ditemi dov’è morta la giacca

11 marzo 2015
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

avevo anch’io una giacca

nera con il collo cinese

sento ancora l’odore di treno

sul burro del velluto

le notti diafane di neve

dove sarà andata adesso

io non butto mai niente

deus in adiutorium meum intende

pure la mia aveva asole

e alamari di filo intrecciato

e due tasche quadrate sui lati

l’aveva portata dalla Cina

la madonna col capezzolo doppio

e gli occhi affranti di cane

(alias la mia famiglia)

 

era tornata tra i fulmini

era un’estate di fulmini

ci si baciava tra i fulmini

i fulmini entravano nelle case

e carezzavano le televisioni

imbozzolavano le automobili

sede a destri meis

la pelle scivolava

sulla giacchina maoista

lieve e sontuosa

proprio come questo direttore

del Vespro della Beata Vergine

i fulmini ruggivano forsennati

o smitragliavano afoni sbadigli

di lampade difettose

 

il velluto scivolava sui giorni

lì dentro sniffavo serafico

residue dosi di adolescenza

incontravo l’amico-parole

discettavamo dei fulmini

e della fisiologia dei baci

molte teorie e molte albe

intonse presunzioni

baciavo anche la sua compagna

(va detto ch’eravamo amanti)

mentre a Venezia-la-mignotta

i fulmini baciavano i campanili

 

autentico mistero mandarino

(ma anche lagunare)

la bimba-famiglia dagli occhi

di cane e il naso a trombetta

dopo la Cina non piangeva più

(dov’erano andate tutte le lacrime?

un vento mongolo le aveva seccate?)

faceva voltare gli uomini

(questo restava immutato)

con sussulti di congegno a molla

nigra sum sed formosa

perfino tra i fulmini

che poi però erano scemati

perché tutto arranca e tutto cessa

pure le saette ammattite

restavano i treni nelle notti

imbavagliate dalla neve

e poi nemmeno più quelli

solo gli inverni

senza vergine-famiglia

e la sua fica corta

senza alghe languide sui marmi

senza assertive rotaie nella notte

bianca di neve bianca

dov’è adesso quella giacca

io non butto mai niente

 

a forza di treni il velluto era stanco

(la vita spossa e usa)

camminavo su lune di argilla

leggevo la sabbia secca

facendo attenzione agli scorpioni

i fulmini erano ormai un ricordo

sul disco duro ordinario

come la neve zittita dalla luna

e la ragazza-famiglia un nome

che usciva a sproposito (un rutto)

quando chiamavo altre facce

 

dove sarà andata quella giacca

estorta dal maestro del Vespro

su youtube sicut

era in principio

io non butto via niente et

nunc et semper

dove sarà andato l’amico-intelletto

una volta incenerito

io non butto mai via niente

dov’è andato l’amore-fusione

estinto da un secolo

ditemi dov’è sepolto

(sono responsabile non lo nego)

anche i fulmini sono trapassati

e Maria la gitana giù dal quarto

di testa ancora in pigiama

(altro che altri baci!)

tanti giorni e tanti sogni

tanti mal di testa

e ora la giacca non si trova più

io non butto mai via niente

dove sono andati i nostri fulmini

ditemi almeno dov’è morta la giacca

 

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Notable Replies

  1. mi permetto di riportare, a proposito di poesie sulle giacche, e senza il consenso dell'interessato (rischiando quindi di incorrere nelle sue urbane ma pur sempre temibili ire), e con un accostamento tematico che farà certo sorridere (indulgentemente?) i "veri poeti", la poesia che mi ha mandato l'amico regista Francesco Dal Bosco:

    C’è un bottone
    che si sta staccando
    dalla tua giacca
    lo aggiusterò col filo
    e se il filo si spezza
    lo aggiusterò di nuovo
    e se il filo si rompe ancora
    io ancora lo aggiusterò
    con il mio ago e con il mio filo
    lo cucirò
    ancora e ancora.

    03.05.2007

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