Da “Avremo cura”

17 gennaio 2015
Pubblicato da

di Gianni Montieri

(Sud) in caso di morte


I

Gli spararono in faccia
che tutti sapessero, che tutti ricordassero
la sera stessa in piazza
commenti da stupidi ventenni
stabilivamo con una birra in mano
il grado di importanza di una morte
(chi lo conosceva, quanti colpi
se c’era tanto sangue, quanta polizia)


qualcuno stava zitto, qualcuno parlava
pochi minuti per tornare all’ordinario:
la biondina in jeans tagliati  a chi la dava
il centravanti squalificato, il motorino truccato.

°

II

La mattina di un primo gennaio:
una vecchia 500 sventrata
da una cipolla o bomba Maradona
qualcuno torna a casa ubriaco
si dirada una nebbia artificiale
la conta dei feriti su “Il Mattino”
una conoscente morta a mezzanotte
-una pallottola vagante-
mi appunto mentalmente il funerale
“buon anno” a un passante
che non risponde.

°

VI

Del mare ricordo una finestra
vernice scrostata sulle imposte
stranieri fermi ai rondò
in attesa di carico 
per lavori da mezza giornata

dietro il mare la statale
lunga fino al Lazio
macchine con brava gente in coda
per le ragazzine, per scopare

il lungomare una sterpaglia
baracche, case mai finite
cartelli divelti e zanzare
prima di un lido: un morto ammazzato

ricordo questo del mio mare
e altro ancora

io e mia sorella ridevamo sempre
come fanno i bambini al mare
per noi contava soltanto l’ora
in cui entrare in acqua
qualunque fosse il suo colore

non ho mai visto gabbiani sul mio mare
qualche volta aquiloni colorati.

°

VII

Le vecchie sedute fuori dai cortili
sulle spalle scialli fatti a mano
il pettegolezzo mischiato alla preghiera
assolvere o benedire ogni passante
tessevano ricami delicati, uncinetti
uccidevano una donna in tre parole.

°

IX

C'erano ampi margini, confini,
scatti da fare sul fondo, e l'erba
tagliata male. Crossare al centro.
Uno a saltare di testa, potevamo
crescere, raddoppiare in difesa

al calar del sole: grida di madri
tre, quattro speranze in coda
al giorno, fare ordine e buonanotte.

Poi cosa è successo? Uno ha preso
un treno, uno è saltato di testa
o per aria. Alcuni sono rimasti
all'intervallo e non si rivestono
un altro ha ancora su la maglia
aspetta il lancio in verticale,
la svolta, ma non ci sono piedi 
buoni, né arbitro, guardalinee,
non c'è pubblico, non c'è tribuna
solo il replay di un fuorigioco 
fischiato da nessuno.

°

XVI

La morte a noi ci è sempre stata intorno
sepolta a tradimento sotto casa
aggiunta lentamente al nostro cibo
sui nostri pochi alberi, le panchine
le vecchie linee dei tram interrotte
binari arrugginiti, treni troppo lenti.

°

XX

Francesco alle medie era il più smilzo
poco ne capiva di materie letterarie
sono certo l’algebra lo confondesse
però  toccava il culo alle ragazze
ghignava con la sigaretta in bocca
che sarebbe diventato il padrone
del suo rione popolare
era già morto, dieci anni
prima che gli sparassero
gli passavamo i compiti 
non lo sapevamo.

°

XXI

Ricordo d’aver visto in cucine
piccole e male illuminate
preparare e poi servire
cene sempre uguali
la zuppa di fagioli come in guerra
e guerra era quel rumore
di due donne a masticare
quel silenzio da bombardamento.

°

XXIV

Guardo mio padre:
in una mano la borsa con la carta
nell’altra quella con la plastica
a piedi verso il punto di raccolta,
lui che non guida, con quanta dignità
e così poca convinzione, differenzia
è uomo d’altri tempi.

Mia sorella carica tutto in macchina
e ogni due o tre giorni, senza alcuna
certezza, ricicla tutto ciò che può, che deve.
Passo davanti alla biblioteca comunale
mi appunto la data: otto aprile 2011 
e un fotogramma, duecento metri
di spazzatura accatastata.

In tutto questo mio nipote canta
la sua canzone preferita.

°

XXV

Mi chiedo cosa accadesse a Giugliano
cosa accadesse di diverso, s’intende,
soffiava il vento di notte nei rioni
parlavamo ad alta voce, ma di che?
Certi giorni pioveva fortissimo, e noi
(rallentati da pozzanghere infinite
da fossi d’acqua, fiumi di lava sporca)
sognavamo i sogni dei ventenni
gli stessi a ogni latitudine, parallelo
sognavamo in dialetto, senza dirceli
per debolezza o per conservazione

ma perdevamo ogni cosa per strada
a ogni giro in motorino senza casco.

°

XXVI

Ripensare un attimo al ragazzo
figlio del commercialista ricco
mentre sfila la domenica mattina
con la polo firmata Johnny Lambs

le scarpe no, quelle le compravamo
nello stesso negozio, tutte uguali
l’inverno delle Sax, quello reiterato
delle Timberland, l’estate solitaria
(poi chissà perché) delle Docksteps

ricordarsi di sé, quei pomeriggi
passati a mettere dischi su dischi
mille parole su un assolo di chitarra
era meglio Dave Gilmour o Clapton?

Così le morti ci passavano accanto
senza disturbarci più di tanto
giovanile noncuranza la nostra

a un certo punto il miglior bassista
divenne, senza merito, quello dei Primus.

°

XXIX

Non pensare che fosse indifferenza 
la nostra piuttosto un modo di vivere 
le cose così come si vivono:
tutte insieme, una per volta. 
La sparatoria dietro l’angolo, 
la partita di calcetto i compiti da fare,
poi uscire la sera il bar, la storia di tutti,
tutti tornavamo a casa per cena.

*
Gianni Montieri, Avremo cura, Zona, Arezzo, 2014.

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6 Responses to Da “Avremo cura”

  1. francesco il 18 gennaio 2015 alle 07:21

    “Avremo cura” è un gran bel libro; soprattutto vi trovo, oltre alla capacità tecnica che Montieri possiede, una necessità di scrivere e raccontare che gli danno valore e dignità.

    Francesco t.

  2. Christian Tito il 18 gennaio 2015 alle 09:06

    Grazie, un libro che devo assolutamente leggere.

  3. gianni montieri il 19 gennaio 2015 alle 11:09

    Grazie ad Andrea Inglese per l’ospitalità, e a Francesco Tomada e Christian Tito per aver lasciato un pensiero.

  4. Massimiliano Damaggio il 21 gennaio 2015 alle 09:43

    Sono poesie necessarie. E molto ben scritte. La XXI è davvero emozionante.

  5. Vincenzo Frungillo il 21 gennaio 2015 alle 16:23

    Un libro magnifico. Bravo Gianni.

  6. mario il 23 gennaio 2015 alle 12:38

    un libro che merita. grazie Gianni.



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