Dei fantasmi della democrazia

31 gennaio 2015
Pubblicato da

Europedi Lorenzo Rustighi

Pochi giorni fa abbiamo visto Marine Le Pen e Massimo D’Alema fronteggiarsi in una battaglia di retorica televisiva, che verteva sull’utilità e il danno delle istituzioni europee, delle strategie monetarie dell’Eurozona, dell’appartenenza alla UE, del ritorno alla sovranità politica ed economica, e affini. Ci hanno presentato punti di vista apparentemente molto diversi. Ciascuno dei due, tanto per cominciare, ha accusato l’altro di essere testimone di una sorta di anacronismo epocale: l’uno arroccato su una posizione difensiva, vigliacca, retrograda, “comunista”, l’altra in preda alla nostalgia reazionaria della nazione autarchica, quella del sangue e della terra. Se D’Alema sosteneva la necessità di continuare a fare fronte comune con l’Europa in un panorama di processi sociali ed economici di entità globale, dove lo Stato-nazione non sarebbe che un residuo della storia costituzionale del XIX secolo, Le Pen insisteva invece sull’urgenza di una ripresa di possesso di tipo territoriale, amministrativo e non da ultimo etnico da parte dei paesi europei. E ancora, Le Pen imputava all’Euro e alla sua agenda finanziaria la responsabilità del declino economico e sociale che ci investe; D’Alema invece ha ripetuto come il fattore determinante non debba essere rintracciato nella negatività intrinseca del sistema economico ma nella cattiva politica che ne ha fatto ostaggio, non nelle istituzioni, quindi, ma nell’azione dei governanti contro l’interesse dei governati – il “liberismo selvaggio”, come lo ha definito l’ex premier, salvo poi dimenticarsi di aver sostenuto, quando dalla parte dei governanti ci stava lui, una delle guerre chiave della grande stagione neo-liberista inaugurata dal terzo millennio.
Su due punti, però, i due interlocutori mi sono sembrati, assai sintomaticamente, d’accordo: il problema della democrazia e il problema della crisi. Orizzonte comune, cioè, sembra essere anzitutto un certo appello emergenziale alla centralità della prassi politica come prassi democratica, giocata cioè questa volta dalla parte dei governati, dalla parte del popolo o dei popoli, che in un caso come nell’altro sarebbero chiamati a riprendersi, strappandola alla cattiva politica, la scena di una politica autentica. Nell’una come nell’altra prospettiva, il problema di fondo sembra risiedere in un difetto, un “troppo poco” di democrazia, nell’assenza strutturale del popolo dal proprio destino. Che si scelga il ritorno all’indipendenza sovrana o che si chieda una politica comunitaria più genuina, diretta e trasparente, allora, non fa troppa differenza: ciò che importa è che il popolo si sottragga alla bugia che l’ha ingannato, al tradimento di chi ne ha pervertito le intenzioni, alle pratiche che ne hanno violato la fiducia, che il popolo in definitiva possa cominciare o ricominciare a governare sé stesso. Ed è proprio qui che si profila la crisi. Crisi economica, certo, crisi del lavoro, dei salari, della mobilità sociale, degli investimenti, quella crisi che negli ultimi anni ha scosso vecchie certezze o riconfermato le incertezze, che ha fatto esplodere proteste, lotte, rivendicazioni, ma anche pessimismi, chiliasmi, teorie del complotto. Ma prima ancora è in gioco la crisi della democrazia e delle istituzioni repubblicane, che erode infallibilmente il vincolo del mandato politico, che precipita le promesse del buon governo nell’abisso della malafede e dell’abuso, che trasforma il sogno edificante della partecipazione nell’incubo misterioso e intollerabile dell’esclusione. E allora tornare alle redini della democrazia sembra la sola parola d’ordine possibile, correggere ciò che è stato sbagliato, raddrizzare ciò che è stato storpiato, riportarsi sulla strada maestra, su questo Le Pen e D’Alema si trovano uniti: la democrazia che vive nell’ortopedia sempiterna del suo sempiterno fallimento. Perché la democrazia dei governati è esercizio di una critica fondamentale. E la critica, ci insegna Koselleck, è inseparabile dalla crisi. Meglio ancora, l’homo democraticus è l’uomo di un potere in crisi, perché il potere in qualche modo è sempre di troppo, è un fardello ingombrante, è il rovescio della libertà, negazione della verità, soppressione dei diritti: occorre continuare a dire la verità al potere perché il potere ci governi con la verità, lo si deve smascherare, obbligare, incatenare, controllare, e in fin dei conti bisogna sempre sbarazzarsene. Il diritto, quello vero, sarebbe in qualche modo uno spazio libero dal potere. Il popolo della democrazia, allora, popolo depositario de iure del discorso vero, è sempre stato un popolo che complotta contro il complotto originario del potere. Perché governare significa sempre necessariamente nascondere qualcosa, tradire qualcuno: non si può governare innocentemente, diceva un grande campione della nostra storia democratica. Ecco perché la storia della democrazia è la storia di una crisi, che ora sembra intrecciarsi, confondersi con la crisi di un destino in perenne recessione: il soggetto in crisi ha da difendersi su due fronti, ora, sul fronte del potere e su quello dello scacco del potere.
