Bestiaire

3 febbraio 2015
Pubblicato da

5+Pedrazzini_detail.12Le bestie da successo

di

Livio Borriello

le illustrazioni utilizzate per questo articolo sono di Andrea Pedrazzini ( tratte dal libro De bestiarum Naturis e altri disegni)

 

                                                 allez annoncer partout que l’homme n’a pas encore été capturé!

                                                        Siamo tutti forzati del successo, bestie da successo.

 

In generale, si potrebbe dire che tutte le nostre attività sociali vanno a coincidere sempre più col proprio segno, a consistere nel proprio segno.

 

Giorni fa ho visto un bel documentario sull’amianto con una mia amica, sui danni che provoca e sul processo all’Eternit, seguito da regolare dibattito fremente di indignazione… bene: nessuno vuole l’amianto nei propri polmoni, e fa bene la gente a indignarsi e la giustizia, quando ci riesce, a condannare chi inquina.

Subito dopo però ho riflettuto: tutte queste persone tuonanti contro la società, hanno tutte in tasca un’iphone 6 le cui onde si potrebbero rivelare fra 50 anni altrettanto dannose dell’amianto, sono tutte scese da un’automobile che emette CO2, hanno tutte abbandonato le campagne, possiedono tutte titoli o montanti inps che hanno in pancia industrie inquinanti di ogni tipo, usano tutte computer, plastiche di ogni sorta, farmaci ecc, sono insomma tutte ingranaggi di una colossale macchina di produzione e consumo merci di cui la produzione di amianto rappresenta una quota trascurabile e un caso marginale. Per alibi, rinunciano talvolta a qualcosa che non desiderano davvero, il musicista al suv e il pilota all’impianto stereo, ma mai il contrario. Si indignano insomma esclusivamente quando non hanno nulla da perdere. Il problema mi sembra allora, prima ancora di quello gravissimo dell’amianto, quello del tipo di rapporto alla verità, delle regole di adeguazione dell’intelletto alla cosa, che stanno diventando normali nella nostra società.

 

 

Questa piccola messinscena dell’amianto rappresenta esattamente in scala la grande messinscena che è diventata la nostra vita politica e sociale, a destra e ancor più a sinistra. L’unica differenza è che a destra inscenano la felicità del consumo, a sinistra, dovendo contrapporsi alla destra per ragioni identitarie e elettorali, la lotta alla società dei consumi. Ma tutti consumano allo stesso modo. E il mondo, che non è inesauribile, si consuma.

 

Io credo che possiamo uscire dalle contraddizioni che ci tengono in stallo solo con un salto percettivo, uno scarto linguistico, un colpo di reni ontologico, qualcosa che muti profondamente il nostro modo di rapportarci alle cose.

 

La storia dell’uomo è la storia della sua evoluzione percettiva. Quando uno scimmione un po’ meglio equipaggiato di neuroni ha visto per la prima volta un bastone non più come un imbrunimento segregato del campo visivo, un po’ allungato, ma come un aliquid pro aliquo, come un omologo di una parte del suo corpo, come una possibile protesi e potenziamento del suo braccio, utile per raccogliere banane o eliminare il vicino di caverna, non ha fatto che spostarsi in una nuova posizione percettiva. In quel momento è cominciata la storia della tecnologia, e tout court quella dell’homo sapiens, fino all’astronave di Odissea nello spazio.

Qualcosa di simile accadde quando inventò il numero e l’alfabeto. Arretrò dalle cose, e le astrasse.

L’illuminismo (che generò la rivoluzione, che generò il marxismo, che generò, per un fenomeno di riduzione progressiva, Renzi) consisté in un riorientamento percettivo. La valorizzazione della ragione non poteva avvenire certo con la stessa ragione, ma con un processo preliminare, qualcosa che comportava l’”accensione” di altri punti del corpo, e la conseguente valorizzazione di altre funzioni. Vedere il re nudo, quando di fatto è rivestito di broccati, è un gesto percettivo.

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Repertorio ragionato

 

Nella società dello spettacolo descritta da Debord, la merce contempla se stessa nella sua rappresentazione. E’ la società della pubblicità: l’universo parallelo e simulato, grazie al potenziamento della tecnologia di rappresentazione visiva, ha acquisito tanta forza da condizionare la vita reale.

