«l’amor di sistema»: Giacomo Leopardi e la contraddittorietà

30 gennaio 2015
Pubblicato da
Raoul Bruni, Da un luogo altro, Su Leopardi e il leopardismo, La Nuova Meridiana, Le Lettere, Firenze 2014

Raoul Bruni, Da un luogo alto, Su Leopardi e il leopardismo, La Nuova Meridiana, Le Lettere, Firenze 2014

di: Francesca Fiorletta

Esce per Le Lettere, nella collana La Nuova Meridiana, Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo, una dotta e ben articolata raccolta di saggi di Raoul Bruni, critico letterario e docente fiorentino, attualmente adiunkt all’Università Pedagogica di Cracovia.

Dalle Operette morali alla tragedia antica, passando per lo Zibaldone e i Paralipomeni della Batracomiomachia, Bruni ripercorre criticamente il percorso filosofico e filologico dell’immenso poeta di Recanati, non trascurando altresì di puntare il fuoco dell’attenzione sugli stretti e indispensabili rapporti che intercorrevano fra Leopardi e gli intellettuali di spicco della sua epoca.

Gli ultimi due capitoli, inoltre, sono accuratamente dedicati all’influenza imprescindibile che ha avuto Giacomo Leopardi su tutta la cultura novecentesca, italiana e non solo. Influenza qui intelligentemente rimeritata e ben evidenziata grazie soprattutto all’ausilio di due importanti figure: Giovanni Papini e Giuseppe Rensi.

Non occorrerà, certo, soffermarsi ulteriormente sulla grandezza dell’opera poetica e intellettuale del nostro vate de La Ginestra, eppure, uno dei pregi maggiori del pensiero leopardiano è, a mio avviso, la capacità di riservare sempre nuovi spunti, l’incredibile quantità di nuove prospettive dialettiche che è in grado di aprire e valicare, ad ogni pagina, la sua scrittura, dicendo e contraddicendo anche se stessa, forse addirittura anche a un certo livello non completamente volontario.

Perciò, ad esempio, durante la lettura, mi sono soffermata su un passaggio forse un poco ostico ma che ritengo fondamentale, e che riguarda, per l’appunto, «l’amor di sistema», inteso come presupposto filosofico, ma diremmo, più in generale, ideologico, che soggiace o dovrebbe (o piuttosto non dovrebbe?) soggiacere a un certo tipo di scrittura autocosciente.

Leggiamo, dunque, direttamente dallo Zibaldone, 948, 16 aprile 1821:

l’amor di sistema, o finto, o vero e derivante da persuasione, è dannosissimo al vero; perché i particolari si tirano per forza ad accomodarsi al sistema formato prima della considerazione di essi particolari, dalla quale il sistema dovea derivare, ed a cui doveva esso accomodarsi. Allora le cose si travisano, i rapporti si sognano, si considerano i particolari in quell’aspetto solo che favorisce il sistema, in somma le cose servono al sistema, e non il sistema alle cose, come dovrebb’essere.

Ma di cosa si sta parlando, esattamente? Raoul Bruni ci viene opportunamente in ausilio con la spiegazione di questo passaggio. Lo cito:

Per Leopardi, insomma, ogni sistema teorico deve misurarsi con l’esperienza individuale del soggetto, che spesso finisce per smentire le presunte verità generali.

Fin qui, tutto chiaro, ma sembra ci sia ancora dell’altro, qualcosa di più profondo, un nervo toccato, lasciato ancora più scoperto. E così, infatti, più avanti, il critico prosegue:

Proprio perché osserva la realtà direttamente, senza il filtro di lenti ideali, il pensiero di Leopardi giunge a mettere in discussione gli assiomi della logica occidentale, a cominciare dal principio di non contraddizione, enunciato nella Metafisica di Aristotele, «estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri».

Questo, in fin dei conti, mi sembra il nodo della questione: il diritto alla contraddittorietà, che tanta linfa ha dato e sempre è in grado di dare alle forme artistiche e espressive più incisive, dai secoli addietro fino ancora ai giorni nostri, ci resta impresso a vividissimo memento come uno dei numerosi e più fervidi insegnamenti del pensiero filosofico leopardiano.

