Abitare il romanzo

2 febbraio 2015
Pubblicato da

di Roberta Salardi

A me pare che più che costruire un romanzo sia bello abitare un romanzo, una scrittura. Scrivere come abitare il tempo, racconto come un luogo da esplorare nelle sue diverse possibilità. Il verbo costruire presuppone un progetto ben definito, un procedere razionale, un tendere a qualcosa, perfino un elevarsi e un compiersi, che non sempre nella dimensione reale si verificano.

Tende a qualcosa il tempo? Fondamentalmente tende alla morte, quindi il racconto-tipo potrebbe consistere in questo avvicinarsi o palesarsi della morte, in questo rapportarsi con l’apparir del vero leopardiano. Magari stare in un racconto come in un diario non personale, non per forza autobiografico, preferibilmente di finzione. Oppure no. La questione è da esplorare: non soltanto trame puntiformi ma anche complesse.

Anziché costruire: abitare, esplorare, espandere. Orizzontalità anziché verticalità del narrare. Perché continuo a usare, nonostante tutto, la parola narrare? Se nulla si muove il racconto non nasce neppure, forse resta, ne migliore dei casi, un testo filosofico o saggistico. L’orizzontalità sarà mossa, almeno un po’ increspata, dal momento che inquietudini, tensioni e dinamismi interni non possono mancare.

Non vorrei qui elencare i primi titoli famosi che vengono in mente a proposito degli spazi mentali esplorati nei romanzi (La nausea di Sartre, La montagna incantata di Thomas Mann, La palude definitiva di Manganelli, Dissipatio H. G. di Morselli, Il deserto dei Tartari di Buzzati, L’uomo avanzato di Mariano Baino) piuttosto che brani della Recherche o dell’Ulisse. Mi piace supporre che lo spazio per il dispiegamento di varie forme di pensiero, da quello argomentativo/analitico a quello associativo/intuitivo, trovi il suo luogo ideale proprio nella forma romanzo genericamente intesa: luogo dello stare, appunto, del resistere o risiedere o insistere dentro un confine dato; e dunque sia una possibilità offerta a chiunque si accinga a scrivere un romanzo.

Non m’immagino un abitare particolarmente ricco di comfort. Come discreto comfort, raro sollievo, immagino frequentazioni e dialoghi con amici o letture di scrittori e filosofi.

Infatti, che cosa rende una casa, anche povera, una splendida abitazione?, si domandava Heidegger nello scritto intitolato Abitare, costruire, pensare, che prende spunto dalla penuria di alloggi in Germania nell’immediato dopoguerra. L’abitare, modo specifico in cui i mortali stanno sulla terra secondo Heidegger, si contrappone al puro e semplice costruire, tipico anche degli animali per quanto riguarda le loro tane. Il costruire è finalizzato all’abitare e lo coltiva già nel suo farsi. La questione è che cosa vogliamo mettere dentro alle case una volta edificate. Che cosa distingue e caratterizza l’abitare umano? Le relazioni, i legami con gli altri. L’abitare è un prendersi cura all’interno delle pareti domestiche, ma anche per ciò che sta fuori: Heidegger aggiungeva infatti i legami con la terra e con il cielo (il tempo). Con questi legami s’intrattiene l’abitazione umana, che per Heidegger significa soprattutto avere cura, prendersi cura. Esistono quindi un abitare autentico e un abitare inautentico, a seconda che siano vive le relazioni o meno. Per abitare il tempo s’intende vivere la pazienza, non avere fretta, essere lontani da ritmi produttivi frenetici. E per rispetto della terra che cosa s’intende? Rispetto e valorizzazione degli spazi circostanti, una variante della relazione con gli altri, cura di ciò che sta intorno.

L’abitare, stare al di qua di una soglia, ha anche a che fare con il limite, con il senso della finitezza della condizione umana. Sapersi accogliere, riuscire a stare nei propri limiti.

Una delle ossessioni della narratologia editoriale mi pare che sia la costruzione: che un romanzo sia ben costruito, che un racconto stia in piedi e così via. Questo confezionamento, forse finalizzato a un attraversamento veloce, senza intoppi. La casa dev’essere attraversata celermente dal lettore, senza perdere troppo tempo, dev’essere visitata sotto la supervisione di un’agenzia immobiliare che dice: questo funziona, questo muro sta in piedi, qui il discorso fila e così via.

