LIBERA OCCUPAZIONE POETICA ° [i materiali]

16 marzo 2015
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cartolina-fronte LIBERA OCCUPAZIONE POETICA è l’incontro collettivo che si terrà sabato 21 marzo 2015 a Torino, nella sede dell’Unione Culturale Antonicelli (Via Cesare Battisti, 4/b) a partire dalle 17.30. Presentiamo qui alcuni materiali che hanno contribuito alla preparazione di questo incontro. Quest’ultimo si è articolato intorno a quattro eventi principali: installazione + riflessione + manifesti + lettere. Eventi che corrispondono ad altrettanti modi di fare poesia possibilmente al di fuori, o al limite, dello specifico poetico.

LIBERA OCCUPAZIONE POETICA,

che vuol dire, se prendiamo i due ultimi termini, mestiere poetico, inerente alla poesia, ed è il lato derisorio della formula. In Italia, più che in qualunque altro paese d’Europa, l’attività poetica non può essere considerata degna non solo di un interesse mercantile (non produce profitto), ma neppure di un sostegno istituzionale (denaro pubblico per la poesia!!!!).

Così non è altrove, dall’Islanda alla Romania, chissà per quali atavismi, esistono istituzioni che sostengono con un certa capillarità e sistematicità l’attività poetica. (In Italia si è probabilmente convinti di avere già tutta la cultura di cui si ha bisogno: si vive sulle antiche riserve, perché mai guardare al futuro?) Per cui, verrebbe voglia di disertare puntuali una “giornata mondiale della poesia”, se celebrata sul suolo patrio.

Il derisorio mestiere del poeta però è anche “libero”, e lo è in un senso non banale: nessuno chiede al poeta di scrivere quello che scrive. Vi è qualcosa di fuori fase, fuori tempo, fuori contratto nella comunicazione poetica, e questa dimensione, se davvero accolta, costituisce una rara posizione di forza di fronte alla miseria del discorso dominante, quello per cui, senza profitto, non c’è realtà, ed è quindi necessario essere realisti, ossia capitalisti, perché solo nel capitalismo il reale prende piede e al di fuori di esso non ci sono che vuote chimere.

Ben installata nell’irrealtà in cui tutto il realismo capitalistico l’ha relegata, la poesia può cominciare ad avere un suo margine di manovra: possiamo allora esplorare un significato ulteriore della formula iniziale. Possiamo procedere a un’OKKUPAZIONE POETIKA di spazio e di tempo, un’occupazione libera di spazio-tempo. E questo vuol dire imparare da quanto la scrittura poetica ci ha insegnato, e prolungare quel gesto, sconfinare dal foglio, o considerare una forma d’inscrizione più ampia, di scala maggiore, che vada dall’individuale al sociale, dalla bidimensionalità del testo stampato alla tridimensionalità dei corpi vocianti e semoventi nello spazio. Non perché si pretenda avanguardisticamente di cambiare il mondo o liberare la vita. Basterebbe impegnarsi a modificare, a rivoluzionare, tre o quattro abitudini, e con una certa regolarità. Abitudini individuali e collettive. Ma come?! Avete celebrato sull’altare della sacra crescita economica ogni forma di precarietà e flessibilità lavorativa, e poi pretendente che i nostri riti sociali, culturali, comunicativi siano sempre gli stessi, rassicuranti e prevedibili? Invece a noi va di occupare poeticamente quei riti, ossia c’interessa creare rumore, interferenza, perturbazione, e anche inutile, gratuita, insensata festa.

Andrea Inglese

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DESCRIZIONE DEL MONDO

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1. Alla parola “descrizione”, un dizionario sentenzia: “rappresentare con parole i particolari d’un fatto, d’un luogo, d’un oggetto”. Ma se si volesse descrivere il mondo? La descrizione del mondo pare sia un’impresa impossibile, perché bisognerebbe farla da quel nessun luogo, in cui solo dio può situarsi. Solo gli scienziati vi si dedicano con una certa disperata tenacia, manovrando telescopi e microscopi, teorie e formule. Eppure, ogni rinnovata descrizione, per risibile e periferica che sia, come quella che s’introduce nel nostro quotidiano ancora prima che in qualsiasi arte, costituisce un contributo, tra innumerevoli altri perennemente ricomincianti, della descrizione del mondo, e come tale essa non può ogni volta che cominciare in loco e mirando a un particolare.