Non soltanto si esalta, dunque, il privilegio dell’esperienza, il primato della singolarità, che è cosa ben diversa dall’individualismo, ovviamente, ma oltretutto si rivendica, in chiave assolutamente vitalistica, l’assoluta necessità dell’atto stesso della messa in discussione, della pratica consapevole del rifiuto dei dogmi, contro l’orrorifico e fin troppo protratto scambio dei piani fra ciò che “dovrebbe essere” e ciò che invece “è e non può non essere”.

Leggiamo ancora:

Per Leopardi un pensiero effettivamente sintonizzato con l’esistenza non può non essere contraddittorio perché:

l’essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell’esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell’essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria […]. Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l’esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (Zib. 4099-40100, 2 giugno. 1824).

E quanto bene ci fa, oggi, continuare a leggere e rileggere Leopardi, per non cadere nelle maglie dello spirito del «sistema», per lasciarci avvolgere, piuttosto, dallo spirito di contraddizione.

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Commenti interessanti

  1. Eclaro says:

    A commento della prima citazione, si dirà che il Leopardi mette in guardia dai sofismi logici (come la petitio principii), rilevando la differenza sostanziale tra procedimento induttivo e procedimento deduttivo.
    A commento della seconda citazione, si deve sottolineare che v'è una netta differenza tra ciò che il Leopardi dice e non dice, e cioè che un conto è rilevare (e/o appercepire) la contraddittorietà insita in tutte le cose e, con essa, l'importanza vitale di mantener viva la contraddittorietà stessa nelle cose umane e non (intendiamo soprattutto nello sguardo sul mondo e nel giudizio etico ed estetico), altro conto è fomentare lo "spirito di contraddizione" come pratica polemico-eristica fine a se stessa.

  2. E certamente! Figurarsi Leopardi come un sobillatore... wink

  3. Eclaro says:

    Invece lo era, un sobillatore, eccome se lo era!, d'animi e di menti, di cuori e di coscienze. sunglasses

  4. L. è stato ad un passo dalle gioie della mistica. Tutto è nulla è un'ontologia, non è spregiativo. Ma le menti indebolite a forza di esercizi apofantici (Aristotele era inglese) non lo sanno più. L'essere è nulla è verità in esilio dovunque, esiliata da qualsiasi sistema, a casa solo nella lingua, nel silenzio. Ma noi dobbiamo parlare, costruire estetiche, scrivere libri, ribattere, farci vedere, spiegare, portare il pane a casa, ec.

  5. Eclaro says:

    Sono d'accordo, Raffaele. S'è già morti, ma d'una morte sempre nuova, incomunicabile. Non v'è de-siderio autentico che non sciami silente giù dalle stelle. E poi il reale... questo reale? Meglio riderne. Ridere sempre. Dentro. Io concepisco il Nulla del Tao, e in esso mi smarrisco, perché so trarne universi risibili, gioie tanto effimere quanto immarcescibili. Scoprirò ancora questo Nulla... questo Tutto che mi sopravanza e che non sa star fermo senza di me.

  6. La visione leopardiana, quella di un "moralista" più che di un filosofo, contiene comunque due intuizioni filosofiche: il rovesciamento di uno dei trascendentali dell'essere (tutto è male) che più tardi conduce a una prefigurazione del nichilismo; in subordine, la contraddittorietà distruttiva dell'essere.

    La formulazione coerente di un metodo, fondata su un negativismo logico-ontologico, ma con il correttivo di un'istanza etica cosmopolita. Quella che oggi manca ai vari post-filosofi, post-sociologi e quant'altro.

    P. s. negativismo non significa pessimismo. Il termine va ovviamente chiosato guardando alla sua etimologia. Vi si può riconoscere a largo raggio un'ampia gamma di posizioni filosofiche, dallo scetticismo antico alla dialettica del non di francofortese memoria.

  7. eh, che tu e @agricola181966 vi eravate sovrapposti, infatti, vedi post.
    (Leopardi direbbe che è un atto contraddittorio?)

