les nouveaux réalistes: Isabella Borghese

17 marzo 2015
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Corpo libero

di

Isabella Borghese

La sala era rettangolare, profonda. Alla mia prima lezione non è stata l’attività fisica la vera protagonista, né il mio corpo; questa l’impressione che ho avuto.  Nell’ordine, a primeggiare l’olfatto, la vista, l’udito. Del gusto lì dentro ne facevano un rigurgito, un senso da riscoprire, una battaglia contro il peso. Il simbolo della vittoria. Il tatto solo alla fine.

A vent’anni ho scelto di regalare al mio corpo una possibilità nuova per riscoprire il privilegio e il piacere del contatto fisico. Riconsegnargli l’occasione legittima di essere toccata, di toccare in un terreno neutro, in una dimensione estranea al fastidio, alla prepotenza di una forzatura.

Non era il tempo di arrendersi. Davanti a me il momento di sfidare l’istinto, quel desiderio di chiudermi all’altro, che pareva volermi sconfiggere, privarmi di un’altra occasione; ho scelto di lottare servendomi della ragione, un’arma potente, potentissima, selezionata per riscoprirmi corpo, che può piacere, piacersi, darsi all’altro; per imparare di nuovo a muovermi con agilità e disinvoltura e a spogliarmi ancora, come un tempo ne sapevo cogliere ogni gradevolezza, nel terreno libero del piacere, nella sensualità di uno sguardo spudorato, fisso occhi negli occhi.

La lotta libera è stata la mia preferenza: la dimensione della lotta, quando nel carattere è combattere contro le proprie paure e per i propri ideali, nello sport confrontare il proprio corpo con la forza dell’altro, nella vita difendersi e aggredire la parola imposta da un prepotente.

In quella sala sentivo l’odore di chiuso, di aria viziata, di sudore quando nasce dallo sforzo fisico. Osservavo donne allenarsi in circuiti, flessioni, sforzarsi sulle spalliere. La severità di Augusto che insegnava o il gridare a tratti monosillabico di chi combattendo emetteva lamenti o grida di sforzo o incoraggiamento.

E quelle poche donne in sala, con me eravamo in tre, fiere di lottare sulla materassina, e ritrovarle poi, lezione dopo lezione, più magre. Sciupate. Guardarci a lungo nello spogliatoio, come esplorarci. Vicine, nude, libere e prese da un modo di lottare molto differente tra noi.

“Goliarda, stai dimagrendo troppo…”, mi sono confidata un giorno.

“E’ così sotto gara, Gabriella. Toccherà anche a te. Comincerai a lottare e dovrai dimagrire per gareggiare in una classe più bassa e poi vincere, perché non ti mancherà tutta la forza della categoria superiore. Nelle competizioni l’avversario si deve battere, corpo a corpo. Dev’essere tua la vittoria!”

Il problema delle competizioni, per me, questa fissazione di chi partecipa di guardare a tutti i costi e con determinazione alla “coppa”. Questo obiettivo che svaluta la partecipazione o che dà un senso compiuto alla gara.

 Forse avrei dovuto raccontare a Goliarda il reale motivo della mia lotta lì dentro, e farlo mentre ci allenavamo donna contro donna, o donna contro uomo, per esercitarsi a schienare l’avversario.

Io mi ingegnavo di più a sbilanciarlo. Far perdere l’equilibrio all’antagonista non annuncia mai una vittoria, ma consente, prima che questa avvenga, di intuire quale sarà la sua mossa e così di precederlo. Nel corpo a corpo in terra, prima dello schienare o dell’essere schienata, ero sempre lì intenta a sentire il corpo dell’altro, a percepire il mischiarsi della forza dell’uno contro quella dell’avversario che durante la lotta si fa sudore. Tentavo di raccogliere, mossa dopo mossa, il significato pudico di una stretta forzata, della necessità di proiettarsi sull’altro per combattere senza entrare nel campo della costrizione. Cercavo, ostinata com’ero, di fissare il suo sguardo senza abbassare il mio. Mantenerlo sull’antagonista, come necessità di vincere la timidezza prima, per capire con quale corpo il mio dovesse prendere confidenza, durante il combattimento.

