“Le cose terrene”

6 febbraio 2015
Pubblicato da
Alessandra Sarchi, “L’amore normale”  Giulio Einaudi editore, Torino 2014

Alessandra Sarchi, “L’amore normale”
Giulio Einaudi editore, Torino 2014

di: Francesca Fiorletta

[articolo apparso su: “Nuova Corvina” (N.26), Rivista di Italianistica dell’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria – Budapest, diretta da Gina Giannotti]

 

È Wolfgang Goethe, nell’ormai classico dei classici, “Le affinità elettive”, (“Die Wahlverwandtschaften”, splendido romanzo del 1809) ad usare con precisione estrema l’espressione “le cose terrene”, per identificare i piccoli passi quotidiani compiuti dagli uomini e dalle donne di tutti i tempi, nel dare seguito, attimo per attimo, alle loro passioni sentimentali.

Passioni che, per quanto possano poi rivelarsi al loro epilogo come effimeri fuochi fatui, oppure invece al contrario come progettualità di coppia specificatamente ragionate, cito ancora l’autore, “c’inducono a immaginazioni tali che non hanno nessuna rispondenza nella realtà”. 

Siamo perciò tutti abituati a credere, a livello prettamente sottocutaneo, che il sentimento d’amore che ci capita di provare, più o meno sovente, sia una pulsione che volga all’infinito, che il nostro accostamento verso un altro uomo o un altra donna sia sostanzialmente imperituro,  che il tipo di unione, canonizzata o meno, che intendiamo mettere in piedi con l’altro o con l’altra possa realmente non dissolversi mai, a dispetto delle sconfitte inferte dal tempo, a discapito delle talora brutali circostanze, e, spesso, anche contrariamente al nostro stesso atavico e patentemente irrinunciabile istinto alla libertà.

Continua Goethe, e io quindi con lui:
“Di solito vi vediamo il matrimonio come il coronamento d’un desiderio frustrato durante alquanti atti dagli ostacoli, e nel momento in cui esso è raggiunto cala la tela e in noi si ripercuote l’eco della momentanea soddisfazione. Nel mondo va diversamente; lo spettacolo continua dietro il sipario, ma quando questo si rialza non c’è più niente di bello da vedere o da sentire.”
Quest’intera citazione la troviamo in calce, a coronare la conclusione dell’ottimo romanzo di Alessandra Sarchi, edito da Einaudi Stile libero Big nel 2014, che ha un titolo davvero impressionante e bellissimo: “L’amore normale”.

Cosa c’è, infatti, di più “normale” del sentimento strabiliante dell’amore? Cosa c’è di più “normale” dell’ipotizzare una famiglia, una perpetua quotidianità condivisa con la persona a cui si vuol bene, con la persona che si è scelta come compagna di vita, la persona che si è presa in moglie o per marito, e con la quale, ancora una volta, “normalmente”, ci s’impegna stoicamente a portare avanti un futuro insieme?

E mai, partendo da simili presupposti, mai, si potrebbe mettere in conto un disfacimento repentino della coppia, mai un crollo delle emozioni e un calo vertiginoso del desiderio, mai la scoperta bruciante di un laconico e reiterato tradimento, a inficiare quell’idillio che, sulle prime, appunto, appariva tanto perfetto, e che poi invece, a ben guardare, si riscopre deperibile e fazioso come tutto il resto delle nostre attività in vita, si riscopre, questa volta caricato di un nuovissimo, drastico, diremmo anche drammatico senso: squisitamente “normale”.

E questo è, è proprio così, succede esattamente tutto ciò all’amore trasposto in parole da Alessandra Sarchi. È proprio così che si sgretolano e si ricompongono per poi disgregarsi ancora le unioni familiari raccontate in questo meraviglioso, e, per certi versi, diremmo quasi sociologici, mi si passi il termine un po’ tranchant, dinamicamente epico romanzo di post-formazione sentimentale.

Molta letteratura si è spesa, infatti, notoriamente, sui primi approcci degli innamoramenti, sulle primissime percezioni del corpo e sugli splendidi ardori sessuali giovanili.

Uno dei vertici, a parer mio, di rara bellezza, di questo libro, risiede proprio invece nell’occuparsi, così (ancora) “normalmente” di sentimenti maturi, di autopercezioni più mediate dalla razionalità, dall’abitudine concreta dello stare al mondo, di osservazioni pertinaci e profondissime sulle dinamiche relazionali che si instaurano in contesti sociali più o meno già costituiti, già nutriti e almeno apparentemente solidificati dall’acquiescenza delle decisioni meditate, e rimeditate, e rimescolate, poi, ancora, fino a stravolgere completamente il contesto tutto dell’azione vitale.

Uno dei messaggi più forti e felici di questo libro, al di là dei singoli epiloghi delle vicende, di cui pure adesso proveremo ad entrare brevemente nel merito, ma uno dei messaggi più felici dell’intero romanzo, dicevo, mi sembra proprio questo: la continua formazione, il continuo disvelamento, la davvero imperitura, per restare sul nostro Goethe, convinzione di sé e del proprio posto nel mondo, che si rivela invece così agilmente pronta a rimettersi costantemente in gioco, a reinventarsi ogni minuto, ad alzare di volta in volta quella coltre, quel sipario, quei muri domestici dietro cui troppo spesso si resta imprigionati, trincerati al calduccio dei fornelli meno soddisfacenti ma più plausibili, perché a tutti gli effetti più comodi, che la nostra categorizzazione mentale ci ha portato ad accendere.

