La piantagione

15 gennaio 2015
Pubblicato da

di Orso Tosco

L’uomo lungo, che alcuni chiamavano l’uomo lisca di pesce, aveva l’abitudine di intingere cotton fioc nello sciroppo d’acero, per poi lasciarli congelare nel freezer, durante la notte.

Al mattino, durante le sue lunghe passeggiate, era solito succhiarli con gusto, come certi bambini fanno con le dita.

Da tempo immemore cercava di dipingere quello che, lui ne era certo, ne era certo nonostante tutto, sarebbe stato il suo capolavoro.

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Immagine tratta da http://nos.twnsnd.co

Si trattava di un paesaggio. Un paesaggio racchiuso in un’ora precisa: nel momento, raro, in cui le divinità, improvvisamente, trovano stupido il proprio stesso ridere, il proprio stesso divertimento per le bugie amorose e gli affanni degli uomini come l’uomo lungo.

È un’ora incredibilmente densa, e infatti dura poco, un battito di ciglia appena.

Subito dopo, le divinità, per dissimulare l’imbarazzo, riprendono a ridere con forza, ridono del proprio ridere e subito dopo delle cose buffe e tragiche che capitano di continuo davanti ai loro occhi da mandorla.

Ma il paesaggio dell’uomo lungo, anche di questo lui era certo, avrebbe coinvolto quel preciso momento di silenzio. Il breve attimo in cui le risa si scoprono stupide. E per questo, il cielo, sarebbe stato nuvoloso e caldo, come di terra che sbuffa sabbia, andando a insultare, giustamente, qualsiasi tramonto. Sotto il cielo, che avrebbe occupato metà della grande tela già da tempo predisposta su di un solido cavalletto, il pittore avrebbe voluto dipingere una campo di tè, una piantagione.

Il cielo era in pratica già pronto, da tempo, generoso e paziente nonostante l’ammanco. Ma la piantagione non arrivava. Non poteva arrivare per una ragione tanto stupida e implacabile quanto una malattia: per il semplice fatto che l’uomo lungo, di piantagioni di tè, mai ne aveva viste. E non soltanto. L’uomo lungo si era sempre oltremodo rifiutato di osservare anche soltanto una fotografia che le raffigurasse, o un disegno, come se ne trovano sulle confezioni di tè più elaborate e bugiarde. L’uomo lungo era fermamente convinto che, trattandosi del suo personale capolavoro, la piantagione, prima o dopo, sarebbe arrivata da sé.

La vita ve lo avrebbe condotto, attraverso i suoi buffi raggiri e le sue bambinesche manovre, prese di posizione, grazie a tutto quell’armamentario che abbaglia gli uomini e li fa invecchiare indaffarati.

La vita.

La vita in fondo gli aveva permesso di camminare e guidare per anni e anni in questa gloriosa città così bella e così abile nel far rimpiangere ruscelli e mulini, così adatta a consigliare il taglio delle camicie stagione dopo stagione. La vita gli aveva snellito e al tempo stesso ammorbidito il viso, un tempo bello, come il mare fa con i vetri. La vita gli aveva consigliato di rincorrere voci e corpi, fino a raggiungerli e, una volta raggiunti, la vita l’aveva spinto a ripudiarli per altre rincorse, sempre più affannose. La vita l’aveva abituato a parlare da solo, lungo il riflesso sui vetri, la notte, nelle notti sole e impaurite della sua splendida città paurosa e gloriosa e astiosa. La vita l’aveva allungato, seguendo la pigra tenacia d’acciaio delle rampicanti; e lui: cosa aveva dunque fatto, lui, l’uomo lungo? Non aveva forse lui contato con cura gli spiccioli con cui si costruisce una carriera, per quanto misera? Non aveva forse appoggiato il viso, un tempo bello, contro molti ventri, e su ciascun ventre non aveva lui forse baciato fuori la parte migliore di sé, il miele prezioso e meschino con cui si allontana la paura?

L’uomo lungo, l’uomo lisca, queste cose le aveva fatte. E altre ancora.

Aveva visto morire e aveva preteso che fosse una cosa accettabile, e per sfuggire il dolore si era stretto nelle coperte, a fondo, con durezza, come si tenta di stringere una benda sopra di una ferita profonda. Aveva accettato il duro e spesso incomprensibile giudizio altrui, illudendosi che il proprio dispiacere fosse d’aiuto al riso degli dei, e che dal loro riso potessero nascere nuovi minerali, immense ametiste, o anche soltanto piante grasse, che in futuro, altri migliori di lui, con baci migliori dei suoi, meno meschini, meno affannati, avrebbero venerato e bevuto, come laghi.

Aveva lasciato che il proprio volto si assottigliasse e si ammorbidisse, l’uomo lungo, aveva rincorso, e ancora rincorso, e giurato, e poi aveva rinnegato i propri giuramenti con altre rincorse, nascosto da altre morti, da altre speranze. Aveva camminato e guidato, a pochi passi dai fantasmi, ma senza mai e poi mai disturbarli, semplicemente allungandosi, come una cannuccia di plastica, semplicemente rimpiangendo, e aveva parlato da solo, cambiando camicie e dimenticando voci.

Aveva servito la vita come tutti e come nessuno. Come tutti, appunto.

E allora perché la vita avrebbe dovuto negargli la sua piantagione di tè? Perché mai negare una soddisfazione così misera a un servitore tanto fedele?

