La famiglia che perse tempo

10 aprile 2015
Pubblicato da

copertina_salabelle_bdi Marisa Salabelle

Di tutti i libri pazzi e strampalati che ha scritto mio fratello Maurizio, La famiglia che perse tempo è forse il più pazzo e strampalato. L’ha scritto che avrà avuto, quanto, ventott’anni? Non lo so con precisione perché a noi non diceva nulla e in famiglia, che scriveva, l’abbiamo saputo in due occasioni: quella volta che la mia amica Benedetta mi fece vedere un numero di una rivista, Erba d’Arno, dove era stata pubblicata una sua poesia, e poi la volta famosa che Giuseppe Pontiggia telefonò a casa e a rispondergli fu nostro padre, il quale non se lo sarebbe mai immaginato che Giuseppe Pontiggia potesse telefonare a casa per dire che aveva letto il manoscritto di Maurizio e che gli era piaciuto moltissimo. Quel manoscritto era, credo, La famiglia che perse tempo, che piacque a Pontiggia e a Ermanno Cavazzoni ma che per ragioni contingenti è rimasto inedito fino a ora.

La storia è quella di una famiglia di cinque persone, genitori e tre figli adulti, tutti nullafacenti, se si eccettua  il figlio maggiore, che è medico, e occasionalmente riceve qualche paziente, e il narratore, che risponde all’improbabile nome di Phatrizio e per un periodo fa l’autista di autobus. Oltre a questo, la madre di tanto in tanto cucina e il padre fa misteriosi esperimenti chiuso nella sua camera: per il resto i cinque si trascinano dal divano al letto, si incrociano nell’andito, spilluzzicano i cibi imbanditi dalla madre, guardano vecchi film presi a noleggio. Oltre che svogliati e oziosi, i cinque sono affetti da stranissimi disturbi: perdono periodi di tempo, soffrono di letargia, attraversano momenti di grave depressione. Per capire l’origine dei loro mali analizzano gli oggetti che hanno in casa, orologi che diventano fuligginosi e che non segnano più l’ora, brandelli di stoffa infetti da strani germi, libri e opuscoli che cospargono il pavimento, provenienti da chissà dove. Scrivono memorie, si intervistano l’un l’altro, improvvisano conferenze al tavolo di cucina. Cambiano spesso casa, sperando così di risolvere i propri guai, ma i quartieri in cui vanno ad abitare si rivelano di volta in volta sempre più tetri, squallidi, al punto che neppure sono segnati  nelle mappe della città.

Se paragono questo romanzo ai successivi, che però sono stati pubblicati prima, vedo analogie e differenze.  Vedo innanzitutto che, rispetto alle altre opere, tutte caratterizzate da un’atmosfera surreale e da una trama fantastica, La famiglia che perse tempo è un romanzo ancora più rarefatto, astratto, paradossale. Non esiterei a definirlo un’opera altamente sperimentale. Vedo, però, anche le analogie con i romanzi successivi, in cui Maurizio mette in scena i suoi personaggi stralunati e le sue famiglie stravaganti. Padri sempre un po’ distratti, lontani dalla realtà, impegnati in attività bizzarre quali compiere esperimenti scientifici o consultare ossessivamente vocabolari; madri che svolgono in modo malcerto i loro compiti di accudimento, mettendo in tavola solo noccioline e patatine fritte, lavando le verdure col detersivo per i panni, inondando divani e poltrone di acqua saponata e così via. Fratelli e sorelle che vivono relazioni simbiotiche, uomini adulti stranamente impacciati con le donne o incapaci si svolgere lavori normali.

 Ogni volta che leggo uno dei suoi libri, penso alla nostra famiglia, e riconosco alcuni particolari, alcuni comportamenti e modi di esprimersi, che mi fanno dire: siamo noi, eravamo così. Quindi penso che Maurizio abbia voluto raccontare, in chiave surreale, la nostra vita; altre volte invece penso che abbia creato i suoi romanzi e i suoi personaggi come in un gioco, un divertimento fantastico e bizzarro.

E poi, naturalmente, c’è il suo linguaggio. Un lessico semplice, accessibile ma ricercato, parole a volte un po’ desuete, che lui sceglieva principalmente in base alla sonorità, un fraseggio caratteristico, con una sua musica interna, un suo ritmo ben preciso. «Nello scrivere, seguo una musica o un ritmo interno che è del tutto indipendente da ciò che narro» affermava infatti in un memorabile articolo, Un romanzo è un apparecchio complicato:  «È una musica poco appariscente e un po’ monocorde, che mi arriva non so da dove ma che sento di dover seguire e assecondare e che determina la lunghezza dei periodi, il numero di sillabe delle parole, la posizione dei segni di interpunzione.» E in effetti credo sia proprio questo senso rapsodico del linguaggio ciò che fa di Maurizio, veramente, uno scrittore. Che basta leggere una frase per dire, non c’è dubbio, è lui. Inconfondibile.

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