Muro di casse

14 maggio 2015
Pubblicato da

di Vanni Santoni

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…e dalle case di pietra sotto cui passi prima di arrivare, le vecchie sbirciano; sulla strada i vigili danno mano, addirittura. È esistita un’epoca, ricordo adesso, in cui sui giornali si potevano prendere per quello che erano, semplificando al massimo, quei ragazzi: appassionati di musica, solo un po’ strani. Tra i lampi tremolanti dei fari di chi cerca di far manovra incroci facce che vengono da lontano e altre che invece arrivano certamente giù da basso; per un Claust di Innsbruck e una Marystelle di Roubaix ecco un Baldo, un Colle, una Sarina.
E seguirò proprio te, Sarina: tu che procedi all’apparenza sicura verso il monte, con le calze smagliate e gli scaldamuscoli rivoltati sopra le scarpe da skate, con la felpetta nera su cui hai cucito, o lo hai fatto fare a tua mamma?, una toppa col logo dei Narkotek, quante volte hai fatto su e giù, in questa settimana? Chi ti ha dato uno strappo fino a mezza strada, stavolta? Che fai, ti metti da parte, ti fermi a giocare con un cane? Se fai così ti supero…
Servono capsule?
O Sara, sono Iacopo, il Gori.
Ah mi’, ciao Iacopo. Vuoi capsule?
Con tutto il ben di dio che ci sarà lassù…
Bo vabbè cioè te le mettevo a dieci, è md francese…
Immagino.
Senti Iacopo… Che ce l’hai mica una sigaretta?
Tieni, Sarina, e prende la sigaretta, se la mette sull’orecchio, poi ci ripensa, la accende, intanto arrivano altri tre, piccoli come lei, due ragazzine e un tizietto con una visiera da tennis sulle ventitré.
Ciao… Lucy?, fa alla prima del gruppo, ci prende, ottiene riconoscimento; si affianca, allora, e ritrova la voglia, finalmente, di fare strada: ti seguo, Sara, hai visto cosa hanno messo su? Proprio qui da noi. Tu che per la prima volta hai visto una vera festa cinque settimane fa, che dalla loia impestata del campeggio di Arezzo Wave qualcuno ti ha caricata su, e ti ha portata all’In the wood, al confine con l’Umbria, e lì sì che hai visto i tuoni e i fulmini e i diavoli che uscivano a mazzi dalla terra, e ora puoi ben fare come se bazzicassi questi sentieri da sempre, e come se questi sentieri per sempre dovessero esistere: non è così, Saruccia, vorrei dirti oggi, ma intanto ecco i primi tuoni, e i primi camper scassati e coperti di adesivi, ecco che sbirci quelle lucine che sembrano di lanterne a olio, lì nel riflesso di quegli interni di legno o simillegno,  e c’è chi vende sebbene l’ora non sia tarda, te lo figuri a dire Veggano, veggano che fiore di mercante! Qui v’è di tutto; e son nullameno tutte cose rarissime e senza eguali in terra, oppure oh raga serve qualcosa, e allora tu sbircia e salta qua e là, Sara! Altro che le capsule con cui ti bulli di smerciare anche tu, che ti sei preparata sbriciolando un grammo di md presa ieri e dividendola dentro gli involucri svuotati di qualche medicina di tua madre; qui, Saretta, c’è ogni cosa, stasera da Castiglion Fibocchi passa la Via della Seta,
ecco Odilon con l’oppio andaluso
e Kirsten con le superman bianche (tutte anfetamina)
e quel gruppo da Marsiglia con gli acidi marca Timothy, che sta per Timothy Leary, l’hai mai sentito, Sara? non prenderne più di mezzo, si raccomanda uno di loro, sono da trecentosessanta microgrammi
da trecentosessanta microgrammi
e il Falacci (lui, be’, lo conosciamo) che è venuto da Reggello e ha un mezzo chilo di nero
e Rocamadour con Sayfa che hanno lo speed base, senti come odora, e la ketch indiana appena cucinata, e se vuoi anche le paste, smile blu, lo so c’è tanta md in giro,  ma queste son buone davvero, guarda, te le metto a cinque, a quattro
e al camper col graffito di Luigi (quello di Super Mario) affettano panette di zero zero
ma hanno anche la ganja olandese
e alla tenda, quella con la bandiera dei pirati, hanno le micropunte e il 2C-B, addirittura
raga serve oppio, serve md
ora che si formano le prime stradelle, ora che i tuoni e i lampi si aggregano in nodi e nubi sui crinali ecco anche nascere i crocevia coi loro mercanti, ognuno una lampadina al collo o sulla testa, qualcuno il cane, c’è chi si è portato una sedia da picnic
trip?
fumo?
serve speed ragazzi?
funghetti? guardalo, col cappello da cowboy e i sandali e il torso magro e nudo su cui penzola un rosario di legno, da dove sei arrivato tu, dall’accento potresti venire da qualunque posto, essere qualunque cosa
funghetti mezzicani ragàz?
Sarina, quasi ci hai ripensato? Buoni i funghetti, ma ti sei già comprata due Timothy, stai tranquilla, che se davvero sono da trecentosessanta microgrammi, mezzo ti basta e ti avanza
GHB?
erba?
volete birre ragazzi?
fresche nella bacinella da bucato riempita d’acqua di fonte
un bicchiere di vino cinquanta centesimi!
cecina, piade, magliette,
per caso vi serve mica un generatore usato, raga? funziona eh