In questi incontri preferivo l’allenamento contro un uomo. Era “il suo sul mio” la mia vera sfida, non il combattimento. Che mi schienasse, allora, non si trasformava mai in una sconfitta di cui crucciarmi. Mi affascinava il modo di Goliarda di stare nella lotta, la sua forza, quel mischiarsi con la tecnica e con il rigore. Goliarda, che tre settimane prima delle gare, fino al giorno della competizione, si nutriva di solo acqua e yogurt, o frutta e prima di pesarsi restava ore persino senza bere. Ecco il rigurgito del gusto, il simbolo della vittoria.

 Negli spogliatoi dopo la doccia ci mettevamo nude davanti allo specchio. Vedevo due corpi diversi da quelli che osservava lei. La sua bellezza sciuparsi, farsi stanchezza, le guance sparire, il seno rimpicciolire così tanto che persino una carezza lo avrebbe nascosto. Eppure l’eccitamento pareva inorgoglirla, come se avesse già vinto la sua gara.

“Devo perdere due etti ancora, poi entrerò nella categoria inferiore. Sarò pronta per gareggiare”, si esprimeva con fierezza. Lei nel suo, con lo sguardo, incontrava un corpo pronto a combattere. Poi mi intrattenevo sul mio allenato, armonioso. In attesa. Nulla mi suscitava del vanto. “Quando lotterai in gara dovrai sciuparti di più”, mi spiegava. Goliarda nel mio corpo individuava chili da sciupare. L’attesa, questa no.

Dopo più di un anno dal mio inizio in quella sala si è affacciato il momento più difficile.

“Goliarda, Augusto vuole farmi gareggiare. Aspetta il mio consenso tra pochi giorni”, mi sono confidata perplessa.

“Bene! Lo sapevamo tutti che avresti iniziato presto. Preparati alla tua dieta: acqua e frutta!”, si è messa poi a ridere. Io sono rimasta basita. Neanche una risata per me. Solo un’urgenza: lottare nella vita poteva significare mettere in campo la mia forza fisica, combattere con il corpo?

Pochi giorni dopo, quello precedente alla mia scelta, ci siamo sfidati per quarantacinque minuti. Prima io contro Goliarda. I nostri corpi, benché lei fosse più alta di me, si confrontavano con energia. La mia altezza si presentava perfetta per sbilanciarla e più facilmente di quanto non riuscisse lei con me. Ma era Goliarda a vincere più spesso. Tre volte su cinque. Quel giorno poi sono stata più di mezz’ora a lottare contro Errico. Il mio corpo, in attesa. La percezione precisa che avesse maturato una nuova confidenza verso l’altro, un saper stare contro, addosso e sotto, che nulla hanno a che vedere con la sottomissione, né tanto meno con la costrizione. Neanche con l’essere schiacciati da un peso morto addosso.

La terza volta che Errico mi ha schienata sono scoppiata a ridere, senza avvertire la fretta di dovermi liberare del suo peso. “Ti porteremo alle regionali quest’anno! Ha ragione Augusto!”, ha esclamato fiero. Era ancora sopra di me. Non ho badato a lungo alle sue parole. Avevo altro per la testa: non provavo alcun fastidio. Mi sentivo compiaciuta, rispettata. L’attesa di colpo finita. Schienata riscoprivo il piacere del tatto e riconoscevo nella competizione un modo così lontano dal mio di stare al mondo, che neanche uno sport ha saputo mai insegnarmi.

Dopo qualche giorno sono rientrata in quella sala rettangolare, profonda. Ma era l’attività fisica, adesso, la vera protagonista, con il mio corpo. Nell’ordine, a primeggiare il tatto, il gusto. L’olfatto, la vista, l’udito, solo alla fine. Il tatto, grazie al combattimento, ora primeggiava con la bellezza e la grandezza di un senso riscoperto, e la capacità di invertire, nella mia vita, l’ordine dei sensi. E’ stato il mio ultimo venerdì di lotta libera quello del combattimento contro Errico. Il mio corpo in attesa, oggi, solo un ricordo. La strada, come la vita, invece, è dove continuare a lottare.

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