Le fotografie che non ho scattato

3 giugno 2015
Pubblicato da

di Cristiano Denanni

Ad Antonella

In dialetto
Abbandonasti la tua terra vent’anni prima che io nascessi e abbandonasti questa terra fra le mie mani un pomeriggio d’estate attraverso il quale transitò la linea circolare che chiuse la storia più importante di quelle dentro la mia. T’incazzavi in dialetto, mi urlavi da finestra a cortile in dialetto, era sera e ora di mangiare in dialetto, rispondevi male al mondo in dialetto, poi parlavi da sola rifacendo i letti e le pulizie, e contavi con le mani, facevi l’uncinetto, sommavi gli anni che -chissàallora m’immaginavo onesti, fra le pareti dell’unica casa che ricordo come le braccia di una casa. Da allora stare a dormire in un posto come un altro non mi è più interessato, ora prediligo qualunque mondo, meglio lo stato di chi sa di non essere ancora arrivato, si evitano imbrogli, io quelle volte che ti vidi piangere le pensavo come i momenti di più grande dolore del mondo poi capii, m’ha fregato spesso il tempo, che ogni dolore ha il suo posto, e neppure si contrabbanda alcun giorno con un altro.

Le fotografie che non go scattato

Tu in dialetto mi parlasti sempre, è ora di dirci la verità, io in italiano non ti riconoscevo non t’avrei riconosciuta. Che cosa fa una persona che non comprende che il mondo migra?, fa pochetto e per il resto non è. Tu in dialetto costruisti il pianerottolo dal quale io partii per quel viaggio che viaggio ancora, che cosa fa una vita?, alcuni pomeriggi migliori alcuni peggiori di altri, e le mattine che a scuola entri pensando cose senza patria e poi le notti che mi svegliavo urlando di un’incubo e il mezzogiorno che t’abbiamo detto che tuo figlio non c’era più, anche lì piangesti in dialetto e poi iniziai a intuire -per non finire più- che la felicità ha un passato, una storia, sta a me non disperderli. Gli ultimi tempi t’avevo vista due volte in compagnia d’una lacrima tracciarti una cifra tra le ciglia e l’orlo del naso ma non parlavi quasi più, su quella sedia eri più bella di Dio, poi quel pomeriggio spalancasti gli occhi e con la mia mano sulla tua sopra il petto sentii che onda dopo onda la marea si ritirava, sulla spiaggia rimanevano conchiglie vocianti sopra sabbia bagnata e tiepida e un bambino o due -una popolazione da fine di sogno possiamo dire- non si vedeva neppure una casa, meno male quelle eran tutte alle spalle. Furono proprio il ritrarsi all’alba della marea le palpebre tue, quelle palpebre al ricongiungersi lento con la quinta per sempre degli occhi, io ho idea che non c’entri la vita con la vita e la morte ma soltanto con le donne e gli uomini che siamo stati, che siamo stati in grado d’essere, che abbiamo voluto essere in grado d’essere, la tua migranza nel mondo e nella mia vita sono il dialetto di un paese di rare anime del sud che dice il mondo, non riesco a dire Io sono qui senza dire te.

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Paul Éluard

Stai appoggiata alla libreria con in mano il foglio dove hai trascritto a penna rossa due poesie di Éluard, la prima è quella che comincia

Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo

e del modo con cui la tua schiena sorregge l’immagine degli scaffali non dico nulla perché di tutto si può parlare eccetto che del tuo stare in uno stesso luogo in cui sto io senza cadere nell’illogico tranello delle parole che significano cose che non hanno intenzione di significare e poi che cosa sai di quegli scaffali, in fondo, se non che appartenevano a mio padre, ma il corollario del tempo e dei tempi facilmente amalgama i piani e i modi e se una volta di quei libri non avrei potuto dire altro che Passato ora posso scrivere di te che è come scrivere Presente, e se se ci facciamo caso sostenere che tu sei il presente è fra le dichiarazioni d’amore la dichiarazione d’amore più ardua e credibile, non appare melensa ed è sicuramente romantica anche se il romanticismo sappiamo quando nacque ma non sappiamo la fine che possa aver fatta né se l’ha fatta però ora ascoltami, è sera, e non dirmi che vedi ormai più quel che hai trascritto su quel foglio, a parlare a parlare non ho scattata la fotografia che volevo fare, con il vestito bianco la gonna a sbuffo di vento le gambe nude e le poesie in una mano a fianco di tutte quelle pagine chiuse di mondi sommersi e viaggi a mareggiata, eppure come vedi ci sono decine di modi di non scattare una fotografia e uno di questi si chiama Presente te lo presento ha la forma che hanno i tuoi sguardi che seguono le parole nel buio del foglio, in altre parole la fotografia è un modo dell’intenzione, e ciò che lascia è il nostro tempo migliore, e probabilmente non è più neppure il caso di badare a ciò che non c’è stato perché sta forse proprio lì ciò che abbiamo voluto maggiormente: il tempo sospeso di tutte le possibilità, l’unico che ci fa sentire vivi. Stai appoggiata alla libreria con in mano il foglio dove hai trascritto a penna rossa due poesie di Éluard, la seconda è quella che finisce

