“Non stancarsi mai dei doni”.* Vari tipi di Frastuono

19 gennaio 2015
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FRASTUONOdi Francesca Matteoni

Se fossimo dentro una fiaba penseremmo che l’adolescenza sono i fanciulli di neve prima di sciogliersi in un’acqua comune e scorrere nell’età adulta – creature silenziose, perché le loro parole perfino quando dette restano un interrogativo: suoni che crediamo di dover codificare, quando basterebbe riuscire a serbarne memoria. Penseremmo a un momento irrisolto e pieno, a una porta socchiusa nel buio o una luce incerta del divenire, che ci riguarda tutti nel nostro esistere ordinario.

Frastuono, film scritto e realizzato da Davide Maldi, Lorenzo Maffucci e Nicola Ruganti e presentato all’ultima edizione del Torino Film Festival, coglie con rara sensibilità proprio il dipanarsi di due adolescenze della provincia pistoiese, accomunate dalla passione per la musica e dal muoversi quasi invisibili nella loro fetta di mondo.

Iaui  vive in una casa nel bosco, sui monti dell’Appennino dove è cresciuto in una comunità autogestita; sogna e sintetizza la musica psy-trance da suonare nei free party in giro per paesi diversi. Angelica abita invece in città: canta in un gruppo punk e chiusa nella sua stanza si traveste, cambia abbigliamento e colore di capelli, si reinventa filmando i dettagli delle sue giornate.

Entrambi frequentano le scuole superiori, hanno esistenze normali o normalmente inquiete, dove mettono in scena la loro quotidianità come in una grande prova generale, da cui forse non si esce davvero. Soprattutto non la si può narrare da un principio a una fine senza inceppi o epifanie, senza che ciò che sembrava ieri si affacci nell’oggi, che non rispunti fuori dal paesaggio un “e io chi sono qui, chi sono queste persone?”, mentre la trama del reale quasi sfugge e si fa incomprensibile. Perché l’impianto armonico del vivere è fatto di discordanze e imprevisti, di rumore, molto prima che melodie. E dunque di frastuoni.

C’è il cammino di Iaui nel buio per ritrovarsi davanti a un sé bambino che ride e si addormenta sul corpo della mamma; o lo sguardo di Angelica sopra una piccola se stessa che balla spavalda durante una festa familiare. Il frastuono è il loro sapersi uguali e distanti da quella perfetta infanzia; o quella spezzatura prodotta nello spettatore, non più davanti alla storia filmata di due ragazzi, ma allo spettro delle sue molte vite, che gli ritornano per un sentiero onirico con altri volti e luoghi. Frastuono è la montagna innevata dove corre il ragazzo e quel panorama idilliaco è anche, quando la telecamera si alza fino alle cime, un ostacolo da valicare o una cattedrale in niente dissimile da un’altra, metafisica, desolata, in cui Iaui si trova a battere sui tasti muti di un vecchio organo, mentre un amico viaggia per le navate sullo skateboard. Frastuono è il sovrapporsi a queste scene del pianto senza perché di Angelica o la sua metamorfosi in fatina urlante, con parrucca bianca e occhialoni, ma con la medesima cadenza toscana di un’esasperata bambina dai capelli turchini che deve incantarsi via dal confortevole e spaventoso territorio domestico. Frastuono è lo sdoppiarsi nei sotterranei cittadini fino a risalire per i palazzi storici affacciati sulla piazza e vedersi, come fanno Angelica e la sua amica, proiettate laggiù sui sampietrini, nel desiderio di essere da un’altra parte. O lavorare tra gli alberi alla riparazione di una barca con gli amici, così che un giorno la staticità dei monti sia l’avventura del mare. Frastuono è la provincia come l’adolescenza, terra ingrata e sempre ignota, perché prima di conoscerla ci si affretta a fuggirne anche solo per vie fantastiche, ma che tuttavia non è distante da altri immaginari urbani. Pistoia, circondata dalle montagne, segreta nel suo cuore cittadino, bella e ostile è la terza protagonista del film, destinataria di un gesto totale d’amore che non pretende affatto di essere ricambiato. Così Iaui scrive Pistoia Ovest come Berlino Est sul muro di una stazione secondaria dove i treni sembrano non passare; oppure ancora lungo il binario, il rito notturno della tavola da skateboard infranta e bruciata evoca la Portland di Paranoid Park di Gus Van Sant, da anni uno dei registi americani più genuinamente interessati a raccontare gli adolescenti senza spiegarli o ipotizzare cosa dovrebbero essere. Iaui e Angelica approderanno entrambi a Berlino quasi per dimostrare a se stessi che si può andar via e poi scoprire, paradossalmente, che per quanto in viaggio siamo noi a essere abbandonati, disertati. Dagli affetti e dagli amici o dalla semplice paura di smarrirli, scorgerli tranquilli nel prato dove siamo insieme e poi non riconoscerli più; dai volti familiari quando diventano l’espressione quieta e di fondo estranea di un qualsiasi animale esotico in un giardino zoologico. E vi è infine il frastuono della musica: il frastuono nelle cuffie mentre si attraversa la boscaglia o si pedala in bicicletta; il frastuono dei festival techno e trance per le valli popolate di un’umanità bizzarra e variopinta; delle canzoni gridate e selvaggiamente dissonanti, dei consigli e delle note che provengono da misteriosi spiriti-guida che sono sia artisti che traghettatori di ansie e meraviglie, proprio come le piccole bestie sapienti di Pinocchio. La musica non quale scopo o riscatto, ma come seconda pelle che isola, salva e pone fuori da ogni giudizio i due ragazzi, qualsiasi sia poi la strada che prenderanno. Rimarrà deluso chiunque si aspetti un film sull’adolescenza come preludio a storie di successo artistico – è molto più interessante per gli autori sprofondarci in un sogno, nella dimensione della lentezza e dell’antinarratività, come per farci affiorare davanti a uno specchio.

