Dell’evaporazione dei morti. Della bocca chiusa dei vivi.

3 aprile 2015
Pubblicato da

porte chiusedi Mariasole Ariot

Di Roberto Dalmonego ci si ricorda la saliva : una bava lenta, trascinata, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia delle lumache che sono già passate. Di Roberto Dalmonego ci si ricorda la camminata, uguale a tutte le camminate della corsia, la camminata faticosa del farmaco. Trascinata, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia di un sé già passato. Di Roberto Dalmonego ci si ricorda un corpo steso a terra, un urlo nella notte. Di Roberto Dalmonego non ci si ricorda nulla.

Del piccolo L. si ricordano gli anni. La sua voce masticata dai farmaci, i calzini bianchi, i suoi capelli alla Elvis Presley, il sogno di diventare psicologo – o forse economista, diceva, o forse Legge. La sua dichiarazione nella camera oscura : sono qui perché non sapevo più riconoscere il male dal bene. Ci si ricorda la finta torta di compleanno, il barattolo della nutella e il pane secco, ci si ricorda la risata improvvisa sui racconti di Maddy :

e allora ci addormentavamo con un po’ di benzina, e funzionava
ridevamo
e i miei nipotini sui covoni si rotolavano, e allora un po’ di benzina funzionava
ridevamo
ma io sono astemia, il vino no
ridevamo
poi sono morti tutti i bambini
lui continuava a ridere

Di Roberto Dalmonego non si è saputo nulla. Non ci sono tracce fino al 28 marzo 2015. I giornali hanno taciuto, i poteri forti hanno taciuto : quel che conta è silenziare. Strangolato nella notte del 31 marzo di un anno fa. Il piccolo L. l’ha preso alla gola. Gli infermieri del turno notturno : nessun indagato : tutti dormivano. Li ho visti distesi come larve, il respiro profondo, la fotografia del tacere.

Fate silenzio, c’è chi dorme : noi che non siamo loro, che non siamo voi.

Di Roberto non si saprà nulla. E’ morto un disperato, è morto un già morto con la bava alla bocca. Una bava lenta, veloce nella fine, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia delle lumache che sono già passate.

Il piccolo L. ha i fiori in bocca, ha camminato nella casa con il sole dipinto sulla porta : territorializzazione spinta, riciclaggio dei malati. Quattro euro l’ora e due turni a settimana, con tutti i pazzi c’è un gran risparmio. Un riciclo : dimissioni e poi riutilizzo.

Il sistema psichiatrico trentino piace alla Cina – scrivono i giornali. Una conquista.

I piccoli  L. a cucire borse, all’ex tossico un po’ di autolavaggio, un po’ di erba portata dai pazienti più esperti dai pazienti più datati, al ragazzo che cade nella paresi offrono un vecchio cesso su cui vomitare, qualche esperimento mattutino, la ragazzina senza corpo nella gabbia dei leoni, vediamo che succede, spingere per sottrazione, sottrarre per inclusione : venite tutti, tacete tutti.

Nessun commento, nessuna notizia. La stampa nazionale tace. Negli archivi della rete si trovano solo buchi : il niente di ciò che resta : un niente.

By definition, of course, we believe
the person with a stigma is not quite human
E.Goffman

In fondo si trattava di folli. Di chi vedeva demoni strangolando, e di chi sognava strangolatori e ed era già morto. Di chi dormiva strangolato.
Non saperne nulla : essere ciechi non per sciagura ma per godimento. Essere ragnatele trasparenti. Costruire una maglia sicura, allargarla, sperare che nessuno parli. Allargare il più possibile : escludere per inclusione. Fare della città un piccolo manicomio gentile, fareassieme per disfare. Quindici diagnosi a testa.

Ma l’importante è tacere. L’importante è tinteggiare i muri con la vernice trasparente. L’importante è verniciare, l’importante è svestire, l’importante è riciclare, l’importante è tacere.
Di Roberto Dalmonego nessuno sapeva nulla. Un solo articolo in un anno. Nessuno saprà nulla. Conta controllare questo nulla, fare del nulla il prestacorpo alle proprie zone morte, conta esportare il modello, dire superare Basaglia con una nuova legge che superi il superabile.
Conta superare per un apparente malinteso, conta scoprire i denti tenaci della novità a costo di distruggere per apparente forza contraria quel che di buono si era fatto.

Muore la 180 nelle zone interstiziali, muore nell’ombra, muore perché la parola non è contemplata, muore perché l’incompleto non si accetta, muore per desiderio di assoluto, muore per il totale, perché l’importante è che tutto funzioni : una macchina perfetta, ingranaggi ben oleati, il filo spinato sulle bocche.