Nella società baudrillardiana, il falso del simulacro è diventato più vero del vero. La fiamma elettronica del finto camino ha sostituito la legna che brucia. Non è falsificata più solo la nostra scelta, ma lo stesso prodotto. Siamo un corpo simulato che acquista un prodotto simulato.

Ora stiamo vivendo una fase ulteriore, in cui questo sistema si è completamente scollato dalla realtà, ed è diventato autoreferenziale. La trasformazione non è più di ordine semiotico, un ordine in cui si può sostituire la realtà con la menzogna, riferire intenzionalmente un segno a un altro referente, ma di ordine neurologico – il sistema nervoso percepisce direttamente quello che gli conviene percepire, col vantaggio che non sappiamo di mentire, e possiamo farlo senza intralci etici.

 

Dobbiamo ammettere in realtà che ciò che resta di attuale, di spendibile, di utilizzabile della sinistra è un sentimento, è la tensione all’idea di giustizia sociale, ma che il suo impianto ideologico è crollato con le teorie scientifiche che lo fondavano (fatto salvo il grande valore euristico, ermeneutico, filosofico e letterario in senso lato, di quella grande interrogazione sul rapporto fra il corpo dell’uomo e il mondo che è Il Capitale), travolto dal suo grande nemico, la merce, o meglio, travolto dall’uomo stesso che utilizza quella merce; ma non abbiamo il coraggio di farlo, perché non abbiamo idee per trovarne uno sostitutivo. Di quell’ideologia è restata il calco, l’involucro, ma quell’involucro è floscio, perché non è sorretto da una struttura di pensiero. La sinistra ormai da anni non produce più pensiero, ma solo immagini, o souvenir e gadget di se stessa. Tutta la politica del PD, è un’immagine della sinistra da attaccare con la calamita al frigorifero.

Le stesse roccaforti della sinistra pura e dura, certe riviste, certi siti, certe icone culturali, nel caso migliore assomigliano a riserve naturali del marxismo, dove il marxismo è visitabile come un orso allo zoo, ma di regola non sono nemmeno quello, e sprofondano nelle stesse contraddizioni. Finché non raggiungono posizioni di potere e responsabilità strepitano un poco, poi si adattano a professare il culto della merce e del successo.

 

I black bloc girano magari nel vecchio furgoncino, ma si organizzano sul web (inventato dalla ricerca militare Usa) e utilizzano tutte le tecnologie che gli fanno comodo… ricordo una famosa foto del loro antenato no global Casarin nel pieno godimento di una cocacola…

 

L’icona della sinistra fabiofazio proclama di produrre un programma di qualità, ma questa qualità è stabilita esclusivamente in base al successo, ovvero alla quantità di persone che la ritengono tale, e coincide di fatto con la quantità. Per passare la selezione di qualità di fazio, basta essere famosi. Uno che in mutande dà  calci a un pezzo di mucca arrotolata non dovrebbe avere nulla in comune con un teorico della decrescita? ma che, sono entrambi famosi, cosa accomuna di più? cosa affratella di più? A chetempofà e ballarò si costruiscono candidature, si decidono programmi e alleanze, e perfino amori e matrimoni.

Se ce ne fosse bisogno, Fazio conferma la vera natura della sua ideologia facendosi pagare, in quanto superuomo altamente produttivo, 2 milioni all’anno per dichiarare e propagandare al popolo le ragioni egualitarie e solidaristiche della sinistra (più o meno i cachet di Benigni e Santoro…tutti maestri del “chi ha detto che se uno è di sinistra..”…beh, lo dico io). Fazio si prodiga generosamente per l’articolo 18…che gli frega, tanto a vedersela saranno gli imprenditori. Ma i 2 milioni che ingiustamente – perché si suda la giornata direi assai meno di un operaio – pretende ogni anno basterebbero da soli a reintegrare per un mese all’anno i 2000 lavoratori a cui è stato applicato l’articolo.

Fazio è in effetti il guitto perfetto della grande messinscena. Il suo spettacolo è esattamente la rappresentazione di una sinistra “alla memoria”, una sinistra che non c’è, la cui ideologia si è trasformata senza residui in spettacolo dell’ideologia, in gag dell’ideologia. Gas cromatico somministrato al popolo, luminarie di giustizia e solidarietà per la festa permanente.

