les nouveaux réalistes: Simone Delos

3 giugno 2015
Pubblicato da

jn47_Z

L’invenzione di Marcel

di

Simone Delos

 

 

 

 

C’era da risolvere la situazione del movimento in sala.

Il front end di una società telefonica è basato sulla produttività. Non sono bruscolini che stacchi il pezzetto di buccia e te li mangi.

Il capo area signor Corvo stava lì, appoggiato al suo box come una guardia giurata che ha esagerato col gel per i capelli.

Gli operatori giravano come moscerini. I supervisori sembravano estranei ai fatti.

Eppure la formula era semplice: meno movimento, più chiamate gestite, maggiori ricavi.

In codice MMPCGMR.

Aveva personalmente umiliato almeno una trentina di persone nell’ultimo mese. Media di rispetto.

Risultati ottenuti: un’operatrice in lacrime prontamente consolata.

Inefficienza pressoché totale, anche la sua.

– Inaccettabile- lo si sentiva dire da qualche tempo tra sè.

Un giorno aggiunse: -Assolutamente- ed -Inaccettabile-. Era il limite.

La prima riunione fu di venerdì.

Il Capostruttura, Ingegner Gervaso al centro della sala, Corvo alla sua destra. Il responsabile di RU a sinistra.

Supervisori allineati come le bottiglie nel tirassegno dei luna park.

Il discorso andò avanti un oretta, Gervaso tossì almeno cento volte.

Fecero pesare a tutti il grosso investimento che l’azienda avrebbe fatto per la consulenza di un esperto europeo nella produttività dei call center.

I supervisori, che fino a quel punto avevano annuito scagliandosi sulla natura nullafacente degli operatori, a un tratto impallidirono.

Corvo li indicava.

Disse: – Tu, e tu, e tu, e tu-. Poi si gonfiò il petto.

– La colpa è vostra!-.

Martedì il consulente era già in azienda: giacca blu, calvo, sorridente.

Corvo uscì dal box e si presentò.

Il calvo disse solo: -Marcel Solver-, e lo precedette all’ascensore che portava ai piani alti.

L’’atmosfera in sala era tesa. I supervisori erano per natura portati al pettegolezzo. Gli operatori sapevano tutto.

Gli aziendalisti evitarono di andare in bagno. I sindacalisti, invece, cospiravano.

Al quinto piano si discuteva.

Marcel parlò di ganci alle gambe che con un complicato sistema di timer si aprivano e chiudevano all’occorrenza impedendo di alzarsi

– Costoso -, disse Gervaso.

Poi propose un sistema di cannule comunicanti per convogliare l’urina dalle postazioni agli scarichi dei bagni.

– Costoso –

Un pavimento saponato, come quelle attrazioni dei parchi acquatici.

– Costoso-.

Corvo ebbe la netta sensazione che Gervaso si stesse  pentendo.

Visto l’esborso economico che aveva fatto per quel consulente, il suo pentimento avrebbe significato il taglio della sua testa.

Non era preparato a questo. Era un capo già da bambino. Dava ordini agli amichetti, teneva riunioni sui posti migliori dove prendere il gelato. Cose così.

Non poteva permettersi di essere declassato. Aveva già in mente la sua contromisura nel caso si fosse messa male. Si sarebbe impiccato al bagno srotolando gli asciugamani.

– Inaccettabile-, disse tra se, mentre gli occhi si inumidivano sotto le lenti.

A un tratto il signor Marcel drizzò la testa come uno struzzo di Savana.

– Posso parlare con il responsabile del facility management?- disse con un accento francese che Gervaso detestava.

La segretaria uscì di corsa dalla stanza e ne rientro pochi minuti dopo col signor Marzapane al seguito.

Era un uomo minuto, sempre impolverato ma che praticava intensa attività sessuale con le operatrici.

– Vogliate scusarmi-, disse Marcel.

– Ho finora proposto soluzioni senza considerare la precarietà del vostro conto economico. Chiedo venia. Ora se permettete mi assento un attimo con questo signore-.

Detto questo uscì dalla porta della sala con Marzapane.

Marcel si fece accompagnare nel magazzino aziendale dove c’era di tutto. Computer inutilizzati, sedie con lo schienale scoppiato, compressori per ridurre il volume in cuffia e risme di  carta.

Chiese gentilmente di poter restare da solo nel gigantesco magazzino.