  8. Lo è senz'altro. Oggi peraltro il clima è leopardiano. :wink:

  9. Ad ogni tuo ismo, Daniele, L.: "Muoio!"

  10. Vorrei soffermarmi un momento sulla prima citazione (a proposito, gli estremi sono sbagliati: la pagina è 948, la data il 16 aprile 1821). Copio l'annotazione di Leopardi, che inizia alcune pagine prima, nella sua interezza (il grassetto che evidenzia il frammento citato sopra è naturalmente mio):

    Si condanna, e con gran ragione, l’amor de’ sistemi, siccome dannosissimo al vero, e questo danno tanto più si conosce, e più intimamente se ne resta convinti, quanto più si conoscono e si esaminano le opere dei pensatori. Frattanto però io dico che qualunque uomo ha forza di pensare da se, qualunque s’interna colle sue proprie facoltà e, dirò così, co’ suoi propri passi, nella considerazione delle cose, in somma qualunque vero pensatore, non può assolutamente a meno di non formarsi, o di non seguire, o generalmente di non avere un sistema.

    1. [946] Questo è chiaro dal fatto. Qualunque pensatore, e i più grandi massimamente, hanno avuto ciascuno il loro sistema, e sono stati o formatori o sostenitori di qualche sistema, più o meno ardenti e impegnati. Lasciando gli antichi filosofi, considerate i moderni più grandi. Cartesio, Malebranche, Newton, Leibnizio, Locke, Rousseau, Cabanis, Tracy, De Vico, Kant, in somma tutti quanti. Non v’è un solo gran pensatore che non entri in questa lista. E intendo pensatori di tutti i generi: quelli chesono stati pensatori nella morale, nella politica, nella scienza dell’uomo, e in qualunque delle sue parti, nella fisica, nella filosofia d’ogni genere, nella filologia, nell’antiquaria, nell’erudizione critica e filosofica, nella storia filosoficamente considerata ec. ec.

    2. Come dal fatto così è chiaro anche dalla ragione. Chi non pensa da se, chi non cerca il vero co’ suoi propri lumi, potrà forse credere in una cosa a questo, in un’altra a quello, e non curandosi di rapportare le cose insieme, e di considerare come possano esser vere relativamente fra loro, restare affatto senza sistema, e contentarsi delle verità particolari, e staccate, e indipendenti l’una dall’altra. E questo ancora è difficilissimo, perchè il fatto e la ragione dimostra, che anche questi tali si formano sempre un sistema comunque, sebbene possano forse talvolta esser pronti a cangiarlo, secondo le nuove cognizioni, o nuove opinioni che loro sopraggiungano. Ma il pensatore non è così. Egli cerca naturalmente e necessariamente un filo nella considerazione delle cose. È impossibile [947]ch’egli si contenti delle nozioni e delle verità del tutto isolate. E se se ne contentasse, la sua filosofia sarebbe trivialissima, e meschinissima, e non otterrebbe nessun risultato. Lo scopo della filosofia (in tutta l’estensione di questa parola) è il trovar le ragioni delle verità. Queste ragioni non si trovano se non se nelle relazioni di esse verità, e col mezzo del generalizzare. Non è ella, cosa notissima che la facoltà di generalizzare costituisce il pensatore? Non è confessato che la filosofia consiste nella speculazione de’ rapporti? Ora chiunque dai particolari cerca di passare ai generali, chiunque cerca il legame delle verità (cosa inseparabile dalla facoltà del pensiero) e i rapporti delle cose; cerca un sistema; e chiunque è passato ai generali, ed ha trovato o creduto di trovare i detti rapporti, ha trovato o creduto di trovare un sistema, o la conferma e la prova, o la persuasione di un sistema già prima trovato o proposto: un sistema più o meno esteso, più o meno completo, più o meno legato, armonico, e consentaneo nelle sue parti.