 

Berlusconi nomina una ministra scelta sui calendari dei camionisti, e di intelligenza mediocre, Renzi ne nomina una più intelligente, ma che avrebbe anche più successo sui calendari dei camionisti, escludendo però in tal modo tutte quelle altrettanto o più intelligenti, che però hanno le tette scese. Chiama questa operazione svecchiamento della sinistra, o strategia comunicativa, e con queste spigliate metonimie camuffa il suo fine reale, che è quello di rassodare le tette alla sinistra, formula che però suonerebbe male in Europa. Ma tutto questo, lo fa perché il votante vuole le tette, vuole godere e non pensare, per cui il problema non è Renzi, ma la cultura dominante, e il sistema sociale che ha prodotto.

 

 

Fascisti e vendoliani, industriali e disperati, poeti ecologisti e grillini, tutti agiscono in funzione del denaro e del successo, la differenza pare solo che a sinistra dicono di farlo in nome della lotta al potere. Le elite mirano a produrre piccole masse, masse in scala, che agiscono con le stesse modalità delle grandi masse.

 

 

Perfino la chiesa ha ritrovato una funzione grazie al successo mediatico di qualche papa, e alla proposta di alcuni santi di successo. D’altronde, la storia delle religioni è infine la storia del successo di alcuni “dio” a scapito di altri…

 

 

Già nei tragici greci le motivazioni passionali del delitto si intrecciavano a un oscuro desiderio di fama, a un’orgogliosa necessità di “importare”. Questo desiderio ha la stessa radice di quello del successo, e come quello è spesso favorito dall’amplificazione mediatica.

 

 

Se fino al cristianesimo i ranghi gerarchici venivano stabiliti in base alla forza, e nell’età borghese in base al denaro, dalla nascita della società dello spettacolo il potere si misura solo con la notorietà o come viene anche detta visibilità, con l’audience, coi sondaggi, coi voti e coi followers su facebook. Saturati i bisogni materiali, il nuovo Signore, il nuovo prevaricatore, il nuovo gorilla alfa non può trovare la sua soddisfazione che nel colonizzare i neuroni, le coclee e le retine dei Servi, nel disseminarsi, nell’occupare con la propria rappresentazione il corpo dell’altro.

Ma denaro e successo si corrispondono, perché riportano entrambi la qualità alla quantità, nel caso del denaro sostituendo al valore d’uso (ovvero alla sua qualità specifica) il valore di scambio (che è solo una quantità), nel caso del successo rinunciando al valore intrinseco della persona per quello della sua rappresentazione, e attribuendogli un nuovo valore determinato in base alla sua quantità di “pubblico”. Ed è il successo il vero meccanismo che oggi produce ingiustizia, basti pensare a come ha funzionato la politica negli ultimi 20 anni; ma lo stesso accade in ogni settore e ad ogni scala di grandezza del corpo sociale. L’altro grande sistema strutturale di sperequazione è la finanza, che è ancora nelle mani di pochi – ma questo è un altro discorso.

 

Facebook domina le nostre vite, ma cos’è FB? E’ l’arcaismo tecnicamente equipaggiato, avrebbe detto forse Debord: mi piace e non mi piace, tempo di decodifica zero, cazzeggio, rimozione totale del negativo, svilimento della parola amicizia, gregarismo, asservimento del follower al “personaggio” dominante, i selfie con pura funzione di duplicazione: esisto, consisto nell’esistere e nello spiaccicarmi in questo aggeggio tecnologico, il tutto retto dai soldi della pubblicità. Un sistema come questo, in cui tutto accade istantaneamente e superficialmente, senza possibilità di verifica, e non ci si guarda nemmeno in faccia, è il teatro naturale, spesso ancor più della televisione, della grande messinscena (classifica dei followers: katy perry 50 milioni….livio borriello sul suo blog 10 lettori…).