Il mito della purezza, del popolo sovrano, della volontà generale, della verità contro la falsità, della libertà contro il governo, è stato un tempo il vettore di una riconquista dei processi sociali da parte della riforma degli strumenti amministrativi; è stato il luogo di articolazione della proprietà, dell’accumulazione e dell’interesse alla superficie liscia e docile del contratto sociale; è stato lo spazio di applicazione del lavoro e delle sue discipline ad una rete di autorità indisponibili agli occhi e alla spada del Leviatano. Dove si trova la nazione? – chiedeva Sieyès? Bisogna andarla a cercare nelle provincie, nelle diocesi, nelle circoscrizioni, nelle nervature reali di un tessuto sociale segnato dal lavoro, dalla produzione, dai servizi, dall’amministrazione. La rivoluzione e la sua forza costituente parte da qui. È la grande finzione del popolo, certo, mappa di soggettività, volontà e diritti che catturano i corpi della nation. Ma la crisi della democrazia ha saputo essere il motore di una critica rivoluzionaria permanente, dissolutrice e creatrice ad un tempo, che la nazione del XIX secolo ha dovuto disciplinare, ricombinare ed integrare se voleva essere in grado di governare una crisi più radicale e spaventosa, quella del conflitto di classe.
Ma dov’è oggi il popolo democratico di Le Pen e di D’Alema? Dove si trova quella nazione che, tradita per un verso o per un altro, dimenticata dagli uni o dagli altri, dovremmo riportare alla ribalta della politica? Che voce ha quella cittadinanza che, ci dicono, deve ricominciare ad essere ascoltata? E quali colori, quali corpi espone agli occhi del potere? Sta proprio qui, forse, il più grande e il più sottile tradimento che dovremmo iniziare a criticare. Perché il discorso democratico si è trasformato totalmente da discorso sulla crisi in discorso della crisi. Non è più, cioè, un discorso capace di analizzare, dissolvere, dislocare il potere, di creare costellazioni, norme, soggetti, istituzioni – che certamente possono, devono essere oggetto di un’altra, diversa e più profonda critica. No, il discorso della democrazia oggi riesce solo ad introiettare completamente la propria disfatta, ad identificarsi con la propria impossibilità, con la propria angoscia, ad armarsi contro di essa; è un discorso in guerra, che mobilita il ressentiment di un popolo senza nome, in grado di tacere, di dimenticare e rifiutare l’infinita ricchezza di una cittadinanza fatta di superfici frastagliate e discontinue, scenario di linguaggi, di costituzioni, di differenze, di confini e di conflitti la cui materialità vivente non sa essere ricondotta all’antico fantasma del popolo della sovranità democratica. La democrazia paladina di una verità massimamente oscena, dell’occultamento più imperdonabile: non solo non è rappresentata da nessuno, ma prima ancora non rappresenta nessuno; sembra spiegare tutto e invece non ci spiega nulla; vorrebbe comprendere tutti ma non sa che cancellarci tutti. Questo fantasma sempre vilipeso, sempre inascoltato, sempre sotto attacco, che adesso non fa che tapparsi le orecchie e serrare gli occhi e affilare i denti dinanzi allo spettacolo meraviglioso e terribile di forme di vita, identità, culture, erranze e composizioni che reclamano categorie di governo nuove, nuove pratiche di cooperazione, nuove definizioni del lavoro, una nuova nozione di libertà. Si tratta allora per noi di operare uno spostamento fondamentale, verso il rifiuto di questa guerra in nome del popolo e contro il popolo stesso, ormai assolutamente introvabile, svanito, evaporato, non solo perché incommensurabile ai corpi esuberanti e multiformi delle nostre città e della nostra esperienza, ma anche perché annientato dalla tirannide della società democratica. Si tratta, in ultima analisi, di sottrarsi a quella serie argomentativa asfittica e reazionaria che continua a rappresentarci l’Europa come il catalizzatore di una falsa alternativa, quella tra la riappropriazione di una volontà sovrana originaria e la sua monolitica proiezione sulle istituzioni europee. Cominciare a pensare l’Europa, piuttosto, come il laboratorio di una relazione etica e politica che la democrazia della crisi non può e non deve più afferrare.

*immagine: Agim Sulaj

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