Note in margine al manifesto più breve del mondo

2 giugno 2015
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

( questo intervento è stato scritto per Libera occupazione poetica, iniziativa in occasione della giornata mondiale della poesia, tenutasi a Torino il 21 marzo scorso presso la fondazione Antonicelli e curata da Andrea Inglese, Francesco Forlani e il collettivo Sparajuri)

Alcuni anni or sono mi capitò di redigere un manifesto letterario che per la sua brevità chiamai il manifesto più breve del mondo ( sono sempre stato pigro ) e in effetti si componeva di un solo punto che suona così:

  1. Oggi una Monna Lisa cyberpunk è più bella di un automobile lanciato in folle corsa che è più bello di una Vittoria di Samotracia che è più bella di una Monna Lisa cyberpunk. E puoi capire che il gioco va avanti sempre così.

Come si può notare facilmente, il manifesto più breve del mondo è caratterizzato da una certa improntitudine semigoliardica al pari della situazione in cui fu ideato. Eppure, se si analizza la situazione estetica attuale dal punto di vista dei valori estetici novecenteschi, possiamo affermare che esso descriva il presente in maniera ineccepibile. Questa sottospecie di morra cinese nella quale tutti i valori sono indifferenziati e in fondo niente prevale su niente è in un certo senso la trascrizione fedele, per quanto goliardica, dell’assoluta libertà espressiva e comunicativa dell’ Occidente attuale ( in termini naturalmente di estetiche prescrittive).

E’ chiaro che l’indifferenziata tolleranza produce un effetto di non senso, soprattutto se si pensa che il Novecento, e tutto sommato anche l’Ottocento, è stato contrassegnato da aspre battaglie di poetica ed è chiaro che questo stato di cose, senza volere con ciò idealizzare una situazione che produceva spesso preconcetti alle soglie del fanatismo e talvolta dell’idiozia, contribuiva a determinare un orizzonte di significato collettivo che valeva non solo per gli artisti impegnati dentro queste battaglie di poetica, ma anche per i refrattari, gli individualisti e i disertori di ogni credo poetico in nome della libertà d’artista ( perché, si converrà, fare l’individualista laddove regnano idee collettive ha un senso, che non ha nell’esserlo quando tutti sono, volenti o nolenti, individualisti). Non è però utile spiegare il non senso che nasce da questo indifferenziato in termini di nichilismo postmoderno: non che sia sbagliato, ma non è la prospettiva più interessante. Si può leggere più utilmente questo effetto di non senso come il segno dell’imporsi di un nuovo ordine di vedere le cose che vanifica le contrapposizioni precedenti: laddove una poetica vale l’altra per le istituzioni della cultura, significa che ciò che conta per la società non è più il modello o l’idea dell’arte.

Il valore della produzione  estetica, cioè, non sta più nel veicolare simbolicamente nella forma o nei contenuti determinati immagini o valori a vario titolo importanti per la cultura o per la società, ma sta nel suo accreditarsi pienamente come merce e dunque nella completa uniformazione alle leggi che determinano il resto degli ambiti sociali ossia quelle di mercato. Mi è capitato di chiamare estetica del profitto questo nuovo stato di cose, intendendo con questa espressione l’idea, diffusa tra il pubblico, anche se ancora priva di una formulazione organica e accattivante dal punto di vista teorico, che la bellezza di un’opera coincida con il suo successo commerciale. Si tratta di un’idea veicolata dalle forme di classifica di vendita e poi da tutte le altre classifiche di merito che popolano la nostra quotidianità mediatica. Questo pensare per top ten produce progressivamente un’attenuazione dell’idea estetica in passato corrente basata sull’estetica dell’originalità di origine romantica, che è quella che spingeva a redigere nuovi manifesti per nuove poetiche: così l’opposizione tra successo commerciale e successo artistico per la gran parte del pubblico colto sparirà.

Negli ottanta alcuni scrittori di valore salutarono la fine del clima degli anni settanta, caratterizzato anche nella letteratura da poetiche di impegno politico e di sperimentalismo, come un trionfo della libertà dell’autore e del lettore. Avevano in un certo senso ragione, solo che le libertà che trionfavano erano quelle dei grandi operatori di mercato e dei loro clienti.

Una delle prove più eloquenti di questo genere di trionfo è la totale marginalità nel discorso ufficiale della poesia, che sussiste nella memoria collettiva tutt’al più come ricordo scolastico. Del resto è ovvio che, in un’epoca determinata dall’estetica del profitto in maniera molto più profonda di quanto il residuo dibattito culturale registri, un genere così poco commerciabile sia, per così dire, in una situazione di perenne mobilità in uscita.

