Opera di Beniamino Servino

Opera di Beniamino Servino

 

Caserta laboratorio d’Italia

di Franco Carmelo Greco

Mi accingevo a intervenire, richiesto da questo giornale, su un tema di attualità per Caserta: la “scomparsa” annunciata dell’ultima sala cinematografica cittadina, il Cinema San Marco, al Corso Trieste. E nell’esaminare la “letteratura” già cospicua sull’argomento, fatta di articoli di varie testate, di dichiarazioni programmatiche o proclami politico-culturali pubblici e privati, mi son imbattuto in pagine di cronaca casertana che spesso scorro senza memorizzare, con un infastidito senso di sazietà. E son caduto anch’io da cavallo, come Paolo. Ho avuto anch’io, come lui, l’illuminazione.
Nell’arco di pochi giorni, quelli che hanno preceduto e seguito il grande “Twister”, la programmazione-tornado del film messa in scena nel buio di un Corso Trieste divenuto platea cittadina, in quei pochi giorni si sono concentrati nella nostra città e nella nostra provincia tutti gli episodi di una cronaca che tenta di opporsi, rimandando più volte la propria immagine o innalzando il tono della voce o facendo cubitali i suoi caratteri, all’assuefazione che pare produrre in noi la ripetizione ossessiva e dilagante dei suoi fatti. Si sono concentrati eventi “eccezionali” ed episodi forse “consueti” di cronaca nera e di costume, politica o culturale: è esplosa, ancor più violenta ed indiscriminata, l’aggressività della camorra, la faida tra i clan, la prevaricazione e la sopraffazione nei confronti dei deboli, degli esposti, dei taglieggiati, degli indifesi; si è ancor più reso visibile il degrado ambientale, per la “percorrenza” estiva di strade e paesi e spiagge e monumenti e piazze, di discariche o di cimiteri d’auto, di depuratori ed inceneritori inefficienti o di attività industriali e umane inquinanti, di cave enormi e biancheggianti come cancri, visibilità accentuata dal controcanto che le faceva lo svolgimento dell’ennesimo convegno su San Leucio e le sue possibili destinazioni d’uso; si è in varie forme manifestato il baratro che c’è tra benessere e povertà, fra partecipazione ed emarginazione, fra sanità e malattia, fra urla sgangherate d’una gioia ostentata e doloroso silenzio; si sono sommati e quasi “toccati”, nella quotidiana esperienza, gli immobilismi d’una coscienza e di una pratica politica diffusa tra gli amministratori pubblici, che si esercita soltanto nella celebrazione del “particulare” partitico e talvolta personale; si è denunciata malasanità, malascuola, malafamiglia, mala…; si è ripetuto il rito “spettacolare” dell’organizzazione dello svago estivo che ogni anno surroga la desertificazione culturale di paesi e città…

E procederei anche oltre nell’elencazione se, durante questa “ricognizione” della cronaca, non m’avesse preso l’improvvisa sensazione d’aver trovato una formula perché, finalmente, la nostra “provincia addormentata” potesse apparirci diversa: non più in cronico ritardo nell’esercizio della vita amministrativa rispetto alle esigenze del cittadino; non più isolata nella interna comunicazione culturale e nella sua proiezione verso l’esterno, perché incapace di riconoscere i suoi stessi soggetti e, con essi, gli interlocutori esterni; non più priva di strumenti di dialogo, non solamente culturale, ma anche sociale e politico e, aggiungerei, pensando agli extra-comunitari presenti sul territorio e alle loro provenienze europee, orientali ed africane, persino religioso; non più soltanto disponibile a ricevere e accettare supinamente qualunque sollecitazione di moda, di morale, di consumo, di mercato provenga dai media; non più incapace di salvaguardare la sua identità nella propria e altrui memoria, e così via.

Mi pareva d’aver trovato la chiave risolutiva dei nostri problemi in un facile, rapido cambio di prospettiva, in un semplice spostamento del punto di osservazione, come inventare l’acqua calda: perché attenuare le nostre contraddizioni, nascondere i nostri compromessi, ritenere inconfessabili i nostri delitti, se solamente un cambio di lenti avrebbe potuto modificare la realtà? La “concentrazione” degli eventi di cronaca mi “rivelava” la loro capacità di farsi segni rappresentativi di identità, disfunzioni, contraddizioni, malesseri della nostra Italia contemporanea. Invece di ripropormi la città di Caserta e la sua provincia ben ultime nella scala dei parametri significativi della qualità della vita, me l’hanno scoperta, insospettata, in prima fila, tra i territori più “aggiornati” della nostra “modernità” negativa: malaffare, corruzione, razzismo, consumismo, violenza, asocialità, incultura, inciviltà, opportunismo e così via. O forse un rigurgito di antico?