2. Ci sono alcune frasi del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein che possono essere ricordate in questa occasione:
“2.04 La totalità degli stati di cose sussistenti è il mondo. (…) 2.06 (…) (Il sussistere di stati di cose lo chiamiamo anche un fatto positivo (…)). (…) 2.1 Noi ci facciamo immagini di fatti. (…) 2.141 L’immagine è un fatto.”
Contro qualsiasi propensione spiritualistica, mentalistica, è importante ricordare che l’immagine di un fatto è un fatto, ha una sua materialità, si trova nel mondo, e lascia una traccia in esso, e non solo nelle menti o nelle coscienze.

3. Noi siamo uomini dalla doppia testa, uomini del passaggio, della transizione. Una nostra testa ha conosciuto descrizioni del mondo attraverso i libri, le tecnologie analogiche (radio, fotografia, cinema) e l’ancestrale operazione di graffiare, tramite un oggetto lordante, una superficie sufficientemente liscia e pulita. L’altra nostra testa ha conosciuto descrizioni del mondo attraverso le tecnologie digitali, e vive l’euforia della moltiplicazione incalcolabile delle azioni descrittive realizzate ogni secondo sulla rete informatica mondiale. Nello stesso tempo, questa seconda testa, possiede una strano rapporto con le tracce materiali delle nostre immagini del mondo: esse possono facilmente essere prodotte, diffuse, moltiplicate, archiviate, come se fossero di una sostanza liquida, gassosa, anzi immateriale.

4. Questo è un invito a partecipare a una mostra o, se volete, a partecipare ad un’installazione poetica collettiva. Vi chiedo insomma un contributo alla descrizione del mondo. Poiché la descrizione del mondo è impossibile, essa può essere inaugurata ogni volta da una gran quantità di punti e può consentire una grande libertà di approcci. L’approccio che vi propongo di adottare è quello che privilegi la nostra vecchia testa: quella che leggeva i libri, fotografa o conservava stampe fotografiche, scriveva a penna o con la macchina da scrivere, o disegnava con matite, pennarelli, colori a tempera. Vi invito dunque a contribuire attraverso tre tipologie di descrizione-reperto. Libri, fotografie analogiche, lettere scritte a mano, sono ormai non certo forme storicamente estinte di produzione materiale di descrizioni, ma forme rese obsolete, che presentano già un versante archeologico, di resto già in parte avulso e indecifrabile.

(…)

5. Queste tre descrizioni-reperto possono essere leggibili o meno, così come possono essere interamente vostre creazioni o objets trouvés.

(…)

[Estratto dalla lettera d’invito all’installazione collettiva.]

Andrea Inglese


L’installazione dei materiali bidimensionali è a cura di Vittorio Passaro e Andrea Inglese.
L’installazione sonora è a cura di Gianluca Codeghini.
L’installazione dei materiali tridimensionali è a cura di Lorenzo Casali e Micol Roubini.

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oggetto: L!O!P!

Caro Andrea,

Ho provato a scrivere quello che mi hai chiesto. Avrei voluto farne una cosa aforistica. Magari con un ritmo battente, tra comizio e commedia, che passasse con eleganza e irriverenza dalla filosofia all’estetica dell’attualità spicciola. Ma sono arrivato solo ad alcuni spunti, domande di partenza.

Da una parte -come tu proponevi- osservo che la descrizione del mondo è un fatto, quindi la descrizione della descrizione del mondo un’altro fatto, solo un pochino più esteso che contiene il precedente; e la descrizione della descrizione della descrizione ancora un altro fatto, e così via. Il molteplice fatto un’unità e accresciuto di uno. Paradosso della regressione all’infinito, simmetrico a quel tale che affermava di mentire. Non sarebbe allora meglio elevare una immagine della terra vista da International Space Station alla potenza dell’intero dizionario, da ‘abaco’ a ‘zuzzurellone’? O sono comunque solo deliri da fondamentalismo logico?

Forse, invece di grandi strategie per raggiungere equazioni totalitarie, è meglio adottare una tattica locale, immediata, sempre correggibile e, ancor più, sempre abbandonabile. Finanche cercare vie di fuga attraverso l’errore, piuttosto che conclusioni assolutistiche. Io comincerei pensando che l’arte/poesia è tutto quello che noi diciamo/vogliamo che sia. Che se l’arte/poesia sia un’occupazione libera, senza obbedire a un idea che ne definisca un orizzonte da riempire, lo stesso vale per l’identità e la società. Un’economia non di debito, ma in cui, rimettendo tutto in gioco, non ci sia nulla da perdere e tutto da guadagnare (non è forse questo che ci stanno insegnando i Greci?).