Ora sto per affermare che paradossalmente questa situazione comporta anche dei vantaggi per la poesia e per i poeti, ma temo che questa mia tesi venga scambiata per un discorso del tipo “tutto sommato è meglio così”. Evidentemente non è un bene che la poesia sia così emarginata, ma visto che la stato dei fatti è questo, è meglio esaminarlo con attenzione e cercare di fare di necessità virtù. Il fatto che la poesia sia una merce così scadente dal punto di vista del mercato  e che i suoi artefici siano figure paragonabili agli esodati o a quelli in mobilità lunga, cioè siano figure ormai superflue per il processo di produzione del valore aggiunto, è disastroso per l’immagine sociale del poeta e della poesia, ma nel contempo crea alcuni spazi impregiudicati di manovra.

Infatti tutta la produzione artistica e culturale in una società dominata dall’estetica del profitto paga un pesante tributo a quel non senso montante a cui mi riferivo sopra. Anche un film o un romanzo o un’installazione pregnanti nel significato, innovativi nel linguaggio e critici rispetto alla realtà presente perdono un parte di significato in un processo di pubblicizzazione che usa canali di diffusione fatti per le merci: anche opere piene di senso rischiano di risultare la voce di colui che grida nel deserto delle merci. Il paradosso della poesia è che la sua marginalità è così accresciuta che anche i suoi canali di diffusione sono al di fuori di qualsiasi commercializzazione e dunque sono protetti da questa deriva di non senso.

Insomma potrebbe succedere che alcuni canali artigianali di circolazione della poesia vengano visti a un certo punto da una parte del pubblico come i luoghi di verità perché solo lì circolano quelle domande sul senso, che sono alla base  dell’esperienza artistica. Per rendere realizzabile un’ipotesi del genere occorre, però,  che la poesia accetti a pieno il proprio status di paria sociale e non cerchi di nasconderlo tramite giochi di prestigio mediatici o accademici. Ogni parola di verità o di senso, se si preferisce, può venire soltanto da chi non si fa illusioni circa la propria condizione ( sociale, perché su altre condizioni personali bisogna ammettere che può essere più complicato smettere di nutrire illusioni su di sé).

Nella società attuale il vecchio proverbio medievale homo sine pecunia imago mortis rappresenta la mentalità dominante amplificata dall’apparato mediatico con l’aggravante che oggi ai tabù dei discorsi sul sesso si è sostituito quello dei discorsi sulla morte. E nel suo biglietto da visita ogni poeta, in quanto poeta, porta scritto questo proverbio. E’ da qui che la poesia può cominciare a parlare in maniera sensata lontano dal non senso dell’estetica del profitto; poi naturalmente servono belle poesie, ma questo mi sembra superfluo aggiungerlo.

 

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Notable Replies

  1. Condivido pienamente le osservazioni di Giorgio sul fatto che inevitabilmente la poesia deve accettare il suo ruolo di paria nel mondo della produzione artistica, proprio per conservare la sua autenticità espressiva . E' inevitabilmente un prodotto di nicchia nel panorama culturale . Ci sono state fasi anche in tempi recenti in cui indubbiamente ha ricevuto più risonanza mediatica rispetto ad oggi, penso ad esempio al movimento della beat generation o penso ai tanti cantautori che hanno raggiunto alti livelli nei loro testi , benché tutto sommato fosse soprattutto la veste musicale a fare audience.
    Anche a me inquieta il fatto che ormai l'arte deve sottostare alle leggi del mercato , tuttavia cerco di non essere pessimista . Vedo sempre più spesso , anche in piccoli ambiti provinciali , anche fra la cerchia delle mie conoscenze , persone che hanno a cuore la cultura che si sforzano di promuovere reading e incontri letterari o autofinanziarsi per stampare senza fini di lucro e tutto sommato le loro iniziative hanno successo anche fra i giovani . Credo che ci sia tanta gente che sente il bisogno di queste iniziative e finché queste iniziative vengono promosse si trovano sempre nuove generazioni che si interessano. Credo che la poesia forse è morta nelle librerie ma continua a vivere in altre realtà , magari di aggregazione e di condivisione.