Fornelli, come fuochi fatui, che non sono in grado (putroppo? o invece ancora una volta, “normalmente”?) di scaldarci più.

È sempre difficile, specialmente per una donna, prodigarsi in simili affermazioni. È difficile ancora oggi, nell’era della pretesa “emancipazione”, nell’epoca del progresso tecnologico, dell’ascesa ai vertici del potere, anche politico, se vogliamo, nel disarmo dell’informazione, nel disgregarsi dell’ottica antica dei “buoni costumi”, (e per fortuna!) ma è ancora molto difficile, per una donna, restare in contatto con la parte più indomabile di sé.
È infinitamente complicato darsi l’agio dell’ascolto, quando la quotidianità ci obbliga a tenere in piedi tutta una serie di fili, logistici e non solo, anche purtroppo ancora, diremmo, i fili della “credibilità sociale”, di una benché minima “legittimazione”, seppure, perché sembra strano a dirsi, che alle soglie del primo quarto del nuovo millennio, una donna possa venire additata a causa di un sentimento. Eppure, è ancora così. E così sarà per molto tempo, forse.

Ma questo libro, questo “amore normale” di Alessandra Sarchi, questo amore normale fatto di tante coppie che si mescolano, di tante vite che s’intrecciano, di tante età differenti, di tante posizioni anche ideologiche contrapposte, riesce a restituire a chi lo legge anche un’indecente e piacevolissima speranza nella tristezza, anche un profondo ottimismo nel toccare il fondo di un abisso paludato e riuscire a risalire verso un altro ossigeno, di fronte ad altri lidi, scegliendo di farsi lambire da altri soli al crepuscolo.

È crepuscolare, ancora una volta potrebbe sembrare strano a dirsi, ma mi sembra decisamente crepuscolare, questo libro, pur nel suo vivacissimo spirito illuminista, ed è assolutamente qui che risiede il nocciolo duro del suo fascino indiscusso, ovviamente letterario e certo non da ultimo umano.

“Le cose terrene”, le piccole e grandi gioie del vivere quotidiano, i piccoli e grandi drammi additati nella convivenza, tutte le fatiche intense e devastanti e però piene di attrattiva che contribuiscono alla “costruzione di un amore”, mi si passi la citazione più diremmo popolare, sottratta, questa volta, a uno dei maggiori esponenti del cantautorato italiano, Ivano Fossati.

È la normalissima e perciò accuratamente spiazzante costruzione di un amore, quella, dunque, che “spezza le vene delle mani”, quella che atterrisce gli animi e fiacca i corpi e confligge, muro a muro, con l’ordinamento pigro dell’agenda di tutti i giorni, con la pretesa idea di un sé, di un sì, di un noi, con la decisione presa a tavolino di una vita che sembrava, forse troppo presto, non poter riservare più alcuna sorpresa, e che invece da ultimo, in questo libro prezioso, si rivela fondamentalmente, senza infingimenti, per quello che realmente è: “un altare di sabbia in riva al mare”.

Le coppie, in questo romanzo, sono molteplici: c’è quella matrimoniale di Laura e Davide, e contemporaneamente quelle adulterine di Laura con Fabrizio e di Davide con Mia. Ma c’è anche la coppia delle due figlie di Laura e Davide, l’adolescente Violetta e la piccola Bettina, con le loro puntualissime agnizioni sul presente.
Le età, ancora, infatti, gli anni, le cosiddette “stagioni della vita”, tutto svolgono fuorché un ruolo secondario, nel romanzo, specialmente, ancora una volta, se puntiamo l’attenzione sulla sempre decantata e spesso convintamente banalizzata “sfera femminile”: la maturità spericolata della moglie Laura è contrapposta e meglio giustamente messa in relazione con la giovinezza sapiente dell’amante Mia, in quello che a tutti gli effetti si spiega come un patente scambio i ruoli a fini, ancora di più, ancora una volta, vitalistici e del resto, a ben guardare, nient’affatto ossimorici.
E l’infanzia, come dicevo prima, unita all’adolescenza, contribuiscono di certo a restituire al lettore uno sguardo assiduo, disincantato, direi quasi materiale e viscerale insieme, sull’intera vicenda.

C’è molta assennatezza, in questo libro, e ci sono anche, fra le righe, le garbate e meravigliose eco di una scrittrice del calibro di Alice Munro, non a caso insignita del premio Nobel per la letteratura nel 2013, grazie alla sua stringente capacità di focalizzare l’attenzione sui dettagli più vividi e sorprendenti del l’agire quotidiano, quasi magicamente in grado di condensare le sue narrazioni in piccoli gioielli di pura e limpida brevità, puntualità, urgenza della parola e del sentire.

L’amore normale di Alessandra Sarchi, seppure con epiloghi, motivazioni, macro estensioni e  micro determinazioni differenti, è, in sostanza, quello che vorremmo (e forse dovremmo?) riuscire a provare tutti.

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