Un dramma europeo

27 febbraio 2015
Pubblicato da

di Tommaso Giartosio

Una premessa sulle premesse
La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di queste premesse obbligate.

Se una premessa è davvero inevitabile, è pleonastica, scontata, non richiesta. In realtà è una frase che, se pronunciata, afferma il contrario del suo contenuto apparente: concede qualcosa a posizioni apparentemente antitetiche rispetto ad essa (per esempio, sottintende che avere amici omosessuali è un segno di particolare apertura mentale, e nel farlo rivela involontariamente che la posizione omofobica in realtà non è poi così lontano da quella di chi parla).

Sentire la necessità di condannare esplicitamente gli omicidi di Charlie Hebdo vuol dire ritenere che la presenza di un elemento di continuità tra spargimento di sangue e blasfemia non sia un assurdo bello e buono; se c’è bisogno di smentirla, vuol dire che è una posizione sbagliata ma pur sempre sostenibile. Respingerla significa, in realtà, legittimarla.

Nel merito
Il dilemma che la strage ci impone è quello tra valore della vita umana e valore della libertà d’espressione. Un’antinomia che appartiene alla nostra cultura postromantica come il ritmo sistole-diastole appartiene al cuore. (Per certi versi somiglia, per esempio, al dilemma sull’aborto, che non a caso continua a interrogarci.) Nel fronte progressista domina una posizione libertaria, ma solo sul piano giuridico, mentre sul piano morale c’è grande ambivalenza.

La mia reazione immediata è di rifiutare qualsiasi limitazione della libertà d’espressione, artistica o meno. Anche se questo mi pone nella sgradevole posizione di dover assolvere Roberto Calderoli per la sua esibizione in maglietta del 2006, e di ritenere che non gli si possa attribuire la responsabilità per la morte di 11 manifestanti uccisi dalla polizia libica nella successiva (e probabilmente pilotata) manifestazione di protesta a Bengasi.

Tuttavia la mia reazione, in cui sinceramente credo (ma cosa vuol dire “sinceramente credo”?), è appunto una reazione immediata di un singolo cittadino. A fronte della quale mi resta la pressante sensazione di venire sottoposto a un gioco della torre in cui scegliere tra valori essenziali. Temo insomma che il dibattito sui principi avviato dalla strage di Parigi sia solo una cerimonia, un rito che celebra proprio la nostra libertà d’espressione (per eludere il dubbio che essa non sia poi così assoluta). Ciascuno si mette in posa e dice la sua, assumendo in realtà una delle pochissime posizioni ammesse; e avanti il prossimo, senza che la riflessione seria faccia un solo passo avanti.

L’Occidente è un bastione della libertà d’espressione, ma questo non significa che essa sia assoluta. Presidenti, religioni, bandiere godono di una protezione particolare nei nostri paesi. Manifestazioni anche pacifiche sono sottoposte a controlli rigidi. E la linea dell’ammissibilità si sposta di anno in anno. Insomma, non si può trasformare un carattere storico della nostra cultura in un assioma. Ma il gioco della torre fa esattamente questo. Ci chiede di confrontarci con la nostra autoimmagine ideologica. Non pensiamo, in fondo, che Wolinski e i suoi amici se la siano andata a cercare? Possiamo davvero dirci liberali, dirci occidentali?

Instillare un simile dubbio è certamente (dal punto di vista dei registi della violenza terroristica) una forma di strategia della tensione: se noi occidentali non siamo davvero liberali, perché esitare davanti a nuove versioni del Patriot Act – politiche repressive che ovviamente spingeranno nuove leve a iscriversi nei ranghi del terrore?

Però io vorrei vedere in questo dubbio anche il riflesso non strumentale di un’esperienza vissuta.
Non mi sembra casuale che gli attentatori di Parigi e Copenaghen (come molti altri loro colleghi di questi anni) fossero cittadini dei paesi in cui hanno compiuto le loro violenze. Molti hanno parlato di una violenza nata dall’emarginazione, e certamente questo è vero. Il limite di questa spiegazione (storico-sociale, non morale) è che accetta di fondarsi sulla diversità. Attribuisce all’attentatore un ragionamento di questo tipo: “io che per la mia pelle, il mio accento e la mia religione sono altro rispetto a questa pòlis, vengo trattato come un alieno: addirittura vengono disprezzati i miei valori più profondi: dunque mi vendico”. Il presupposto è che “so perfettamente chi sono io, sono il vendicatore venuto da lontano, in me scorre il sangue guerriero delle mie origini”.

Ma a fianco di questo discorso ne è presente un altro, un discorso di cittadino: “io che sono nato e cresciuto qui, io che faccio comunque parte della mia pòlis, vedo che essa si professa democratica ma non lo è, dunque la punisco”. Qui il presupposto è ben diverso, è uno smarrimento: “chi sono dunque io, cittadino di una città non fondata su alcuna vera legge? non sono forse lasciato all’arbitrio della mia ira?”

Questo secondo discorso – interno, per così dire – mi sembra fortemente sottorappresentato nella lettura che si dà delle violenze di queste settimane (mesi, anni). Forse lo è anche nella coscienza degli stessi attentatori. Ma per quanto le notizie di politica estera ci spingano a tracciare un collegamento sempre più saldo tra l’Is e gli attentati in Europa, dobbiamo – credo – sforzarci di considerare questi ultimi un dramma europeo; che riguarda i rapporti tra europei, e va affrontato in Europa. E che resterebbe urgente e andrebbe affrontato qui anche qualora vi fosse domani un tracollo universale della jihad islamica.

Roma, 16.2.2015.

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