Eppure, la vita, continuava a negargliela: o meglio, come lui amava pensare, la rimandava. Meglio, meglio così, pensa l’uomo lungo camminando veloce mentre succhia i suoi cotton fioc coperti di sciroppo d’acero ghiacciato. La piantagione arriverà al momento giusto. Quando sarò pronto per eseguire davvero il mio capolavoro.

Il cielo, in fondo, ripete ad alta voce ridendo l’uomo lungo, il cielo può aspettare, lo dicono tutti, lo può dire chiunque.

Ma ecco che la pioggia lo sorprende nella sua camminata. E lui ha paura della pioggia, ha terrore della tosse cattiva che la pioggia sa imporgli se lui ci cammina dentro troppo a lungo.

E allora entra in un bar. Il bar è lungo e legnoso, con le pareti coperte da pagine di libri incollate tra loro fino a rendere le lettere e le frasi da cui sono riempite poco più che il balbettio di una telescrivente. La stanza lunga, coperta di parole insensate, è piena di gente, è piena di giovani. L’uomo lungo non ama i giovani, nemmeno li odia, ma non li ama.

È per questo che pensa, ho già dato, chiudendo gli occhi.

Ed è per questo che vorrebbe uscire subito, ma la pioggia si è infittita, e lui non ha cuore di sfidare la tosse cattiva. Così resta. Resta e capisce che in fondo alla sala c’è una persona che sta leggendo qualcosa. E che gli altri, i molti altri, lo stanno ascoltando. Dal modo in cui ascoltano la persona che legge, l’uomo lungo immagina si tratti di una storia ammirevole.

È possibile, ammette l’uomo lungo, anzi è certo che si tratti di una storia ammirevole. C’è di mezzo una dinastia, e il lavoro, la natura, la perdita, le tasse persino, e la gente di tanto in tanto ride e in altri momenti si fa pensierosa, o rapita, come fossero all’ascolto di una musica misteriosa.

Ma l’uomo lungo non bada alle dinastie, e tanto meno al lavoro, o alle risate.

Ho già dato, continua a pensare, ho già tanto tentato.

E invece di ascoltare la storia ammirevole, osserva una ragazza seduta nelle ultime file. È bruttarella, e lo resterà. Dispone invece di una dolcezza che col tempo forse diventerà altro. Fermezza? Ottusità? Benevolenza?

L’uomo lungo sa benissimo che la ragazza è innamorata della persona che legge. La guarda seguire ogni parola del lettore accompagnandola con un piccolo fremito, come se anche le parole più dure o banali venissero riprodotte da una lingua nell’interno delle sue cosce, le sue cosce avvolte in un pantalone molto colorato, un pantalone da venditore di formaggi peruviano.

L’uomo lungo, allora, prova il desiderio di avvicinarla e di sussurrarle all’orecchio queste parole: “Si raccolgono in mano le mani quando si è soli, ma sovraffollati”.

Dettò ciò, pur di sfuggire allo stupore della ragazza innamorata, trova il coraggio di fottersene della tosse e di sfidare la pioggia, e le vie, e persino il ritorno a casa.

Il tempo passa veloce, e con lui le ore, e la notte si fa strada con grande facilità perché la pioggia scolora tutto e lascia spazio al nero, e l’oscurità si sistema comoda, come una gatta sul tetto di un furgone parcheggiata a lungo.

L’uomo lungo è divertito e triste.

Ma allora è questo che io faccio, domanda a sé stesso con voce forte, pronuncio parole non volute come si scartano le caramelle di uno sconosciuto?

Che spreco ma, conclude ridendo e tossendo, è anche bello sprecare. È il letame, è la generosa accoglienza del letame che fa le stelle belle.

Poi di colpo si blocca. Come davanti a una meraviglia. Come se la vita gli avesse organizzato una festa a sorpresa deserta, ma proprio per questo preziosissima.

È costretto ad ammettere di non essersi mai reso conto di vivere vicino a un ruscello, e di non possedere camicie, nemmeno una.

Che sbadato, pensa, entrando dentro il proprio mulino da cui si vede la città, illuminata nella notte.

E per la prima volta, quella città che sempre gli era parsa tanto infaticabile, eccessiva, piena di sé e della proprio storia, gli appare stanca, infinitamente bisognosa, come una bambina prodigio costretta da secoli nello stesso ruolo, nonostante le guerre e i terremoti, nonostante la febbre e la stanchezza.

Un giorno, un giorno bellissimo, queste antiche mura e questi palazzi saranno scomparsi sotto il peso di poderose paludi viola, e le nevi resteranno a mezz’aria, sorrette da ciglia baciate eppure asciutte.

Subito dopo, l’uomo lungo tende il braccio per raccogliere la città, che si rannicchia sulla sua mano come un uccellino ferito.

E l’uccellino ferito, senza aprire gli occhi, come dormendo, con grande dolcezza, inizia a divorarlo.

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2 Responses to La piantagione

  1. daniele ventre il 15 gennaio 2015 alle 14:49

    La prose rythmique.

  2. Eclaro il 15 gennaio 2015 alle 15:16

    Un raccontino scritto molto bene, e sorvegliato, complimenti. Di rado mi capita di leggere fino in fondo e per intero un pezzo di prosa o delle poesie di emergenti colte in rete.
    Un commento come questo, dunque, è un passo in più e uno sbilanciarsi critico che mira a sottolineare i pregi e i difetti di un autore da incoraggiare.
    A mio avviso, v’è un difetto evidente di sostanza (che lascio a lei il compito di indagare o meno), mentre dal punto di vista formale v’è poco da eccepire.
    Ad maiora!



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