Il mondo è sempre occupato da qualcuno, perché non deve essere la nostra definizione a dargli un colore oggi? Più che una descrizione, direi che il mondo sia un momento da reclamare come proprio.

Mattia Paganelli

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MANIFESTI PER IL XXI SECOLO

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Lettera d’invito

Per il 21 marzo, giornata mondiale della poesia, l’Unione Culturale Antonicelli ci mette a disposizione il suo spazio. Non siamo patiti delle giornate mondiali della poesia, ma abbiamo pensato che potrebbe essere l’occasione per cambiare un po’ i connotati a ciò che in Italia si tende a considerare come poesia. Vorremmo, ad esempio, riattivare la dimensione utopica della pratica poetica, che è stata ben presente durante tutto il Novecento, quando le grandi correnti avanguardistiche sono nate spesso per iniziativa dei poeti. Siamo certo più disincantati rispetto a quegli altisonanti programmi d’innovazione radicale dell’arte e della vita. E d’altra parte ci sembra che la dimensione utopica possa oggi sorgere quasi dal rasoterra, in zone più apparentemente periferiche e residuali o comunque minori. E ci pare che il modo migliore di scrivere un manifesto sia ancora una volta di utilizzare una lingua poetica, ossia una lingua non ancora del tutto parlata, acquisita, condivisa. Per questo motivo abbiamo pensato di invitarvi a collaborare, contribuendo a scrivere e presentare il vostro manifesto per il XXI secolo. Siete invitati a scriverlo, dal punto di vista formale, con la più grande libertà, in versi come in prosa, attraverso un sonetto o una performance, con il supporto di materiale video e sonoro, utilizzando il vostro semplice sistema di fonazione all’improvviso. Considerate solamente dei limiti di tempo. Sarete circa una dozzina, e grosso modo ognuno avrà a disposizione cinque minuti.

Se la terra si venisse a trovare all’interno di un grosso brillamento solare, un evento di per se stesso insignificante dal punto di vista astrofisico, la biosfera si sterilizzerebbe all’istante, e la catastrofe avrebbe sul brillamento un effetto tanto irrilevante quanto quello di una goccia di pioggia su un vulcano in eruzione. La biosfera in termini di massa, di energia o di qualsiasi misura astrofisica di rilievo, è una frazione insignificante della Terra, che è a sua volta una frazione insignificante del sistema solare. (A volte gli astrofisici dicono che il sistema solare è costituito dal Sole e da Giove: tutto il resto non è che una perturbazione.) Eppure il Sole è soltanto una stella secondaria alla penisola della Via Lattea, che è una delle tante galassie dell’universo conosciuto. (David Deutsch, The Fabric of Reality, 1997)

Da ciò ne consegue che questa nostra insignificanza, moltiplicata insignificanza, c’impone almeno il dovere, la gioia anche, la malizia doverosa e gioiosa del perturbamento: tra il Sole e Giove, nella nostra lontana periferia vivente, storica, di esseri dalla vite breve, tutta ammazzata già dalle abitudini, nell’inizio del XXI secolo, noi possiamo perturbare, e anche interferire, e proprio perché l’Occidente, ossia la recente parentesi occidentale della storia, non vuol più fare nulla, diventare nulla, in questo annullarsi di giornate ogni minuto è un’occasione di perturbamento, di costruire un manifesto, molti milioni di manifesti, indirizzato ognuno a un istante, per poterlo già mutare e stravolgere, non ne basterà uno, di quelli certificati da un gruppo di artisti, ma ce ne vorranno molti di più, molto più instabili, sciami di manifesti, per il XXI secolo, se vorremo gioire, ben chini sulla superficie increspata della nostra insignificanza, con intorno ovunque anche tante macerie, tanti morti, tante cose che ormai non interferiscono nemmeno più, insignificanze silenziose, ubbidienti, imperturbabili.