  2. Accetto volentieri le tue precisazioni, Pierpaolo. In fondo quando scrivevo di altre vie, pensavo anche a quelle realtà che tu elenchi. Sul pessimismo del mio intervento, diciamo che in questi tempi bisognosa cercare di mantenere alto l'umore: diciamo che a me non sempre riesce.
    Giorgio Mascitelli

  3. Aspetta, Giorgio, qualcosa però non torna. Se è vero che questa posizione di marginalità della poesia è in qualche modo un vantaggio, giacché dall’interstizio scomodo e snobbato (ma diciamo pure schifato) da cui la poesia parla si aprono posizioni non disponibili nel gran regno del mercato dominante (vie di fuga frattali, quelle del fool scespiriano, del trickster degli Yoruba, dell’hobo per i beat e via così, spazi sempre di nuovo, necessariamente, autodistrutti), allora la poesia dovrebbe/potrebbe più facilmente (non dico facilissimamente, ma un minimo di più) mostrare la libertà del suo disimpegno dalle logiche egemoni, della sua devianza. No? Stanti il suo scarso appeal mediale e l’ancor più scarsa vendibilità (non so cosa sia peggio, in realtà), essa potrebbe anche ignorare le tentazioni di leggibilità, opportunità, riconoscibilità, attualità, lo stare sul pezzo, ecc. che incombono sulla narrativa, ad esempio (ancor di più le resterebbe facile smarcarsi dalla piacioneria, dall’ecumenismo, dal didatticismo, ecc.). Eppure a me sembra che di poesia veramente strana, libera, storta, deviata (per parafrasare Adorno), non se ne faccia tanta quanta il suo tasso di impresentabilità sociale parrebbe consentire. Certo, come ben dici tu, in una situazione in cui non c’è orizzonte condiviso e tutto è possibile, tutto diventa normale, anzi normalizzato, e va a far valere la “libertà d’artista”, o la novità di ognuno, o il dirlo obliquo, in questa bolgia. Ma ci sono tanti modi per farlo strano (alcuni anche con una loro tradizione e non necessariamente implicanti il denudamento alla Ginsberg o la combustione alla Mendieta). Mi sono posta il problema in molte occasioni. Perché i poeti non approfittano della loro irrilevanza? Del loro non aver nulla da perdere? Si tratta di volontà più o meno inconsce di evitare ogni estetizzazione, di rimanere sobri, di non cedere a collusioni con il rumore bianco in cui siamo immersi, di non lasciarsi andare all’art pour l’art, il gioco delle pure forme ecc.? Volontà di incarnare l’ultimo avamposto di senso, di integrità, di verità, di comunicazione pura al di là dell’impero della comunicazione di massa, di espressione autentica, ecc.? O non è questa stessa trafila di buoni propositi un segno di cedimento all’estetica del successo? Non si tratta forse di interiorizzazione della propria marginalità e di tentativo di fare branding di quel che rimane (residuati di aura, culto del viandante illuminato, denuncia civile, circolo chic ecc.)? Quando non, addirittura, di cannibalizzare la marginalità (propria o altrui) a fini di, chiamiamolo, ‘intrattenimento’? Mi pare che nel vastissimo territorio di inascolto (da parte del ‘pubblico’, dell’informazione, degli intellettuali, dell’accademia allo stesso modo – sfido a contare i corsi monografici sulla poesia che si sono tenuti quest’anno in Italia: io dico una manciata) in cui si aggira la poesia, chi la scrive non si senta poi così ‘libero’, insomma. Nel nulla nessuno si sente a suo agio, a quanto pare. E dei "piccoli ambiti provinciali" che cita Pierpaolo, dei movimenti, delle associazioni, dei laboratori, ecc. non si fida, temo, granché. La possibilità di libertà che tu discuti, allora, sta forse su un crinale assai pericoloso (per il senso di sé, dico): tra il ridicolo di essere nullità e la responsabilità di farsi avamposto di una 'colonia' che, tuttavia, ancora non si conosce (perché non c'è, si sta facendo, o non è controllabile).

  4. Credo che, innanzi tutto, la condizione di essere marginali non sia necessaria e sufficiente ipso facto per fare della buona poesia. E' semplicemente una collocazione sociale e storica senza particolari connotazioni di valore. In questo senso, tutti i tuoi dubbi, che in larga parte mi sembrano legittimi, descrivono quella situazione di marginalità in tutte le sue contraddizioni. In particolare è ovvio perfino che ci sia desiderio di successo e dunque una fragilità rispetto ad alcuni meccanismi della società: infondo per essere totalmente impermeabili al richiamo del successo, bisognerebbe assumere un atteggiamento postumo nei confronti della propria stessa opera, che contrasta con le aspettative per la e dalla vita. Io però sposterei l'attenzione dall'individualità e dall'identità del poeta a quello della circolazione dei testi: e questo significa creare degli spazi sia a livello sociale e organizzativo sia a livello semiotico, nella testa dei poeti e dei lettori. Poi hai ragione: il crinale di cui parlo è pericoloso, ma i tempi sono questi. Almeno questa è la mia opinione

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