 

 

L’iphone è un dispositivo complicato per accorgersi del mondo. Se non ci accorgiamo di nessuno, abbiamo bisogno di un sistema che moltiplichi infinitamente i nostri contatti, anche se forse di questi esseri contattati così lontani forse ci accorgeremo sempre meno. Se non ci accorgiamo del ferro, della materia, degli elettroni, abbiamo bisogno di complicarli al punto di poterne fare un “uso”, abbiamo bisogno di ridurli a una deplorevole “cosa-oggetto” .

Se ci accorgiamo del mondo, la sua esistenza non solo è sufficiente ad appagarci, a gioirne, a rapportarci realmente ad esso, ma eccede anche questo effetto, e questo è il problema, perché questa eccedenza produce desiderio. Il desiderio – a differenza del bisogno – non è appagabile, e dunque il desiderio in sé è produttore potenziale d’angoscia. (questo spiega un po’ tutta la faccenda, anche quella del successo….dobbiamo sostituire quantità a qualità, bisogni a desideri… tutti abbiamo bisogno in qualche forma di successo, così come abbiamo bisogno di denaro….ma il problema è proprio che denaro e successo da bisogni sono diventati (i) desideri)

 

 

Tutta l’enorme massa del “pensato” di sinistra si è squagliata al tepore disgregante dei nuovi piaceri, al suo posto restano dei “personaggi” che lo inscenano.

 

 

Non credo che abbia senso trarre da tutto ciò filosofie acrobatiche sulla modernità, a meno di non ammettere che in questa modernità vige l’inquietante regola linguistica che i segni stanno per il contrario delle cose che significano. E in ogni caso, non è detto che modernità sia sinonimo di bontà, e la storia è piena di modernità che erano in realtà assai meno moderne delle modernità precedenti. Infine, si potrebbe certo sostenere, e inconfutabilmente, che così è, che questo è il mondo e questo è il gioco. Resterebbe però sempre da spiegare il senso di tutta la messinscena della sinistra.

 

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Il rosso stesso e il rosso veduto.

 

Che significa che possiamo percepire le cose in un altro modo, che il rosso può essere una cosa diversa dal rosso, per esempio un rosso un po’ più verde, o un po’ più blu? Che può essere addirittura “colore” in un altro modo, che so, una cromaticità che abbia qualcosa della tattilità, o del gioco di rimbalzi che percepiscono i pipistrelli, o che incorpori in qualche modo, con un organo apposito, il tempo? Questo non avrebbe forse gran senso, se fosse possibile, perché produrrebbe un rapporto alla realtà, una volta stabilizzatosi, altrettanto inavvertibile. Ma pensiamo, per esempio, al rosso o al giallo che produce all’interno dello spazio semantico un quadro di Van Gogh. Quel giallo è già un giallo diverso dal giallo codificato, poiché il corpo di Van Gogh lo ha profondamente rivissuto, lo ha messo in rapporto non solo a tutti i colori e le linee della scena che era davanti ai suoi occhi, ma all’intera storia della sua vita. Quel giallo si è caricato di tutti i gialli che si sono susseguiti nella sua storia di vedente, di tutte le emozioni che hanno definito la sua particolare postura psichica, di tutte le sue collere, di tutti i suoi innamoramenti. In quel giallo c’è anche la carne della lavandaia di cui era innamorato, e il sapore delle patate dei suoi contadini.

Ma si può essere ancora più radicali, senza rifarsi alla forma museificata di un’opera d’arte. Si può estrarre dal rosso una sua essenza ancora più giubilatoria, gloriosa, estatica, sacrale, teopatica, qualcosa che aderisce direttamente a quella cosa molle e fremente che ha di fronte, il nostro corpo, qualcosa che si spalma immediatamente sui nostri neuroni e su quelle sue estroflessioni, sui filamenti di aria in fibrillazione che sono il nostro linguaggio.

 

Si tratta di vedere, in ciò che si vede, il rosso stesso, e se questo rosso stesso sarà sempre un rosso veduto, e oltre cui c’è dunque un altro rosso stesso, di procedere almeno attraverso il vertiginoso susseguirsi di rossi stessi e rossi veduti.

 

Cose vedute, perché comunque hanno luogo, prendono il luogo di un corpo. Cose stesse, perché questa carne, questo addensamento, questa cosa che è, ha la capacità inspiegabile, mirabolante, magica di protundersi nel proprio negativo, di venir meno, di farsi soffio e, una volta sagomato questo soffio, psiche. E’ questo luogo vuoto che la cosa occupa, in cui la cosa esiste, e da cui insieme riconosciamo il manifestarsi dell’altro, la sua corporeità e capacità di farci cosa veduta a sua volta, nella sua pienezza.