E l’aspetto abitativo, che, dicevamo è l’aspetto fondamentale, è il fine?

Arriviamo a un elemento fondamentale dell’aspetto abitativo: il personaggio. Considerato che l’io è un altro, secondo le indagini psicanalitiche, o comunque in larga parte sconosciuto a se stesso oltre che agli altri (nel migliore dei casi, senza scomodare per forza Freud e Lacan, in un semplice approccio relativistico ormai in uso nella nostra epoca: composito, sfuggente, contraddittorio), a maggior ragione, il personaggio, creazione prettamente mentale, ben di rado potrà apparire ben definito e monolitico o tutto d’un pezzo o a tutto tondo, come si suol dire. I petali che costruirono la nostra anima, per dirla poeticamente usando un’espressione di Pablo Neruda, sono gli altri, le persone che hanno preso parte alla nostra crescita e formazione, le persone incontrate in una relazione costante che continuamente può condizionarci e modificarci.

Con quest’altro termine, condizionamento, si apre un’ampia parentesi relativa agli stereotipi, dacché sappiamo che i condizionamenti possono derivare pure dai mezzi di comunicazione, dal discorso mediatico che ci avvolge. Questi stereotipi, decisivi o molto significativi per esempio per Debord (“Lo spettacolo non è un insieme d’immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini”, La società dello spettacolo) e Baudrillard (La società dei consumi, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?), in un racconto o romanzo a mio avviso sono comunque soggetti al vaglio della personalità, per quanto fragile e frastagliata sia, dei personaggi in questione. Il condizionamento non per forza deve essere fagocitante, completamente appiattente. In questo caso ritornerebbe, seppur riveduto e corretto, lo spettro del personaggio-monolite, della figura tagliata un po’ con l’accetta. Operazione che si può fare, certo, ma che rischia di apparire a lungo andare un po’ didascalica.

In una dimensione orizzontale si procede esplorando in molte direzioni. Anche testi dalla trama puntiforme come Dissipatio H.G. di Morselli oppure La palude definitiva di Manganelli indagano il più possibile la situazione in senso psicologico, metaforico, simbolico. Questa sensazione del non sapere esattamente dove ci si trova o che cosa sta succedendo, verso dove si sta andando è avvertita fortemente nella lettura; come non poteva succedere in opere più costruite, magari sulla base di trame prestabilite, con inizio, acme, scioglimento già nella testa dell’autore ancor prima d’iniziare il romanzo, magari infarcite di archetipi come l’agnizione, il ricongiungimento familiare, il matrimonio finale, la morte dell’eroe eccetera.

Di per sé il vocabolo impianto risente di un’eccessiva fiducia nella razionalità e di un riferimento implicito ai concetti di solidità, robustezza, progettualità messi in crisi già nell’Ottocento e nel Novecento.

Se proprio si deve pensare a un qualche tipo d’impianto, mi viene in mente un impianto idraulico, per il passaggio di fluidi… o un impianto elettrico, per quanto riguarda le libere associazioni, intuizioni e correspondances.

 

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3 Responses to Abitare il romanzo

  1. Romano A. Fiocchi il 2 febbraio 2015 alle 09:09

    Pezzo davvero interssante. Tutto vero. Anche la narratologia editoriale che vuole che il libro si legga “in un soffio”. Provate a leggere in un soffio la citata Montagna Incantata (o Magica) di Mann: impossibile. Ma è proprio questa la sua bellezza: abitarla e viverla lentamente.

  2. virginialess il 4 febbraio 2015 alle 15:24

    Bell’articolo. Gli stereoitipi narrativi dell’ambientazione “fagocitano” spesso le sfacciatture dei personaggi e i loro rapporti. E il retropensiero di un lettore modello vorace/frettoloso tende a condizionare (ahimè) anche l’autore.

  3. Tiziano il 6 febbraio 2015 alle 09:37

    Qualcuno potrebbe aiutarmi a trovare il link o una mail a cui mandare un mio libro che vorrebbe essere pubblicato..?
    Grazie
    Tiziano



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