Il grasso ci salverà?

30 maggio 2015
Pubblicato da

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di

Marino Niola

Un carrello ferroviario sta per investire cinque persone legate sui binari. C’è un solo modo per salvarle. Dare una spinta a un grassone che sta sul cavalcavia e farlo precipitare sulla linea perché fermi il veicolo. Voi lettori lo fareste? Non mettetevi a ridere perché la cosa è molto seria. Si tratta infatti di un dilemma logico-etico che viene proposto abitualmente come esercizio nelle classi di filosofia morale inglesi. Ed è oggetto di un libro di David Edmonds. Uccidereste l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore (Cortina Editore). Un titolo che è tutto un programma. E l’autore, un noto divulgatore, ne è perfettamente consapevole. In realtà la carrellologia potrebbe essere un gioco innocente se non si poggiasse su un presupposto inconfessato. Cioè la lipofobia contemporanea. Perché la prima cosa che viene da chiedersi è come mai l’esercizio prevede che l’uomo sul cavalcavia debba essere necessariamente un oversize. Sul piano logico e su quello fisico un normopeso o un sovrappeso non dovrebbero fare differenza.

sid-250_f_02_1234888È chiaro che invece a fare la differenza è il peso simbolico dell’obeso. Che si porta dietro un carico di immoralità che rende morale porsi la domanda se sacrificarlo per salvare delle persone. Mentre buttare giù dal ponte una persona magra sarebbe evidentemente più grave.

Etica per etica, invece che dare una spinta all’obeso dovremmo essere noi a buttarci sul carrello. Se servisse a qualcosa. In realtà mai come in questo caso a far difetto sul piano della morale è la domanda e non la risposta. Perché per sviluppare l’aritmetica utilitaristica del male minore, finisce per liberare il demone dell’obesofobia. Parente stretta del razzismo.

pubblicato con un altro titolo  sul Venerdì di Repubblica  il 29-maggio 2015

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Notable Replies

  1. confesso che non amo le persone che aderiscono al culto dell'alimentazione al di la delle esigenze vitali, in particolare quando surrogano col cibo altri desideri. I gourmet che amano solleticare il palato con sapori particolari li sopporto volentieri, quando dietro le loro passioni non si nascondo stragi indiscriminate di particolari specie. Sono a conoscenza del fatto che molte persone perdono il controllo del peso per disfunzioni variegate e nutro per loro il massimo rispetto. Ma dai venti anni in poi non ho mai valutato la morte altrui come possibile via di uscita, manco per ischerzo, o ragionando per ipotesi

  2. Niola chiaramente non ha letto il libro, e l'intero articolo è una serie di affermazioni errate che discedono da questo semplice fatto.

    In realtà la carrellologia potrebbe essere un gioco innocente se non si poggiasse su un presupposto inconfessato. Cioè la lipofobia contemporanea

    La carrellologia è una serie di Gedankenexperimente morali nati per analizzare i problemi etici dell'aborto, quindi tutto il contrario di un gioco innocente a prescindere dalla presunta lipofobia contemporanea. Il primo problema è stato introdotto da Philippa Foot nel 1967 e la versione con l'uomo grasso è del 1976, introdotta da Judith Jarvis Thomson. Contemporaneo è un concetto elastico, ma è bene comunque aver presente che siamo parlando di esperimenti mentali introdotti una quarantina d'anni fa.

    Perché la prima cosa che viene da chiedersi è come mai l’esercizio
    prevede che l’uomo sul cavalcavia debba essere necessariamente un oversize. Sul piano logico e su quello fisico un normopeso o un sovrappeso non dovrebbero fare differenza.

    Nella formulazione del problema l'ipotesi esplicita è che l'uomo è così grasso da avere una massa sufficiente a fermare il carrello (che la cosa sia più o meno fisicamente verosimile è estranea alla finalità dell'esperimento mentale). Tutto ciò è scritto nel libro ed non è perciò vero che «sul piano logico e su quello fisico un normopeso o un sovrappeso non dovrebbero fare differenza».

    È chiaro che invece a fare la differenza è il peso simbolico dell’obeso. Che si porta dietro un carico di immoralità che rende morale porsi la domanda se sacrificarlo per salvare delle persone. Mentre buttare giù dal ponte una persona magra sarebbe evidentemente più grave.

    Sarebbe più grave perché inefficace: sacrificare una persona magra non servirebbe a fermare il carrello ed alla fine avresti sei morti. Il peso simbolico dell'obeso è irrilevante: è il suo peso materiale a fare la differenza.

    Etica per etica, invece che dare una spinta all’obeso dovremmo essere noi a buttarci sul carrello. Se servisse a qualcosa.

    Cosa che infatti viene discussa nel libro. Se il proprio sacrificio è sufficiente a fermare il carrello questa è la conclusione eticamente giustificata.

    In realtà mai come in questo caso a far difetto sul piano della morale è
    la domanda e non la risposta.

    Come è chiaro nel libro, non vi è una risposta giusta o sbagliata, il punto di questi esperimenti mentali è mettere in evidenza quali sono le ipotesi ed i meccanismi alla base dei nostri giudizi etici. La cosa interessante in modo particolare è come variando le formulazioni dei problemi carrologici variano le risposte che si danno. La domanda è scomoda perché scomodi sono i problemi morali che tutti noi ci troviamo ad affrontare.

    Perché per sviluppare l’aritmetica
    utilitaristica del male minore, finisce per liberare il demone
    dell’obesofobia. Parente stretta del razzismo.

    I problemi di filosofia morale sono alla base di questo libro, che a partire dalla teoria del duplice effetto di San Tommaso D'Aquino, passando alle decisioni prese Churchill durante la seconda guerra mondiale, arriva ai problemi dell'aborto ed eutanasia.

    Niola non ha letto il libro, o se lo ha letto non ha capito niente: propenderei quindi per la prima ipotesi.

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