    3. Il male è quando dai generali si passa ai particolari, cioè dal sistema alla considerazione delle verità che lo debbono formare. Ovvero quando da pochi ed incerti, e mal connessi, ed infermi particolari, da pochi ed oscuri rapporti, si passa al sistema, ed ai generali. Questi sono i vizi de’ piccoli spiriti, parte per la loro stessa piccolezza, e la facilità che hanno di persuadersi; parte per la pestifera smania di formare sistemi, inventar paradossi, creare ipotesi in qualunque maniera, affine [948]d’imporre alla moltitudine, e parer d’assai. Allora l’amor di sistema, o finto, o vero e derivante da persuasione, è dannosissimo al vero; perchè i particolari si tirano per forza ad accomodarsi al sistema formato prima della considerazione di essi particolari, dalla quale il sistema dovea derivare, ed a cui doveva esso accomodarsi. Allora le cose si travisano, i rapporti si sognano, si considerano i particolari in quell’aspetto solo che favorisce il sistema, in somma le cose servono al sistema, e non il sistema alle cose, come dovrebb’essere. Ma che le cose servano ad un sistema, e che la considerazione di esse conduca il filosofo e il pensatore ad un sistema (sia proprio, sia d’altri), è non solamente ragionevole e comune, ma indispensabile, naturale all’uomo, necessario; è inseparabile dalla filosofia; costituisce la sua natura ed il suo scopo: e concludo che non solamente non ci fu, ma non ci può esser filosofo nè pensatore per grande, e spregiudicato, ed amico del puro vero, ch’ei possa essere, il quale non si formi o non segua un sistema (più o meno vasto secondo la materia, e secondo che l’ingegno del filosofo è sublime, e secondo ch’è acuto e penetrante nella investigazione speculazione e ritrovamento de’ rapporti) e ch’egli non sarebbe filosofo nè pensatore, se questo non gli accadesse, ma si confonderebbe con chi non pensa, e si contenta di non avere idea nè concetto chiaro e stabile intorno a veruna cosa. (I quali pure hanno sempre un sistema, più o meno chiaro, anzi più esteso, e per loro più persuasivo e più chiaro e certo, che non l’hanno i pensatori.) Sia [949]pure un sistema il quale consista nell’esclusione di tutti i sistemi, come quello di Pirrone, e quello che fa quasi il carattere del nostro secolo.

    (16 aprile 1821)

    Che cos'è un sistema? Ce lo dice Leopardi nel secondo punto: è quello che oggi potremmo anche chiamare una teoria, un modo di mettere in relazione organica fatti e verità diversi che altrimenti rimarrebbero soltanto dei frammenti isolati.

    Come si costruisce un sistema, una teoria? Sempre al punto 2: «Ora chiunque dai particolari cerca di passare ai generali, chiunque cerca il legame delle verità [...] e i rapporti delle cose; cerca un sistema;»

    E' un bene o un male costuire o sostenere una teoria? Be' è semplicemente necessario: «non ci può esser filosofo nè pensatore [...] il quale non si formi o non segua un sistema [...] e ch’egli non sarebbe filosofo nè pensatore, se questo non gli accadesse»

    Ci sono dei rischi? Sì, «quando dai generali si passa ai particolari» oppure, e l'accento di Leopardi è proprio su quest'ultimo, «quando da pochi ed incerti, e mal connessi, ed infermi particolari, da pochi ed oscuri rapporti, si passa al sistema, ed ai generali». Se per attaccamento alla propria teoria (amor di sistema) si tirano i fatti per farli aderire alla teoria ciò è dannosissimo al vero.

    Il succo della citazione riportata da Bruni è che la teoria si deve adattare ai fatti, non i fatti alla teoria: «l’amor di sistema [...] è dannosissimo al vero [quando] in somma le cose servono al sistema, e non il sistema alle cose, come dovrebb’essere»

    Quello che Bruni dice («Per Leopardi, insomma, ogni sistema teorico deve misurarsi con l’esperienza individuale del soggetto, che spesso finisce per smentire le presunte verità generali.») non è sbagliato ma manca il punto, che è quello di metter in guardia contro il rischio di calpestare, manipolare, alterare i fatti per attaccamento ad un sistema teorico.

    [Correzione: una versione precedente del mio commento riportava erroneamente il 14 aprile 1821 come data dell'annotazione di Leopardi]

  11. "il punto, che è quello di metter in guardia contro il rischio di calpestare, manipolare, alterare i fatti per attaccamento ad un sistema teorico." (certamente, cos'altro si è detto, finora?)

    grazie @pensieri_oziosi per la segnalazione dell pagina (errore mio, di trascrizione) mentre qui vedo che il giorno che compare è il 16. non so dire, chiediamo ai filologi.

  12. Ah, ho preso fischi per fiaschi. La data che avevo riportato io era la data dell'annotazione precedente. La data dell'annotazione in questione è effettivamente è il 16 aprile.

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