Presunzioni di salvezza. Chiose su «Sono il fratello di XX» di Fleur Jaeggy

18 febbraio 2015
Pubblicato da

di Giacomo Verri

JaeggyNel Ritratto di giovane donna (2008) di Giorgio Magister, la dama ha i capelli raccolti da una fettuccia nera, il caschetto, le labbra e il naso rilevati, lo sguardo egizio, il collo lungo su spalle strette che s’aprono in un seno ampio, un libricino tra le dita. A sinistra, sulla tela, un insetto, forse una piccola libellula. La bestiola, da sola, toglie equilibrio alla figura, storna l’attenzione di chi osserva. Infastidisce. Quasi come una mosca. La donna del ritratto riesce a ignorarla, sì, ma ancora per quanto?

Gli insetti, verrebbe da dire, richiamano la nostra attenzione perché crediamo che loro medesimi nutrano degli interessi nei nostri confronti: vogliono il nostro odore, o il nostro sangue, o minuscoli lacerti della nostra morta pelle. Ci osservano e ci studiano. La tela di Magister campeggia sulla coperta dell’ultimo libro di Fleur Jaeggy, Sono il fratello di XX (Adelphi, pp. 129, euro 15), un florilegio di racconti, con il quale la scrittrice svizzera torna sugli scaffali, dopo alcuni anni di meditante silenzio.

Penso che la scelta iconografica non sia meramente esornativa ma veicoli un messaggio, segnalando un filo rosso che attraversa il breve ma sedimentato volume. Riguarda il senso della salvezza, riguarda la presunzione di salvezza. Riguarda la pretesa che gli uomini nutrono nei confronti dei loro simili: la pretesa di poterli salvare. Pretesa tanto vana e temeraria quanto irriguardosa.

Ma i racconti della Jaeggy non sono qui a dimostrarci questa verità, peraltro evidente fin dalle prime righe del libro, quando il protagonista del testo proemiale, il fratello di XX, già a otto anni proclama, con algida chiarezza, che il proprio progetto di vita, da chiunque immodificabile, è la morte (“cosa vuoi fare da grande? E io risposi, voglio morire”). Come in Melancholia di Lars Von Trier, l’inattuabilità della salvezza è annunciata, fin dal principio, senza sconti. Sono piuttosto i perversi meccanismi con i quali gli esseri umani intendono illudersi intorno alla brutalità dell’esistenza, “il vero e unico incubo del vivere”, a formare il fulcro dei racconti filosofici – quasi delle favole della solitudine – dell’autrice. La quale sembra dire che l’essere con gli altri, l’essere per gli altri va risolvendosi, sempre e solo, in un che d’asfissiante e di superbo: “Le persone, quasi tutte, non sanno preoccuparsi degli altri con finezza, modestia e senza presunzione”. Occorre sottrarsi quindi alle premure altrui, ché queste non possono che essere insufficienti, per necessità ontologica, e, a un tempo, fastidiosamente ingombranti (“il mio scopo era quello di rendermi invisibile alla famiglia”, afferma ancora il fratello di XX; il quale, poi, non ha altra realtà e altra identità se non quella di essere ‘fratello di’; e per vendetta, la sorella di lui, più anziana di sette anni, è identificata con due sole e lapidarie XX). Lei esiste unicamente per riferire, di lui, la tristezza, “e farne un luogo poetico”; lei lo infastidisce rivolgendogli delle attenzioni (sempre meschine) e lui protegge la propria solitudine (che poi non è il peggiore dei mali) con un “cappotto blu, fatto dal miglior sarto italiano”, dimostrando che gli abiti sono “la copertura morale per i vari delitti di tristezza”. Questa sorella, spiona degli altrui pensieri, rivolge le proprie attenzioni al fratello solo perché a lei interessa la di lui mancanza di futuro. Come un insetto, che ci assedia, e attende la nostra disperazione.

Già alcuni anni fa, l’autrice dei Beati anni del castigo confessava a Marisa Rusconi di essere sottilmente ossessionata da una frase di Céline: “Nel cercare di aiutare gli altri esiste una vaga passione omicida che è difficile restringere a qualcosa di meno sanguinario”. Sì, perché tutto si sconta in questo mondo, anche il bene che si cerca di fare verso gli altri. Il bene è un fastidio, la cura rivolta all’altro esautora, a un tempo, quest’ultimo. Io mi preoccupo di te affinché tu non lo faccia per me. Lo zelo è una strategia offensiva, che trasferisce sugli altri la felicità e il dolore, che preserva dalle altrui premure e che annulla qualsiasi capacità decisionale in chi ci sta di fronte: al fratello di XX muore la madre, ci sono le esequie, le fiamme delle candele immobili “danno l’idea del fuoco imbalsamato” (e altrove hanno il “colore di sole spento”), ed egli, citando il funerale della moglie Bach, afferma: “volevo che fosse mia madre ad andare lei stessa alle proprie esequie. E che non mi facesse decidere nulla”.

Ai funerali non c’è dolore, perché non c’è vero interesse: né dei vivi nei confronti del morto, né del morto nei confronti dei superstiti. Tanto è vero che l’unico desiderio della madre è quello di “essere disintegrata”, di non esistere per nessuno. Al contrario, quando i defunti non sono quieti (il testo è L’ultimo della stirpe), chi resta “viene ammazzato dai suoi stessi morti, dai suoi fratelli”.

Poiché nessuno può salvare nessuno (“Mi ricordo la sua forma. Il suo sguardo. Non posso salvarlo”, Un incontro nel bronx), poiché “la tristezza degli altri bisogna lasciarla in pace” (La voliera), la salvezza ce la possiamo autosomministrare solo distruggendo chi tenta di farci del bene (L’erede e Osmosi), o attraverso l’autoesilio nel vuoto, o ancora, per le sante e le dee, con il rifugio nel dipinto carcere delle loro rappresentazioni pittoriche (La visitatrice). Gli unici racconti dove si respira un senso di serenità, ancorché disperata (“la disperazione ha un suo aspetto visivo, effonde calma, gelo, lievità”, Il gentiluomo e il ramarro; “se si scopre che una persona è disperata guardandola in una fotografia, dopo il primo spavento sopraggiunge una specie di calma”, Il velo di pizzo nero), sono infatti quelli ove domina la solitudine e il senso del vuoto: “è bello sedersi su una panchina e pensare, con un sentimento di reciprocità, al vuoto” (Negde, dedicato all’amato Josif Brodskij); e ne Il gentiluomo e il ramarro è scritto che le persone incaute non sanno cosa sia il vuoto, “e credono che una vita vuota sia spregevole. Nient’affatto. Regula apprezza il vuoto, in tutte le sue nuances”.

Ed è forse per questo, allora, che la giovane donna, sulla coperta del libro, cerca di puntare dritto davanti a sé, fissando il vuoto, ignorando quell’Altro (l’insetto) che vorrebbe obbligarci a guardare giù e a cambiarci, inesorabilmente, nella vittima delle attenzioni altrui.

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