CH, l’attentato e la liberté de la presse – Intervista a Vincenzo Sparagna

10 gennaio 2015
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[Pubblichiamo qui un’intervista a Vincenzo Sparagna, direttore della rivista Frigidaire, il quale conosceva personalmente e aveva collaborato con i redattori di CH uccisi nel recente attentato ad opera di elementi integralisti islamici.]

D.Che cosa hanno rappresentato, per lei e per Frigidaire, Charlie Hebdo e la sua redazione?

R. Hanno rappresentato un riferimento fondamentale, non tanto per la sovrapponibilità di esperienze, visto che CH cronologicamente ci precedeva, quanto piuttosto per l’elemento di spontaneità, libertà, sfacciataggine, e arroganza di fronte ai potenti e all’establishment politico, mediatico e finanziario. Con la loro satira corrosiva, a volte estrema e molto politically un-correct erano in grado di far comprendere a chiare lettere che è possibile sfidare il potere costituito nelle sue varie forme soft e hard, senza doverne temere le conseguenze. Prima di questa atroce escalation di violenza, in anni meno feroci furono bersagliati da critiche e attacchi di ogni tipo, come a noi è accaduto di dover subire attacchi, critiche e tentativi di rappresaglie legali da cui spesso è stato difficile disimpegnarsi.

 D. Che cosa ha provato (domanda che suona tragicamente scontata) alla notizia della strage?

R. Ho provato una drammatica combinazione di dolore personale, di lutto, poiché conoscevo direttamente i redattori –erano amici con cui avevo più volte collaborato– e di sgomento per le potenziali conseguenze, specialmente in termini di autocensura e di abdicazione all’esercizio della libertà di espressione. Il timore è che col tempo si finisca per considerare normale che una testata giornalistica, quale che ne sia la sostanza mediale, scelga di non esprimere determinati punti di vista o di non diffondere determinate informazioni in nome della propria sicurezza, del generico quieto vivere o del presunto pericolo di abuso del diritto di critica, mentre per definizione il diritto di critica, esercitato in piena libertà di coscienza, non può e non deve contemplare a priori alcun abuso.

D. A suo modo di vedere, quale scenario si delinea a più largo raggio, all’indomani di questa e di altre vicende simili di cui si ha notizia in queste ore (pensiamo, per esempio, alle stragi di civili nelle aree rurali della Nigeria)?

R. Credo che si stia assistendo all’espansione minacciosa di una variante particolarmente aggressiva di islamismo che ha radice nel wahhabismo, e in generale in tutte le posizioni, un tempo minoritarie, dell’estremismo islamico che si fondano su una lettura diretta e letterale del Corano. Tali letture compiono un vero e proprio abuso storico, poiché bypassano in pieno la grande tradizione di elaborazione filosofica della scolastica islamica, che ha agito sin dal medioevo affinando progressivamente l’interpretazione del testo sacro, e approdando a una concezione tollerante e aperta dell’Islam –spesso in contrasto coi fanatici dell’epoca. Il wahhabismo, il salafismo e in generale i movimenti islamici radicali e le interpretazioni integralistiche che essi presuppongono, fanno compiere all’Islam un terrificante balzo indietro, verso le sue origini –e ogni religione nella sua dimensione originaria ha concreti connotati di violenza, cosa non meno vera per il cristianesimo o l’ebraismo. Questa è la matrice delle mostruosità politiche e concettuali a cui l’integralismo piega l’Islam distorcendolo. Una tendenza che peraltro ha profonde radici anche in Occidente, e nel modo in cui in genere l’Occidente interagisce con le comunità islamiche, sia nelle loro terre d’origine, sia in casa propria.