 

Il mondo combatte il tempo col camuffamento del corpo e colla negazione della morte, ma se il tempo è ineludibile, esso si può scavare, scomporre, fratturare. Dentro l’istante ci sono minuti, ore o anni. Un pianeta, un tacchino e un batterio hanno un tempo diverso. Il tempo è un rapporto di certe delimitazioni di segni a certi stati della carne. E’ una rappresentazione interna, qualcosa che si produce nel momento in cui si dà un nome alle cose, perché in sé non c’è tempo, non sta nella tasca di nessuno, in nessun museo della scienza e in nessun deposito mnemonico. Si può decidere il tempo rapportandosi ad esso in modo diverso, con una diversa passione, una diversa confusione, una diversa angolazione.

 

Tutte queste essenze sono materiale economico, gratuito, popolare, se ne può estrarre una da ogni mela matura o acerba, da ogni bordo del marciapiede o palmo della mano, e costituiscono un formidabile competitor dei prodotti di consumo che congestionano il nostro mondo.

 

Certamente molte rappresentazioni contemporanee vanno in questa direzione. E’ importante però, perché abbiano un senso politico, che non si riducano a una ricerca formale e neo-estetizzante, a un gioco di concetti e riuscite. Il lavoro estetico deve essere impiantato nei nostri corpi, e per questa via modificare la vita sociale. Se ogni percezione, con le parole di Husserl, è una posizione fondante, si tratta di cercare, lungo l’inesauribile escursione del possibile, altre posizioni percettive, di abitualizzare altre esperienze del reale.

E’ agendo sul mio corpo, sulla carne come ganga della mia percezione, che si può costruire un’alternativa a modi di vita non più vivibili.

 

 

l’annuncio in epigrafe è attribuito da Valère Novarina a Pulcinella, in Lumières du corps.

 

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Notable Replies

  1. contropelo

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    «Per esempio io non bestemmierei mai contro Maometto. Per prudenza e rispetto degli altri. L'Occidente ha una componente autodistruttiva. In questo momento è il luogo della secolarizzazione, dove tutto viene desacralizzato, ma non completamente. Come il capitalismo che utilizza l'etica protestante, solo quando gli conviene. C'è un problema di destino. Non sono convinto che le nostre ragioni prevarranno. Come potrebbero, se esportiamo la democrazia con le bombe? Mi sento occidentale ma ho profondi sensi di colpa verso questo mio sentimento. Guardo i paesi altri aspettando qualcosa, forse i barbari come scrive Kavafis. Se dovessi difendere l'Italia dall'invasore lo farei, ma per amore dei miei amici, della lingua che parlo. Ma sempre con una certa riluttanza».
    Luca Foschi

    L’Unione Sarda -26/01/2015

    p.s. spero di aver commentato nel sito giusto

  2. Hai commentato nel sito giusto. Credo che ci scriverò un articolo sull'ennesima cosa inguardabile affermata da Vattimo. Perché il bullone velocizzatore è effetto di una visione del mondo e crea una visione del mondo. Chiunque, tranne un filosofo postmoderno italiano, lo capirebbe.

  3. beh, qua si parlava di successo...ma quest' altro tema pure mi interessa...devo dire che quoto buona parte di quel che dice vattimo (che poi non credo approvi i fanatismi nè dei no tav nè dei musulmani)... daniele, tu dici che quella del bullone è una visione...ma, a parte che il concetto che contesti non è di vattimo, ma di heidegger, husserl ecc, devo dire che personalmente la considero una pseudo-visione, esattamente inversa e corrispondente agli irrazionalismi religiosi o new age... entrambe credono a un mondo esterno oggettivo, a una divisione fra soggetto e oggetto, anche se si collocano ai lati opposti della stessa...una visione per me è invece quella fenomenologica che propongo nel pezzo, una visione è appunto un vedere oltre l'equivoco del mondo naturale...

  4. La visione è di Vattimo nel momento in cui la fa propria e le dà la sua marca ermeneutica.

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