaia autonoma di gran marca, di cui posso impostare l’accensione quando e come voglio e che ho dotato anche di una sveglia che irradia nel mio piccolo appartamento “Nessundorma” cantata da Luciano Pavarotti). Mi fu chiaro durante la colazione che, dopo tali esperienze frustranti nel corso della notte e al risveglio, questa giovane e gentile donna si dibatteva nel dilemma se diradare progressivamente le nostre frequentazioni, procurando in ogni caso di non fermarsi più a dormire, o di troncarle con il taglio netto che dà il macellaio alla testa del coniglio.

In realtà sovente la fitta sassaiola dell’ingiuria diurna mi restituisce alla sera e alla sua promessa di riposo universale,  salvo che per i metronotte, le guardie mediche, i turnisti e il personale delle discoteche, con il desiderio di dormire, cioè di cancellare le incrostazioni deposte dalla veglia sulle mie aspettative.  Le voci del giorno, però, rifiutano di congedarsi dalle mie orecchie e così il mio desiderio resta lettera morta ed è obiettivamente imbarazzante non essere capace di realizzare una cosa che si desidera.

Ma quando il sonno arriva, in virtù delle procedure summenzionate e di altre ancora, c’è sempre un attimo in cui mi trovo solo di fronte all’abisso. Allora mi sembra che tutti i miei sforzi per liberarmi dalle incrostazioni del giorno portino come una strada lastricata d’oro di fronte all’ abisso della mia sconnessione. E nello stesso tempo, allora, vorrei sognare e sono desto e destarmi, mentre già sogno. O forse mi faccio troppi patemi inutilmente arzigogolati, allorché più prosaicamente dovrei pensare a quei fattori che già i buoni vecchi medici condotti, quelli che ormai non ci sono più, elencavano come cause dell’insonnia: l’alimentazione troppo pesante, il poco movimento, la trasformazione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato in uno rinnovabile ogni ventiquattro mesi.

(2,continua)

 

 

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