 D. Lei ha accennato alle radici che il radicalismo islamico ha in Occidente. A tal proposito, ci si potrebbe interrogare sulla connessione e su alcuni tratti di somiglianza fra l’integralismo islamico e il dominionismo protestante delle componenti di destra fondamentalista d’oltreoceano, quasi ci sia una sorta di “atlantismo” inconscio nell’islam radicale e nei suoi centri di irradiazione che hanno con l’Occidente, e con gli USA in specie, complesse relazioni di affari …

R. Il problema si pone in termini concreti a partire dalla considerazione che esistono ovunque, in Occidente grandi comunità musulmane, e che l’Occidente continua a sostenere in vari modi, o ad alimentare indirettamente, anche tramite un’opposizione generalizzata e acritica all’Islam come tale, le componenti estremistiche in cui il terrorismo alligna. Se questa tendenza, madre di una sorta di Islam in versione puritanesimo, e dunque per molti versi più occidentale che musulmana, continua a essere foraggiata, ci troveremo ben presto di fronte a un colossale scisma islamico, fra le componenti tradizionali e la loro ricca e intelligente elaborazione dottrinale, che rischia di essere rovinosamente messa in minoranza, e i gruppi integralisti. Ed è appunto in tal modo che si pongono le basi di uno scontro fra l’Islam e la civiltà occidentale, che poi, dal canto suo, a ben vedere ha ben poco di civile. Se solo si pone mente al degrado e alla disperazione di quei musulmani di terza e quarta generazione, che vivono in quell’immensa periferia globale che circonda le grandi metropoli, cinte da aree di marginalità e di depressione sociale, appare evidente quanto esplosiva sia la miscela. La banlieue parigina, anni fa teatro di rivolte, è di fatto già una metropoli-ombra islamizzata, in tutto simile a Orano o ad Algeri. Nella marginalità economica e sociale in cui i franco-algerini sono spesso lasciati, la mancanza di prospettiva fa sì che i giovani, e con essi una componente ampia della comunità islamica, si polarizzino su posizioni estreme; col tempo anche gli imam moderati finiscono per esserne influenzati, al di là delle pur sincere dichiarazioni generiche di buona volontà in tema di convivenza e integrazione. In una situazione siffatta, in cui un intero sistema di valori e una religione finiscono per diventare un marchio di subalternità sociale, si verifica così per forza di cose che anche comportamenti non accettabili, di eredità tribale (un esempio è costituito dalle mutilazioni genitali femminili nelle comunità di origine magrebina), siano sentiti come tratti identitari irrinunciabili, così che per un crudele paradosso, per limitarci all’esempio della condizione femminile, nella stessa città convivono l’infibulazione e la pornografia, due manifestazioni estreme di espropriazione fisica del corpo femminile che sono entrambe da combattere. E per tornare all’argomento che ci riguarda, è in questa marginalità sociale che si sono maturati i semi dell’odio e della violenza che hanno condotto alla strage della redazione di CH, strage nella quale sono stati uccisi a sangue freddo, per un altro, atroce paradosso, anche un correttore di bozze e un poliziotto musulmani franco-algerini.

 D. Quale teme possa essere la reazione diffusa, ora che c’è chi in ambito politico specula sull’accaduto per tirare acqua al mulino dei populismi.?

R. la reazione delle masse non è semplice da prevedere in toto: può senz’altro accadere che si determinino violenze “di branco”, di matrice razzistica, e prevalgano, specie nelle periferie delle società occidentali, sentimenti diffusi di intolleranza e rifiuto nei confronti della comunità islamica, e può certamente derivarne una radicalizzazione generale dei conflitti fra cittadini europei e comunità di migranti. Ma al di là di queste purtroppo ovvie conseguenze, ciò che suscita allarme è l’incoscienza che la politica, un po’ ovunque in Europa, mostra nell’affrontare il problema. Certo, il rischio più evidente viene dallo sfruttamento meschino e demagogico, da parte delle destre, che per ovvie ragioni elettorali cavalcano la paura dell’altro, dello straniero, che diviene il capro espiatorio di tutte le tensioni nate dalla generale perdita di sicurezza sociale e dalla crisi, in un senso di frustrazione rinfocolato dalla presunta competizione per il lavoro, nella quale, secondo vacui e ben noti slogan, il migrante si porrebbe come rivale pericoloso per il suo basso potere contrattuale, e quant’altro si può dire a proposito. In realtà, però, non meno pericolosa e rischiosa è la sottovalutazione del fenomeno dell’integralismo nella cultura politica e nella tradizione della sinistra. La sinistra è, tanto per fare un esempio tratto dai conflitti endemici dell’area mediorientale, totalmente cieca di fronte alle distinzioni presenti all’interno del movimento arabo palestinese, in cui l’islam integralista (basti pensare ad Hamas) sta mettendo radici da lunghissimo tempo. Sottovalutazione di sinistra e movimenti fascistoidi strumentalizzati dalle destre fanno in due modi opposti e complementari il gioco del cosiddetto islam radicale, esagerandone il peso rispetto alla comunità islamica nel suo complesso, che viene di fatto identificata con un elemento in partenza minoritario, o eroicizzandolo come la forza rivoluzionaria che non è, visto e considerato che se c’è una forza reazionaria per eccellenza, che assolutamente non mette in discussione lo status quo socio-economico, con le sue disparità fra povertà e ricchezza, questo è proprio l’islam radicale.

