Un giardino di resistenza

27 maggio 2015
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Di Mariano Bàino

 Sul libro di Alessandro Tarsia, Perché la ‘ndrangheta?(Antropologia dei calabresi), Pungitopo, 2015.

 “La Calabria è una regione povera, con un livello disastroso di occupazione, di evasione fiscale e di altri parametri. È la patria di una delle organizzazioni criminali più estese e pericolose al mondo, che registra la presenza di cosche armate ricche e violente in più continenti. Non c’è forse un rapporto tra la cultura popolare calabrese e questo tipo peculiare di mafia?”.

La domanda,  posta da subito, già nel  primo risvolto di copertina,  rinuncia a pur nobili  invarianti e universali antropologici per addentrarsi nell’oscuro dinamismo dello stereotipo calabrese, che è – come ogni pregiudizio –  processo cognitivo, di comprensione del mondo, oltre che semplicistico e precostituito convincimento. Il pamphlet, pertanto, muove le sue leve nel rapporto che instaura tra la specificità  mafiosa della ‘ndrangheta e la cultura popolare, percepita come il sostrato di quella.   Impietosamente, dice al cittadino comune, che si sente vittima,  di non potersi considerare affatto innocente, ché il male della sua regione  non è solo dei “mostri”, dei criminali, ma anche suo, per partecipazione a una vita mentale, a un’acqua comune. L’iperbanalità del male, se si vuole.

Non direi che l’autore, con questo approccio, voglia negare validità a teorie criminologiche accorsate, come ad esempio quella dell’auto-controllo,  che ribadisce come spiegazione del crimine i fattori individuali,  legati al grado di interiorizzazione delle norme e alla relazione dell’individuo con le regole convenzionali, con la famiglia, la scuola, con gruppi e attività operanti come rinforzo nei confronti di quelle regole. Epperò, il rapporto tra comportamento criminale e basso livello di self-control  sembra avere, per Tarsia – che considera fondamentali le tematiche culturali –   un altro livello di pertinenza, per il quale, nella particolare area geografica della Calabria, la cultura ‘ndranghetista è intensamente influente in  sistemi culturali  diversi e anche in conflitto tra di loro. Sicché non sembrerà strano che questo lavoro  non riporti dati di statistiche ufficiali, nomi di cosche, storie di indagini, programmi di mediazione e così via, ma parli  della casa calabrese, del rapporto con la natura, di  animali,  paesaggio, acqua, orto,  giardino… Quest’ultimo è per l’autore “il punctum dell’ideologia calabrese della natura”, con le palme, “importate dai baroni nel corso della storia”, a fare da status symbol. Ma “il fulcro concettuale e materiale del giardino è ‘l’essere naturale’ più amato in assoluto dai calabresi: il calcestruzzo”, parente stretto del cemento, “il più fedele amico del calabrese, ritenuto più noumeno cosmico che artefatto umano”. Questo amore per la roba solida, consistente,  duratura (almeno in teoria), Tarsia lo fa derivare dall’ “odio del calabrese per una natura che storicamente non solo non gli apparteneva, ma che lo condannava persino a morte tramite siccità e carestie”. Questo sentimento, “giunto intatto sino a noi”, nato dalla sofferenza e ben presente nella cultura popolare, è “la culla del pensiero ‘ndranghetista”. Ne consegue che il principio ispiratore dell’agricoltura, del giardinaggio, della silvicoltura calabrese è rigidamente legato all’economia alimentare, per cui “le calorie spese dal lavoro servito a piantare devono essere restituite dai frutti della pianta, con gli interessi”. Per uno ‘ndranghetista, arriva a dire l’autore, “è sempre imbarazzante regalare una rosa alla propria compagna, quando un mazzo di fiori di zucca sarebbe anche commestibile!”.

Colpisce, tra le righe di questo testo, la perentorietà tranchante unita a una diffusa delicacy of perception, qualità entrambe necessarie, direi, al  giardiniere e al pamphlettista. E non posso farci nulla  se, venendo in mente Foucault – per il quale un libro è una scatola di arnesi –  continuo a scegliere l’utensile che mi sembra più adatto a  fare corpo con l’esperimento antropologico di Perché la ‘ndrangheta?, quello appunto dell’immagine costituita dal giardino, che vuole anche dire laboratorio, territorio, piante (già da sempre  figure della  métis)  che possono  darsi anche come mezzi dell’osservazione, come rivelatori  del cambiamento, come materia per riflettere sul  nostro agire per preservare, con il meglio di fiori, frutti, ortaggi, la vita stessa e la sua fragilità. Epperò il giardino di Tarsia non  è limitato dal suo etimo, garten, non è luogo chiuso, enclos,  ma paesaggio aperto, bio-politico, insieme che somma i residui dell’ “urbano” e del “rurale”, e che ci invita a esplorare margini poco sorvegliati, il “lato oscuro del paesaggio” , per dirla con  John Barrell. Nel  landscape della propria regione, negli spazi grandi e piccoli, coltivati e non, nei parchi, nelle riserve naturali, nelle aree disabitate e dismesse, negli orti come nei piazzali abbandonati, l’autore vede un oggetto mentale, l’identità di una popolazione, il rapporto di una società con lo specifico territorio  abitato. Com’era per il Manifesto del Terzo paesaggio (2006) di Gilles Clément, ingegnere agronomo, botanico, progettista del famoso Parc Matisse di Lille (uno che ama definirsi semplicemente “un giardiniere”); com’era per il saggio Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape (2005) di Roberto Zancan, anche qui  bisogna parlare di un giardino politico e di resistenza, di un particolare modo di fare  opposizione. E di una lettura del concetto di paesaggio come non neutrale, implicato nel contrasto tra evoluzione biologica e evoluzione economica, funzionale a un modello dominante e alla sua selezione sul territorio di forme antropiche e naturali, di gruppi sociali e di identità.

Ma il libro, va detto, è anche altro, offre altre chiavi di lettura della realtà calabrese. Dice dell’attuale reinvenzione del mito del brigante, “idealizzazione sovrastorica dello ‘ndranghetista nella cultura popolare contemporanea”, sicché pupazzi di briganti, in coccio o in plastica, riempiono gli autogrill e i negozi di souvenir. Dice di  politici postmoderni  e del loro volere “una Calabria tutta terziario”, mentre “sembra il terzo mondo”. Dice degli apparati del parastato, delle centrali elettriche a carbone, del “cancro a norma di legge”, della moda del campus universitario all’americana, ma privo di servizi essenziali, e di sera del tutto deserto. Dice, infine, che “il vaccino antindrangheta è il lavoro”, è in quattro inapplicati articoli  della Costituzione italiana, dal trentacinque al trentotto, “quattro gocce di civiltà” ovvero  la tutela del lavoro, il diritto a un’esistenza libera e dignitosa, le pari opportunità fra uomini e donne, il diritto degli inabili all’assistenza. L’autore, in chiusura,  cita gli articoli per intero, non prima di aver  esortato lo Stato ad allearsi “con la parte migliore della Calabria (che non si trova sul palco di un convegno sulla legalità)”.

 

 

 

 

 

 

 

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