Si sarebbe detto poi in Valdarno, Sara, che dopo quella festa ti eri messa con un francese di una tribe, e che ti avevano ritrovata lacera e perduta su un marciapiede di Marsiglia, sembrava una storia primi anni ’80, di quelle a fosche tinte; la verità è solo che avevi rivisto questo tipo incontrato all’In the wood (che poi, di lì a dire che quel Pascal, un devastato in canotta aggregatosi all’ultimo ai Sikotronik, fosse “uno di una tribe”, ce ne correva), e ci avevi pomiciato e gli avevi fatto una sega e ti eri ficcata in testa di metterti con lui, ma lui mica voleva troppo, ed eri arrivata a infilarti nel loro furgone, e allora lui, va là che non si butta via niente, il viaggio è lungo e una scopata ci sta, ti aveva presa su, ma arrivati a Marsiglia si erano tutti rotti il cazzo di Pascal e quindi figuriamoci di te (alle prime beghe peraltro subito disconosciuta), e arrivati su era chiaro pure che nessuno ti avrebbe portata in giro – neanche ti parlavano! – e così, senza neanche provarci, ad andare alla festa che dovevano organizzare qualche giorno più in là in certi hangar del porto sud, te l’eri fatta all’indietro, elemosinando e facendoti buttar fuori dai controllori treno dopo treno, e alla fine eri riapparsa qua, un po’ scossa e sbattuta, ma nulla di terribile, e però si sa, in paese ogni storia appena anomala si gonfia e sfugge di mano… Ma adesso siamo in quota, Pratomagno 2004, tutto questo non è ancora accaduto e grandi sono gli spazi bui tra i sound e possenti i tuoni, e farai bene ad approfittarne, a saltare e correre di qua e di là secondo il ritmo incessante che si alza a ogni orizzonte, ogni spiazzo è un mondo e dietro ogni crinale c’è un sound più grosso, e io stesso ti perdo, tu svalli mentre mi fermo a girarmi una sigaretta, approccio un sound che manda breakbeat, cos’è quel fagotto lì sotto, ah no aspetta è una persona… Oh mi’ c’è i’ Futre. Vomita, i’ Futre.
Ciao Futre, che fai, sgori?
Urg, hei Iacopo, um…
Ecco un esempio di quelle improvvise fluttuazioni verso il basso del pensiero cosciente che si hanno mentre sale l’effetto della ketamina. Ad alcuni poi, l’avvio causa una certa nausea, per l’effetto anestetico. Specie se, a giudicare da quanto il Futre sta rimettendo sull’erba bagnata, si viene da una corpata di spaghetti all’amatriciana e vin cattivo. Ma l’ho del resto visto vomitare una mezza dozzina di volte, ai tempi del liceo, quando era punk e bene declinava tale appartenenza. E sì che proprio lui allora cantava inni contro i “discotecari dai capelli colorati”, sebbene al Fitzcarraldo di Terranuova Bracciolini o al Mulino di Figline Valdarno, che erano le uniche discoteche che avessimo mai visto, nessuno avesse i capelli colorati – c’erano in effetti le stesse persone che incrociavamo ogni mattina durante l’intervallo. Si trattava forse di una sovrapposizione tra i discotecari di casa nostra e quelli che a volte facevano capolino sui giornali o in TV, in un servizio sulla Love Parade di Berlino (o sul The West di Venturina, che faceva 07:00-17:00 anche se ai tempi la parola rave in Italia neanche esisteva: quelli erano gli afterhour), i quali poi volendo erano ben più sovversivi di un gruppo di punk di paese, ma capisco l’equivoco, sono solidale: non era facile capire che ballare poteva essere qualcosa di sensato. Ti approcci al ballo la prima volta alle feste delle medie (ma se serve vi porto i dischi/così potrete ballare i lenti), è un orrore, poi al biennio c’è la discoteca della domenica, peggio ancora se non per il fatto che permette di tornare a casa la sera sfondati di cocktail e cenare di ottimo umore e solo un po’ giallastri coi genitori prima di svenire sul letto, né sono migliori quei dancefloor del mare, messi su in spiaggia alle 21:30 con tre faretti colorati; e pure quando cominci a rovistare le librerie dell’usato in cerca di quei “mille lire” di Stampa Alternativa con le interviste a Albert Hofmann o i suoi carteggi con Huxley, Jünger, Leary e Vogt, quando insomma cominci ad aprirti a una cultura che col ballo confina dai tempi dei tamburelli degli sciamani, ti capita fra le mani (nella stessa collana, in effetti) Anche le oche sanno sgambettare, e insomma, Don Milani non sarà Hofmann ma dato che conferma quello che già pensi è difficile non dargli ascolto, anche se il pogo, quello che fai ai concertucci punk, non è forse un ballo? Servirà ancora una fase di transizione, in quei postacci tipo Blue Kaos o Duplé dove per via della “progressive” la più turpe ottica da discoteca si mescolava con un primo, possibile, gusto del ballare per ballare (ma sempre con la testa sul fatto che ti stanno guardando, sul come ballare, sul cercare di non essere ridicolo, sul quando-avvicinare-quella-che-hai-puntato-prima), prima di capire che ballare è bello, anzi che il ballo è celebrazione, è rito, è il più elementare abbandono dell’io, i bambini lo sanno, basta che li metti davanti a una cassa e ballano, i bambini senza che nessuno glielo insegni girano su se stessi fino a stordirsi. Quanto ho girato! Facevo le feste già a tre anni, a casa della nonna: non mi si biasimi allora se remo sotto cassa.

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Vanni Santoni, Muro di casse, Laterza 2015

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