L’esercito di cenere

13 marzo 2015
Pubblicato da

di Matteo Moca

“Era un brutto giorno per morire”.

Così si apre L’esercito di cenere, il romanzo di José Pablo Feinmann pubblicato da SUR con la nuova traduzione di Francesca Lazzarato. E questo è uno di quei casi in cui l’incipit, se riletto a fine del romanzo, illumina tutto il testo e, retrospettivamente, lo ha già realizzato. La storia di Feinmann è una storia di morte, una morte che assume ogni volta una sembianza diversa ma che si presenta vivida in ogni istante della vita dei protagonisti. Diversi tra loro moriranno, ma non è solo questo, si tratta di un presentimento di morte che si respira, un senso di sofferenza che si dilata tra tutti gli interstizi delle pagine, come un veleno che si vaporizza e si espande, divenendo inarrestabile (le parole del tenente Quesada sono un triste manifesto: “L’ho ucciso perché era un vecchio arrogante e vile” oppure “L’ho ucciso perché mi annoiavo” o, ancora, “Il mio destino aveva bisogno di una morte”).

Nel 1828, duecento soldati guidati dal misterioso colonnello Andrade, cavalcano in mezzo al deserto, sconvolti dal caldo insopportabile, dalla marcia forzata e dalle tempeste. L’ordine di partire è arrivato dalla Buenos Aires messa in subbuglio dalla morte del governatore Dorrego; le nuove forze (salite al potere, ricordiamolo, attraverso un’uccisione) credono che per governare lo stato sia necessario sconfiggere la barbarie, impersonata dal metafisico nemico Angel Medina, demonio più temibile di tutto il deserto, che da servitore dello stato si è trasformato in brigante, ladro di bestiame e saccheggiatore di villaggi. Eppure il nemico è molto altro, tant’è che non appare mai se non in una notte senza luna: è il simbolo di un male informe che necessita di essere allontanato per sempre. La marcia capeggiata dal colonnello Andrade (e guidata da un personaggio meravigliosamente creato da Feinmann, il cercatore Baigorria, bussola umana nel deserto, sconfitto anch’esso dall’incertezza del nemico e dall’impossibilità di seguire le sue tracce) diventa un corteo funebre, un Esodo senza una direzione ma, laddove nel testo biblico si fuggiva dalle violenze del Faraone egizio in cerca della terra promessa, qua si muove da un luogo relativamente sicuro (il forte nel deserto) verso la morte, guidati da un Mosè al contrario che non risparmia neanche i suoi uomini.

E la morte e la violenza esplodono nel passaggio da una fattoria recentemente devastata dalle truppe del nemico: “L’odore della devastazione copre ogni cosa. Il nemico lascia solo putredine al suo passaggio. […] Appesi agli alberi, impiccati, apparvero i primi corpi. C’erano più cadaveri che alberi, anche perché gli alberi non erano molti. […] Era così perché in quel deserto niente cresceva con facilità. A parte i morti che pendevano dagli alberi come una fioritura mostruosa, pestilenziale”. In questa devastazione fa la sua apparizione una bambina costretta dagli uomini di Medina ad assistere al massacro della sua famiglia e lasciata viva perché questa paura possa continuare a vivere; muta per lo spavento, il colonnello Andrade deciderà di prenderla con sé facendone la sua confidente afasica ma appassionata, a cui apre il cuore con candore quasi infantile. Ribattezzata Armida, come la maga musulmana bellissima e migliore fra tutte, diviene emblema dell’intelligenza, testimoniando la speranza che la devastazione e la barbarie non riusciranno ad eliminare tutto, che un fondo di civiltà rimarrà sempre. Tuttavia nel fatidico incontro con le truppe di Medina anche lei perirà, dando il colpo di grazia al colonnello Andrade già uscito di senno a causa della marcia infinita. In questo scontro rarefatto e trascendente, a sfidarsi non sono solo due eserciti ma l’inumano e la civiltà o meglio i barbari e chi i barbari li vuole far fuori. Il vero cortocircuito epistemologico (che sta poi alla base anche del sentimento contro la guerra in generale, che traspira dalle pagine del romanzo) è che qui l’inciviltà e la violenza vengono combattute con le loro stesse armi, cioè con la guerra. Questa tautologia colpisce più di chiunque altro il colonnello Andrade che, partito per la sua missione, è il primo ad avvertire la vanità di questa dialettica, rimanendone irreversibilmente colpito.

Qui sta anche il significato dell’operazione quasi microstorica di Feinmann: parlando di questo inseguimento e di questa lotta marginale a tutto quello che succede nella capitale argentina, illumina il grande dramma sudamericano, consegnandogli nuova luce e nuova interpretazione (non è secondario il fatto che Feinmann sia editorialista politico per il quotidiano di Buenos Aries Pagina/12).

Lavorando un po’ per comparazione sono almeno tre i testi che vengono in mente come antecedenti o semplici spunti per questo romanzo: due di questi (Il deserto dei tartari di Dino Buzzati e Moby Dick di Herman Melville) sono esplicitamente nominati dallo stesso Feinmann nella felice nota dell’autore in coda al romanzo, l’altro, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, invece è frutto di un accostamento personale). Per quanto riguarda il romanzo di Buzzati, l’accostamento appare immediato anche se, come sottolinea Feinmann, con una differenza fondamentale. Laddove i soldati del sottotenente Giovanni Drogo sono gettati nel buco nero del nulla da un’attesa e una staticità che non culmina mai nell’avvenimento che aspettano, qua la truppa di Andrade agisce, insegue questo nemico da sterminare che però non appare mai. Più pregnante invece il confronto con il capolavoro di Melville, potendo ricreare in tutto e per tutto la quadrangolazione che vive nel romanzo dell’imprendibile balena: il colonnello Andrade è chiaramente paragonabile al capitano Achab, guida della folle impresa di cattura, entrambi rosi dalla “idea incurabile” della sconfitta del nemico; il tenente Quesada è un novello Ismaele, narratore di questa lotta; il deserto metafisico privo di qualsiasi riferimento è il titanico mare che solca la nave Pequod; e il male assoluto, quello che si cerca in ogni modo di combattere (umanizzato nella figura di Angel Medina) è la demonica balena bianca, colei che, nel disegno di Melville, si vede sempre trionfante.

E poi c’è l’ambientazione in sé, sospesa tra il western e le atmosfere da romanzo d’avventura, permeata però da un senso di trascendenza che rende inafferrabile la geografia del luogo o quantomeno impedisce di disegnare confini netti alle dune del deserto, alle mura dei fortini e ai vicoli di Buenos Aires. Questo viaggio/vagabondaggio è il nucleo anche dell’opera di McCarthy, dove i cacciatori di scalpi guidati dal capitano Glanton si muovono allo stremo delle forze tra paesaggi torridi e desolati al confine tra Stati Uniti e Messico: “Cavalcarono e cavalcarono, e a est il sole accese pallide strisce di luce, poi una colata più marcata di un colore come di sangue che mandò verso l’alto raggi improvvisi allargandosi sulla pianura, e là dove la terra defluiva nel cielo, ai margini del creato, il sole spuntò dal nulla come la testa di un grande fallo rosso fino a uscire completamente dal bordo invisibile per accovacciarsi alle loro spalle, pulsante e ostile”.

Sembra di rivedere i paesaggi di Feinmann, la truppa del colonnello, sembra di vedere, anche qua, la trasposizione violenta del male dentro la natura e il sempre vano inseguimento della civiltà da parte dell’uomo.

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