Andrea Inglese

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Manifeste

Document standardisé, reprenant
l’ensemble du détail
de la marchandise chargée sur le navire.
Les manifestes doivent être remis à
bord avant le départ du navire. En cas
d’impossibilité de remettre à bord
le manifeste définitif au moment de
l’appareillage l’agent du navire remet au
commandant un manifeste provisoire

Quando una ventina d’anni fa organizzammo la rivista Paso Doble fu quasi naturale per noi della redazione consacrare un intero numero al tema del Manifesto. Che cosa volevamo dichiarare a tutti i costi e nella molteplicità di stili e personalità che ci caratterizzava? Un intento, un programma poetico o forse solo il bisogno di una direzione che potesse emergere dai desiderata di una ciurma a bordo di una “nave dei folli”. Ecco perché ci venne incontro la filologia di Alix Willaert che, avendo tra i propri antenati comandanti di navi e porti, ci regalò uno dei manifesti del nonno. Un manifesto, per i marinai, è il diario di bordo, in cui vengano indicati il carico, la rotta, e il senso del viaggio. Non avendo ben chiaro nessuno di questi dati il nostro manifesto complessivo non poteva che definirsi in tutta la sua provvisorietà. Pubblicammo per esempio un eccellente manifesto “timido” di uno scrittore marsigliese, Roc Sonnet, che più di altri incarnava la profonda contraddizione tra l’ampiezza del progetto e i mezzi reali a disposizione. Della parola manifesto avevamo interpretato da una parte la sua fattura manuale, il mettere le mani nelle questioni fondamentali dell’epoca che stavamo attraversando nel campo della politica e della letteratura, dall’altra ne volevamo cogliere il lato festivo, dada, collettivo e jubilatoire. Il nostro relatore di manifesto ideale sarebbe stato un balbuziente, un afono, un agorafobico, dalla mimica sballata e dalla postura incerta. Solo così si sarebbe potuta mostrare la frattura tra il mondo della teoria e della critica e la realtà in cui nessuna traduzione in pratica dei principi sembrava possibile. Cosa è cambiato in questi vent’anni? Nulla, apparentemente; la questione del precariato, gli integralismi religiosi, il modello neo liberista, globalizzazione, mondializzazione, crisi, parole che ricorrevano nelle nostre invettive “provvisorie” sembrano oggi più che mai comporre la traccia permanente dei nostri destini e lo stesso rumore di fondo di allora. Però non siamo cambiati nemmeno noi se a distanza di vent’anni ritroviamo nella parola manifesto lo stesso fascino d’un tempo, lo stesso desiderio di prendere il largo, d’imbarcarsi in viaggi lunghi e misteriosi, senza inchini agli scogli che presto o tardi ogni cargo che si rispetti incontra tributando loro solo la stessa attenzione di un avvistamento che si riserva alle ombre.

Francesco Forlani

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LETTERE AL PRINCIPE

immagine n 4 bis

Cari amici e amiche scrittori, o poeti, o somiglianti tali,

muovendo da alcune premesse, speriamo condivise, secondo cui:

a) qualunque sia la concezione oggi ufficiale della poesia in Italia, essa ci va un po’ stretta…

b) di tutti i miti più o meno obsoleti, che ancora sono connessi con la poesia e la figura del poeta, quello meno inutile ci sembra il mito di un originario antagonismo di chi scrive nei confronti della lingua che si parla; la lingua che si parla è la lingua della società presente, la lingua che ognuno tenta di scrivere e di dire è la lingua di una società a venire…

c) quello che ci interessa non è tanto allora una forma di poesia, ma un’arte della parola, che sia in grado di modificare, nel mondo della rappresentazioni dominanti, politiche, scientifiche, giornalistiche, i confini del visibile e del dicibile…

muovendo, quindi, da queste premesse, ti invitiamo a scrivere e a leggere pubblicamente all’Unione Culturale Antonicelli di Torino, la giornata del 21 marzo, una vostra lettera indirizzata a un Principe o Principessa, di quelli che, nelle istituzioni e nei governi di questo mondo, in quanto eletti o esperti, dittatori o capi spirituali, in modo legittimo o illegittimo, governano, dettano legge, determinano i nostri destini, si fanno portavoce della parola altrui.

Questa lettera potrà essere in versi o in prosa, non vi sono vincoli né formali né tematici. Chiediamo solo che la sua lettura non ecceda indicativamente i cinque minuti, per poter dare spazio ai diversi partecipanti.

L’unico vincolo formale sarebbe questo: il destinatario deve essere il più precisamente indicato, con nome e cognome, titolo e funzione pubblica, indirizzo istituzionale.

Il poeta statunitense Robert Crosson aveva l’abitudine di scrivere, in nome di un fantomatico College of Neglected Science, lettere a personaggi eminenti della politica del suo paese. Una lettera del 1 agosto 1992 è indirizzata a: Governor William Clinton / Candidate of the Democratic Party for the Presidency of the United States… Crosson, allora, e la sua Università della Scienza Negletta, ci sia d’ispirazione!