In sala attendevano con preoccupazione il “ding” dell’ascensore. Qualche operatrice anziana e ansiosa chiese ore di permesso per andarsene.

I supervisori erano stretti come se dovessero ripararsi da una bufera. Parlavano del più e del meno bevendo litri di caffè.

Marcel rimase più di un ora nel magazzino.

Solo una volta Marzapane guardò dalla serratura e lo vide prendere le misure del pavimento con un metro lunghissimo.

Finalmente aprì la porta e uscì.

In mano aveva almeno cinque bustoni pieni di non si sa cosa.

Raggiunse la sala dove aveva lasciato gli altri due e si chiuse la porta dietro.

Fuori rimasero la segretaria e Marzapane.

All’inizio sentirono un fitto parlottare impossibile da decifrare.

Poi silenzio.

Poi risate. Grasse risate. Risate di gioia e di soddisfazione. Si sentì distintamente il rumore di pacche sulle spalle e il fruscio delle giacche nelle strette di mano.

Corvo uscì dalla stanza e scese in sala correndo per le scale con il pugno chiuso che stringeva qualcosa di misterioso.

– Tutti i supervisori da me. Ora!-

Il trenino si mosse e tutti entrarono nel box in fila indiana.

Appena tutti furono dentro, Corvo aprì la mano rivelandone il contenuto.

Le reazioni furono imbarazzanti e contrastanti tra lecchini e polemici di professione.

– È assurdo!-

– Finalmente la soluzione!-

– Quel francese è scappato da un manicomio!-

– Come abbiamo fatto a non pensarci prima!-.

Corvo dette le disposizioni necessarie ad attuare la Soluzione. Poi li congedò.

Usciti dal box i supervisori andarono in sala e salirono sulle sedie per farsi ascoltare.

– Sentite tutti. Da adesso e fino a operazione conclusa nessuno si alzi per nessun motivo. È chiaro a tutti?-

Gli operatori li guardarono come le scimmie guardano dalle gabbie i turisti dello zoo.

Data la notizia i supervisori sparirono di nuovo e li si sentì salire le scale frettolosamente.

 

“Ding”.

La porta dell’ascensore si aprì e ne uscì Marcel.

Fischiettava incrociando gli sguardi terrorizzati degli operatori.

Poi si sedette soddisfatto su un fancoil.

Un altro “Ding”. Questa volta era l’ingegnere con la segretaria e il responsabile di RU.

Corvo uscì dal suo box e rimase assieme ai capi ad aspettare.

I supervisori arrivarono tutti con delle buste in mano.

Si allinearono ai margini della sala e poi ne rovesciarono a terra il contenuto.

Palline rosse.

Centinaia, migliaia di piccole palline rosse invasero  le postazioni e i piedi degli operatori.

Marcel aveva trovato una riserva enorme di queste palline che l’azienda aveva utilizzato come addobbi natalizi nell’arco degli anni.

Banali ma efficaci palline rosse che rendevano il pavimento inutilizzabile a meno di rischiare pericolose cadute.

Lo sgomento tra gli operatori fu enorme.

Molti si alzarono cercando di fuggire e caddero a terra. Urla di dolore, ambulanze. Tutto messo in preventivo. Tutti sacrificabili per una duratura e solida efficienza.

Ai supervisori erano state date aspirapolvere per risucchiare le palline quando gli operatori avessero finito il turno.

Per il resto sarebbero rimasti lì. A produrre. Senza più distrazioni.

Quando il giorno dopo si seppe che l’operatrice Marisa, cinquantotto anni, matricola 08803122 era morta in ospedale per il trauma cranico dovuto alla caduta, si osservarono due minuti di silenzio. Anche Corvo ossequio la memoria della donna col capo chino.

Guardò l’orologio, fece un cenno con la mano, e le palline rosse inondarono di nuovo la sala come formiche.

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Notable Replies

  1. Asciutto e autentico.
    Originale metafora sociale.
    Tragicamente divertente.
    Attendo altri contributi.

  2. Grazie mille Gianluca.

  3. Interessante il modo di tagliare le frasi
    quasi col coltello. Secondo me funzionale alla tematica.
    Il ritmo è serrato e alla fine resta l'amaro come dopo aver letto un articolo di cronaca nera.
    Se era questo l'intento, è riuscito.

  4. Ciao Federica.
    Ho concepito questo breve racconto come un'unica metafora. il mio intento era che fosse plausibile. E anche grottesco. Come la realtà.

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