Tutta la sciagura del mondo
e il mio amore addosso
come una bestia nuda.

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Alla fermata dell’autobus
Finiva giugno quei giorni ed era metà mattina al terminal autobus di una Torino da autopsia. Finiva, va detto, nella più totale indifferenza. Fra le persone in piedi alla fermata due uomini, entrambi africani, forse senegalesi, blateravano in un sottovoce denso, busto e testa vicini vicini, confessioni imprescindibili, ma cosa vuol dire forse senegalesi?, forse senegalesi. Vicini vicini. Al momento di salire sull’autobus scelsi il finestrino, al solito a destra, lato spiazzo di fermata. Rimase a terra uno dei due uomini, salì il secondo, la mia stessa fila, finestrino opposto, solo la coda dell’occhio percepisce le specifiche. Rimase a terra a piangere, quello oltre il vetro attraverso il quale assistetti, lacrime di bambino disperato, bocca schiacciata dal tremore, sguardo in fila indiana verso il mio. Non capii e mi voltai, l’altro uomo stava in piedi nel corridoio fra i sedili, e la fila indiana trovò il suo triste senso. Era come lanciasse parole mute attraverso gesti frenetici delle mani, chiese di potersi sedere al mio posto, mi feci da parte, vorrei lo facesse il resto delle cose altrettanto, e li vidi raggiungersi. Il vetro era uno specchio che restituiva l’imbuto oliato di saliva e lacrime di entrambi, le mani contro il vetro contro le mani, contro il vetro contro le facce, contro il vetro contro i nasi, contro il vetro contro le labbra, contro il vetro contro giugno, e contro un vetro perenne che è quello specchio attraverso il quale due uomini forse senegalesi ma cosa vuol dire forse senegalesi?, forse senegalesi non possono per una maledizione attraversare sembra mai più. Tardivo pudore mi obbligò a voltare lo sguardo all’altro lato della strada, spezzando il racconto miseramente breve di una storia che sancì una portata molto più estesa della sequenza di quella rappresentazione. Il momento che mi voltai fu il momento di una fotografia che non scattai. Mentre invece capii. Che quegli uomini forse senegalesi ma cosa vuol dire forse senegalesi?, forse senegalesi di chissà quale lingua, storia, provenienza, età, destinazione, stavano significando ciò che erano. Che non è come essere e basta, come stare, bensì una narrazione complessa e poderosa di un momento di storia che raccoglie e sperimenta il prima e il dopo di quella storia. Non seppi insomma chi fossero ma seppi che non avrei fotografato due uomini bambini ma due distaccati, due necessità inaccolte, due stranieri a una mole di paesi, due panni stesi ad asciugare.

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Questo progetto
Sono fotografo, di professione. Eppure non tutte le fotografie le scattiamo. Perché non abbiamo con noi la fotocamera, perché abbiamo perso l’attimo, perché rimaniamo imbambolati, perché abbiamo preferito rispettare un evento, una persona, perché non ne avevamo il coraggio, perché non siamo stati capaci di fare altro che esserci, anziché assistere..

“Le fotografie che non ho scattato” sono i racconti di quegli scatti che per mille motivi o neppure per uno non ho realizzato, ma ho visto, ho immaginato, ho desiderato. Non l’ho scattata ma te la posso raccontare, perché io l’ho vista quella foto, e me la ricordo.

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