Di Roberto Dalmonego resta l’ombra sulle piastrelle azzurre. Resta la sedazione come una bava, resta un volto senza faccia, resta un nome senza volto, resta un un corpo senza sepoltura.

Ma : i morti hanno bisogno di nomi, hanno bisogno che si dica, hanno bisogno che non si taccia, hanno bisogno del grave della parola, hanno bisogno di un peso, hanno bisogno del dire, hanno bisogno di vivi che smettano di allungare le spalle al cranio per dire semplicemente : càpita.

 

Fonti :

Il trentino non è un’isola felice
Il caso di Roberto Dalmonego
Il treno dei folli
Psichiatria democratica contro la proposta di legge 181
Un lapsus interessante nella proposta di legge 181 : “Sapere di ciascuno, sapere di lutti. Gli utenti è familiari esperti, un jolly prezioso”

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Notable Replies

  1. come un pugno allo stomaco
    perché ci si svegli
    grazie Mariasole
    effeffe

  2. Forse mi arriveranno anche sputi in faccia, Francesco, o piccole ritorsioni - per i coinvolgimenti, le riflessioni, i rimandi. Ma su certe cose ( da questo punto, da questo interno) mi è impossibile non mostrare. Ché se ne dica - ché circoli l'ombra, che non evapori.

  3. La realtà è un crollo continuo coperto dalla finzione, i corpi privati di dignità avrebbero sempre bisogno di un urlo come questo per essere messi sotto gli occhi di tutti; sveglia, c'è bisogno di parlare. Grazie @mariasoleariot, c'è bisogno di voci come la tua.

  4. Grazie, @FrancescoBorrasso. Spero davvero che di certe cose si (ri)cominci a parlare.

    Riporto qui un frammento interessante di un documento citato nel pezzo - e che dice bene i rischi di certe pratiche che di facciata sembrano un avanzamento e nei fatti sono tutt'altro :

    - Le strutture residenziali della città di Trento sono tutte a bassa protezione (con una copertura da 2 a 6 ore al giorno). Nella cosiddetta “Casa del Sole”, dove sono ospitati i pazienti più gravi, la protezione arriva a 12 ore. Se a ciò si aggiunge il fatto che il “personale” cui è delegata l’assistenza è in prevalenza privo di qualifica professionale, si comprende che i pazienti sono lasciati a se stessi o affidati a persone inesperte per la maggior parte del tempo, con tutti i rischi che questo comporta.

    - Confidare che il solo fatto di trovarsi insieme e di poter fruire di qualche pacca sulle spalle basti per far star bene i malati è una pericolosa banalizzazione delle complesse problematiche che una seria presa in carico del paziente psichiatrico comporta. Le vacillanti basi scientifiche della psichiatria, dilaniata da conflitti tra correnti ispirantisi alle più diverse impostazioni filosofiche, rendono purtroppo possibili abusi di questo genere. Tra l’altro all’Azienda sanitaria, rassicurata da pretese “evidenze scientifiche” circa la validità del metodo adottato, non dispiace certo che il “fareassieme” consenta apprezzabili risparmi sulle spese del personale.

  5. Quando si smetterà di riempire i pazienti, con problemi psichici, di farmaci? Spegnendo le vite di ragazzi che già a venti anni vengono rimpinzati di medicine fino alla fine dei loro giorni. Cancellano il futuro con un gesto veloce della mano; le medicine sono soldi risparmiati sul personale addetto alla psicoterapia; bisogna che si urli il diritto di questi ragazzi affichè abbiano una vita, e non si consumino sotto il silenzio delle loro menti ottenebrate da psicofarmaci divulgati e raccontati come caramelle della salvezza.

  6. Finalmente qualcuno riprende questo tema che tutti fingono di dimenticare. Grazie Ariot perchè lo fai con una scrittura che porta i brividi della segregazione

  7. E' difficile dire qualcosa, quando si è davanti alle storie di chi è del tutto indifeso le parole vanno via, ma in un dolore così grande almeno il nostro silenzio non sembri quello che non è. Non è indifferenza, ma qualcosa non esce. Tu dici invece Maria Sole Ariot e le parole arrivano. E fanno pensare, pensare.

  8. Grazie a voi, @jan, @nadiaalba, @Marco_Ribani.
    Purtroppo di storie come questa ve ne sono a migliaia. Perlopiù taciute e tenute nel sottosuolo. A volte emergono, a volte vanno cercate negli angoli bui. Morti legati e infermiere che portano il cibo sul comodino per poi recuperare i vassoi intatti (filmate), TSO per acufeni. E mille altre. Oltre questa terra, sotto terra.

    Credo ci sia da riaprire (per lacerazione) una questione di cui davvero - a volte per volontà, a volte per una vergogna totale che continua a rosicchiare le zone morte - si stenta a parlare.

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