D. Quali le soluzioni efficaci al problema, ammesso che quanti hanno il potere di attuarle si prendano davvero la pena di farlo?

R. Soluzioni ovviamente non si pongono, se da parte dell’Occidente non si abbandonano certe scelte sociali e politiche tipiche del turbocapitalismo globalizzato di rapina. Di queste dinamiche la proliferazione delle cellule terroristiche è l’effetto immediato, come già cercammo di porre in evidenza, all’epoca dell’attentato dell’11 settembre al WTC, in un saggio che volutamente si intitolava Il terrorismo come malattia senile del capitalismo. La causa della crescita esponenziale di tutti gli integralismi e di tutti i fanatismi religiosi e nazionalistici va ricercata nello sviluppo ultimo del capitalismo, e come tutte le malattie senili, il terrorismo rischia di essere invalidante e tendenzialmente mortale. Del resto, quale civiltà ci proponiamo di difendere oggi? Per tornare alla vecchia trinità delle idee rivoluzionarie, di liberté ce n’è forse ancora un po’, ma di égalité pochina, e di fraternité non ce n’è per nulla. E credo sia questo il nodo essenziale su cui interrogarsi.

 

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12 Responses to CH, l’attentato e la liberté de la presse – Intervista a Vincenzo Sparagna

  1. Mauro Baldrati il 10 gennaio 2015 alle 19:51

    Una intervista molto lucida e interessante, e ne approfitto per inviare un caro saluto a Vincenzo.

    Ho solo due piccoli rilievi: il passaggio “La sinistra è, tanto per fare un esempio tratto dai conflitti endemici dell’area mediorientale, totalmente cieca di fronte alle distinzioni presenti all’interno del movimento arabo palestinese, in cui l’islam integralista (basti pensare ad Hamas) sta mettendo radici da lunghissimo tempo.” è secondo me non molto chiaro, ovvero potrebbe sottintendere che Hamas sia un movimento integralista equiparabile a quello degli sterminatori e dei kamikaze, cosa non vera. Inoltre andrebbe anche sottolineato – perché è giusto farlo per correttezza di informazione – che la rivista per un periodo (che ha coinciso soprattutto con la direzione di Philippe Val) è stata pervasa da una sorta di islamofobia ossessiva, persino più virulenta di quella delle destre citate da Vincenzo. Questo ovviamente non significa evocare alcuna forma di giustificazione per l’orrendo crimine di Parigi, né mettere in dubbio la libertà di stampa e di espressione..

  2. véronique vergé il 10 gennaio 2015 alle 20:42

    Ho una lettura di questo fanatismo:
    Hanno tutti un percorso caotico.
    La frattura accade durante l’adolescenza, in particolare nella scuola media: assenteismo, violenza verso i professori, fallimento.
    Ignoranza, poco vocabulario, rifiuto di leggere, di avere uno sguardo aperto.

    Poi sovente delinquenza, prigione, vincolo con il banditismo, la mafia di banlieue.

    Per finalmente trovare un “islam” fanatico che non ha niente da vedere con una religione, ma assomiglia a una setta.

    Penso che il momento critico è l’adolescenza.