Andrea Inglese

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Il Principe e il verbo

Magnifico Maltutto, ambasciatore della polvere, eccoci con le nostre parole, messe insieme alle impronte digitali in un buio inverno. Chi si dichiara inquieto è un contemplatore dell’universo, una faccia sfregiata dal vento notturno, dai fantasmi in forma di sirene, ambulanze e catrame. Solo corda ci resta e quella offriamo per tirarci su, in alto, fino alla luna, lasciandoci dietro pozzanghere lucenti e striature al neon. Se scrutiamo il polso per sentire i battiti, sentiamo la musica dei supermercati che scorre e ci porta in strada. Qui, tra semafori in apnea e tram che avanzano a strappi, un uomo pallido, nello sconfinato spavento di se stesso, squadra le finestre delle case e non controlla le smorfie. Il viso si allunga e la pelle sottile tira i contorni della bocca riaprendo ferite. Ai suoi occhi siamo magri teppisti che muoion di fame e i nostri passi non sono fatti di atomi terreni. Gli andiamo incontro e chiediamo chi fa gratis la bara chiediamo cellule intrecciate chiediamo, fra le tenebre, un verbo al nostro Principe.

Collettivo Sparajiuri

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Il mondo salvato dai poeti

Quando siamo in crisi, quando ripetiamo a noi stessi e al mondo che non può più andare avanti così, di solito chiediamo soccorso a chi si presume saperla più lunga su come ci si tira fuori dai guai. Per evitare di lasciarci la faccia o la pelle siamo pronti a concedere un potere, infimo o immenso, a qualche specialista della salvezza. Il governo degli esperti è infatti la classica e meno fantasiosa delle ricette per affrontare una crisi. Quella applicata da qualche secolo anche nella terra di mezzo tra politica e cultura dove prosperano intellettuali, passionari e radicali liberi di varia estrazione.
La preliminare mossa salvifica (“Monsieur de Saint-Simon, I presume?”), ritenuta congrua alla serietà della situazione, consiste di norma nel fare piazza pulita di quella gentaglia inutile che ozia e fantastica mentre il mondo cade a pezzi o langue al fondo di una stagnazione dell’anima o del capitale. Lasciando campo libero a ingegneri, economisti, scienziati, imprenditori e filosofi analitici. A dei tecnici, insomma. Figuri grigi e prevedibili come la morte, ma affidabili come nessun altro. Quelli a cui ogni buon padre di famiglia consegnerebbe la propria bambina con la certezza di vederla tornare a casa incolume e trista prima di mezzanotte.

Considerato il fallimento integrale di tutti i governi tecnici degli ultimi secoli e non avendo bambine da consegnare alla rassicurante depressione di signori in loden, mi è parso sensato affidare per una notte di liberazioni l’Unione Culturale non a degli esperti, ma alla categoria di individui che praticano la più libera delle occupazioni: i poeti. Tutti quelli che conosco, per esperienza diretta o sentito dire, sono infatti accomunati da un tratto caratteriale e da una linea di condotta su cui ripongo le mie scarse speranze di non morire di neoliberismo o di noia nel tempo che mi resta da vivere. I poeti sono infatti dei doppiogiochisti perfetti, dei maghi senza rivali del travestimento rivoluzionario. Individui all’apparenza estranei al mondo, in realtà perfettamente scissi – spesso ben oltre la thin red line della schizofrenia – che stanno in mezzo a noi come agenti segreti, come kamikaze dormienti di una cospirazione libertaria.

Mostrano e infliggono al mondo, con dissuasive opere di facciata (professori, saggisti, intellettuali, editori, cuochi, camerieri, bohémiens sempre fuori tempo massimo), la loro completa inutilità: l’arido tedio di una sapienza dotta e militante, l’oceano logorroico di blog e video, la messe di implacabili e paranoici programmi d’azione. Poi, quando nessuno li vede, si cavano quella maschera di irrilevante seriosità e colano in versi l’incandescenza di un sentire, di un patire e di uno sperare con cui si potrebbero liberare dalla crisi non uno, ma cento mondi come quelli che ci sono toccati in sorte. Non diversamente da quanto farebbe ciascuno di noi se avesse il coraggio, la fortuna e la sfrontatezza per toccare, con voluta cautela, il materiale esplosivo che i poeti riversano clandestinamente all’esterno. Questa dinamite homemade, capace di far esplodere milioni di solitudini in crisi più o meno camuffate, verrà stoccata il primo giorno di primavera del 2015 all’Unione Culturale. Speriamo bene!

Enrico Donaggio

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