Attraverso un ammirevole lavoro di montaggio che mette insieme un girato di tre anni, materiali d’archivio e dialoghi minimi, nell’era frenetica del comunicare e produrre, dell’emergere con atti notevoli di genio, ambizione, spregiudicatezza, Frastuono è una commovente restituzione: ha una forza elettiva, non vuole affatto catturare il maggior numero di consensi, ma scegliersi i suoi destinatari, suggerendo di riprendere a guardare, tenere saldo il coraggio o l’incoscienza che permette a un adolescente di liberarsi dalle etichette, di lasciarsi dietro (e dentro) l’origine, aprire un ombrello di fortuna, issare una vela, camminare spedita, salpare verso quel luogo che è suo e suo soltanto ed è tutta la sua vita.

Nota personale

Conosco da tempo Nicola Ruganti e Lorenzo Maffucci e tramite loro ho incontrato Davide Maldi, il regista grazie al cui occhio Frastuono si è concretizzato. Conosco Nicola e Lorenzo perché siamo tutti e tre di Pistoia. Allora allo stupore per questa visione si accompagna la mia gratitudine di pistoiese prima che di amica, perché niente come la provincia mette addosso un senso intimo e morale di esilio, di straniamento e di rivalsa. Ma si può imparare che l’unica rivalsa possibile è immaginare questo luogo finché la sua anima sia per noi più accettabile, diventi in qualche modo la casa che comunque, nonostante le esperienze altrove, ci abita.

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*Le parole sono tratte da una poesia di Amelia Rosselli, contenuta in Documento (Garzanti 1976)

FRASTUONO, SCHEDA TECNICA

regia, fotografia: Davide Maldi
soggetto: Lorenzo Maffucci, Nicola Ruganti
montaggio: Ilaria Fraioli
suono: Stefano Grosso, Marzia Cordò, Giancarlo Rutigliano, Lorenzo Maffucci
interpreti e personaggi: Iaui Tat Romero, Angelica Gallorini, Alice Bianconi, Lorenzo Fedi, Elia Zampini, Alessandro Fiori, Father Murphy
produttori: Dario Zonta, Gabriella Manfrè
produzione: Invisibile film, Rai Cinema

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