    • Salvatore D'Angelo il 11 gennaio 2015 alle 13:36

      Véronique hai colto un nodo essenziale. E’ lì, in quell’età che bisogna lavorare a fondo, con una lucida e determinata politica di accoglienza e integrazione, che presuppone un piano vasto e finanziariamente duraturo di investimenti in cultura e lavoro. Con strumenti pedagogici adeguati, con politiche di inserimento lavorativo mirate e durature nel tempo. E’ su questo terreno che si vince la battaglia. Diversamente, temo che il solco tra emarginazione e integrazione è destinato ad allargarsi, tanto quanTo è destinato a saldarsi quello tra emarginazione e organizzazioni integraliste, le quali offrono almeno la perversa e tragica prospettiva di avere uno scopo e un senso “eroico” a vite fatte di nulla, di violenza, ignoranza, emarginazione.
      Ben ritrovata.

  3. véronique vergé il 10 gennaio 2015 alle 20:48

    Ringrazio Nazione Indiana per la pluralità dei punti di vista su questa tragedia.

  4. Lucio Angelini il 11 gennaio 2015 alle 14:35

    Si parva licet componere magnis, anch’io, nel mio piccolo, vidi negato il mio diritto alla satira (peraltro un’innocua satira dei wuming) allorché ilmiolibro.it espunse dal catalogo il mio saggio “LA BUFALA DEL NEW ITALIAN EPIC” senza alcun contraddittorio con me:
    https://bestofcazzeggiletterari.wordpress.com/2012/06/21/bocl-n-38-la-bufala-del-new-italian-epic-1/

  5. Lucio Angelini il 11 gennaio 2015 alle 16:18

    (ma che lo dico a ‘ffa? tanto oggi siamo tutti Charlie, compresi i wuming)

  6. véronique vergé il 11 gennaio 2015 alle 20:00

    Ciao Salvatore

    Une marche immense. Anche nella mia città di Provenza una grande mobilitazione.
    Consola. Fa sperare. Molto commovente i nomi sgranati nel silenzio della piazza.

    Grazie agli Italiani che hanno condiviso il dolore della Francia.

  7. andrea inglese il 11 gennaio 2015 alle 22:10

    Bella intervista. Grazie Daniele.
    Sparagna e la banda di Frigidaire rappresenta probabilmente l’ultimo esempio di una satira italiana con una solida dimensione libertaria e miscredente.

    Molto chiara anche la riflessione sul rapporto tra islam radicale (sorta di sotto-cultura religiosa o di religione priva di cultura) e la tradizione dottrinaria, la scolastica musulmana, che si è evoluta nel tempo, accogliendo e mediando le tante esigenze sociali e storiche delle società musulmane.

    • daniele ventre il 11 gennaio 2015 alle 23:21

      La cosa più raggelante, che notavamo con Sparagna, resta il fatto che l’Islam radicale sembra una sorta di gigantesmo calvinismo-dominionismo islamico. Le analogie (inclusa la centralità economico-finanziaria) sono molte.

  8. Decimo il 12 gennaio 2015 alle 00:33

    Osservazioni molto pertinenti sono quelle espresse nel suo blog da Raffaele Alberto Ventura. Mi piacerebbe conoscere l’opinione al riguardo di Daniele Ventre e di Andrea Inglese.

    • daniele ventre il 14 gennaio 2015 alle 01:41

      Per quanto mi riguarda, la mia opinione è abbastanza semplice da riassumere. L’occidente ha creato un mostro, seminando la distorsione dominionista dell’Islam dovunque ha imposto la sua egemonia. Il terrorismo è la reazione dell’Islam alla manipolazione occidentale. Il circolo vizioso che ne deriva è un’escalation bellica. Fra gli assassini per amor di Dio e i carcerieri per la libertà.

  9. Mariateresa il 14 gennaio 2015 alle 17:35

    sono totalmente d’accordo con Veronique, brava! Secondo me questi misteriosi califfi adottano poi strane tecniche di lavaggio del cervello che dovremmo conoscere per combattere
    Ciao Je suis Charlie, Mariateresa da Bari!



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