«Il paradosso del controllore». Il romanzo metafisico di Hidalgo Bayal

6 maggio 2015
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di Mario Sammarone

paradosso-del-controllore“Il paradosso del controllore” (ed. Socrates, 2014) è un romanzo di Gonzalo Hidalgo Bayal, filologo e scrittore spagnolo, pubblicato in Spagna nel 2006 e recentemente anche in Italia – grazie all’ottima traduzione di Simonetta Nove e Daniela Simula. Un’opera metafisica, costruita su una storia non storia, dalla trama pressoché inesistente ma dalla prosa colta, lenta, perfettamente ricercata e al tempo stesso condensata in fulminanti ed algide immagini.

È una sera di novembre, una stazione senza nome, il cielo freddo di una città di frontiera. Approfittando della fermata del treno, un uomo scende sulla banchina per comprare una bottiglia d’acqua. Gesto semplice, banale, su cui non si è meditato troppo, ma che proprio per questo nasconde un pericolo oscuro e quasi mortale. La breve fila davanti alla cassa del bar, un inutile sguardo al titolo di un giornale, una parola di troppo con un forestiero, l’uomo si attarda e il treno riparte senza di lui, lasciandolo solo, senza bagaglio, senza soldi e soprattutto senza la sua identità.

E allora nella vita di quest’uomo, che si intende come fosse stata banale, monotona e sbiadita fino ad allora, irrompe un’altra vita, aliena, maligna, in cui egli si trova come imprigionato e da cui non può più uscirne. E adesso cosa potrà fare quest’uomo che è rimasto senza il suo treno? Mettersi alla ricerca del controllore che gli possa dare le informazioni su come e quando ripartire. Ma il controllore è anch’esso misteriosamente sparito: l’uomo non riesce a trovarlo, nessuno glielo sa indicare e c’è addirittura chi nega la sua esistenza.

Inizia così la peregrinatio tra la stazione e la città vicina, misteriosamente anch’essa senza nome (nulla e nessuno ha un nome in questo libro), somigliante alle nostre città ma immersa in una estraniante realtà, probabilmente simbolo della vita decaduta del nostro Occidente. Come un eroe tragico, ma che a differenza di ogni buon eroe tragico è completamente immemore del suo Eden dal quale è stato estromesso, l’eroe-antieroe di Bayal, nella sua identità diluita, amebica tra l’essere viaggiatore, forestiero e controllore ad un tempo – per ironia della sorte, proprio il controllore, deus ex machina senza volto, definirà la nuova identità di quest’uomo – è “gettato” dentro una nuova vita in cui tutto sembra senza senso. Come in una letteraria e spiazzante Via Crucis, questo povero Ecce Homo tocca tutte le stazioni della sofferenza, bussando a ogni porta in cerca di aiuto, ma ottenendo solo cinico rifiuto o, al massimo, spocchiosa futilità.

Divenuto quasi un barbone, intesse relazioni con emarginati e personaggi di vario tipo, come il venditore di cialde, una specie di mago-principe, padrone per diritto acquisito della colonna della piazza, sotto la quale vende la merce ai passanti (uno stilita del V secolo sui generis creato dalla finzione letteraria), o ancora il giovane barista della stazione, un giovane compassionevole – il solo – che offre all’uomo caffè e brioche con cui si possa sfamare.

In una realtà occulta e sotterranea, separata dalla sua vecchia vita, il presunto controllore girovaga nell’abbandono, sopportando con stoica sopportazione ogni avversità tra personaggi che inaspettatamente sembrano tutte figure tragiche, sbalzate dentro un’esistenza che scorre in un mare che va controcorrente, ma che proprio per questo Bayal riesce a imprimere loro una solennità di carattere, tipicamente spagnolo, come il mondatore di frutta che, chiuso nelle sue ossessioni, ha i tratti di un nobile Hidalgo.

Il bisogno di stabilità e ordine nel tempo quotidiano, che pareva essere smarrito dopo la perdita del treno, è comunque cercato dal controllore ripristinando nuove abitudini, come la quotidiana passeggiata verso la stazione nella eterna e beckettiana speranza di trovare un treno sul quale partire, l’incontro mattiniero con il guardiano del casello del quale diventa amico, i giri per le osterie con un ciarlatano-predicatore perso anche lui in questa città fuori dal tempo. Perché in fondo ciascuno di noi è fatto della stessa sostanza delle proprie abitudini, e cerca di ancorarsi ad esse come a uno scoglio, prima che il disordine e il caos arrivino distruggendo quella parvenza di illusioni dietro cui ci siamo trincerati con tanta fatica.

La lettura è ipnotica e ci fa aggirare in atmosfere oniriche ed iper-realiste, con questa figura del protagonista che è un esiliato, vittima e capro espiatorio. Il controllore che sceglie sempre di non scegliere, di non essere nessuno e, per questo, di volere essere il nulla e, dunque, di essere-per-il-non-essere, variazione dell’essere-per-la-morte heideggeriano, ci affascina perché non è chiuso in alcuna identità e fa provare in noi la vertigine di chi non ha nessun abito mentale.

Eppure una traccia di luce, di speranza c’è, quando alla fine lo si sente pronunciare le parole “io credo nella bontà”. Questa è la sua sentenza (e la sua condanna), estrema prova di sventurata pazienza alle prove avverse che accetta, mentre decide di continuare a vivere – ed è questa una forma, anche se non desiderata, di immortalità. Poiché, recita un detto evangelico, chi vuole salvare la propria vita la perderà, e chi vuole perderla la salverà.

Tirando le conclusioni, cosa ci racconta questo romanzo metafisico di Gonzalo Hidalgo Bayal? Che forse quest’uomo, e la città cinica e decadente in cui vive, è immagine riflessa di quell’esistenza a cui tutti noi arriviamo da una stazione senza nome, quasi per caso, ma a cui restiamo attaccati, tenacemente e fino all’ultimo giorno, cercando quel senso che talvolta sembra non esserci.

(articolo già pubblicato su La Città, il 17 marzo 2015)

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