Non importa, per ora. Basta che quanto è accaduto di recente faccia, di Caserta, un vero e proprio territorio di frontiera dove antico e moderno dialettizzano nel peggio. E mi è nata un’idea, e ha preso corpo una proposta: perché non usare la nostra città, il suo territorio, l’intera provincia, come un “laboratorio” di ricerca e di riflessione per il nostro paese? Caserta come il territorio nazionale campione dei malesseri, delle carenze, delle patologie d’Italia, il grande malato da curare? Perché non dichiarare esplicitamente la sua disponibilità a farsi territorio eccezionale di una analisi non meno eccezionale? Un voto comunale, un auspicio regionale, una legge straordinaria nazionale potrebbero istituzionalizzare questo “status” e farne un volano di progresso. Una adeguata campagna promozionale metterebbe Caserta sotto lo sguardo di tutti. Attireremmo sulla città un interesse nazionale e internazionale di studiosi e sociologi, politologi ed economisti, uomini d’industria e di mercato, artisti e scrittori. Le ricadute economiche, politiche, culturali ed artistiche sarebbero enormi.

Certo, un titolo del genere potrebbe essere ambìto anche da altri, conteso, invidiato, ma non ci mancano risorse e fantasia per conservare il primato. E soprattutto, ne vale il fine. Sotto i riflettori dell’attenzione mondiale, la provincia cambierebbe: assisteremmo a una sua trasformazione genetica. Quale camorra potrebbe più sopravvivere, pedinata dall’occhio del regista cinematografico; quale scarto sociale potrebbe ancora esistere sotto l’intervento delle multinazionali pianificatrici, con lo slogan: tutti eguali nel consumo!; quale gioventù si perderebbe, pressata da assidue manifestazioni canore pro-disperati o anti-disperazione; quale degrado ambientale sfuggirebbe al controllo del “lifting” turistico-alberghiero rinnovato e remunerativo d’un’“isola” così rappresentativa dell’intero paese?
Caserta laboratorio d’Italia, dunque. Uno slogan per tutti i cinema, per tutti i teatri, per tutti i malavitosi, per tutti i politici, per tutti gli intellettuali: i presenti, gli assenti, i passati e i futuri. Caserta laboratorio d’Italia: un progetto politico e culturale che ci trasformerebbe, tutti, non più in spettatori dei film altrui, ma in protagonisti d’uno spettacolo offerto al mondo.

Peccato che ci sia ancora la Reggia a sopravvivere, piazzata lì, alta ed ingombrante, monumento allo splendore d’un tempo. Se pensiamo a Casertavecchia, ch’è divenuta già deposito di noccioline e lupini, birre e taralli al pepe, possiamo sperare che il Palazzo vanvitelliano non rimanga l’unica residua offesa a questa straordinaria “identità negativa” da affermare. Come potremmo altrimenti vendere il nostro “corpo morto”, il nostro cadavere, con quel residuo artistico sullo stomaco? Ma si possono sempre accelerare i tempi, prendendo spunto dalla recente vicenda del cinema San Marco. Immaginate quale bell’evento, grandioso e collettivo, potrebbe essere quello, da trasmettere in mondovisione, di raccoglierci sul pubblico viale Carlo III, semmai con l’aiuto coordinato di tutti i costruttori casertani che hanno messo a disposizione centinaia di poltroncine, a deprecare la scomparsa del monumento, che una multinazionale consociata, forse giapponese, ha messo all’incanto, pezzo per pezzo, come “souvenir” borbonico. Qualcuno, poi, raccogliendo i mattoni a prezzi d’amatore, lo potrebbe ricostruire altrove; Bill Gates ne potrebbe realizzare uno splendido CD-ROM come per il leonardesco Codice Hammer e a noi rimarrebbe, finalmente, tra gli “spassatempi” di Casertavecchia o i film della Flora, la memoria di un evento per cui era valso la pena di vivere.

(pubblicato in versione ridotta dal quotidiano «Il Mattino», edizione di Caserta, giovedì 17 luglio 1997, p. 22, con il titolo di Greco: fare Caserta laboratorio d’Italia. L’opinione)

Nota

Ho saputo da suo figlio Fausto che finalmente esiste un sito dedicato a Franco Carmelo Greco.  Allievo di Salvatore Battaglia, storico del teatro, intellettuale oltre che studioso di riferimento nella disciplina per l’Università Federico II di Napoli, Franco Carmelo Greco è stato un vero maestro e un esempio da seguire. Questo suo testo, di grandissima attualità, è del 1997 e fa parte dell’archivio di contributi messi in rete. (effeffe)