Tracce di cammino

4 giugno 2015
Pubblicato da

di Antonio Sparzani
Dag Hammarskjold
Era nato nel 1905 a Jönköping, popolosa cittadina sulla sponda meridionale del lago Vättern, nella Svezia meridionale, Dag Hammarskjöld, figlio d’arte, si potrebbe dire, data la sua carriera futura e dato che il padre Hjalmar fu presidente del Consiglio in Svezia nei difficili anni 1914-17. La carriera di Dag fu lineare e in continua ascesa: divenne presidente della Banca di Svezia nel 1941, carica che mantenne fino al 1948, quando entrò al Ministero degli Esteri.
Il 7 aprile 1953 venne eletto all’unanimità nell’assemblea delle Nazioni Unite per succedere al norvegese Trygve Lie nella carica di Segretario generale, carica nella quale venne riconfermato nel 1957 allo scadere del mandato. Non finì il secondo mandato perché la notte tra il 17 e il 18 settembre 1961 il suo aereo cadde vicino a Ndola (nell’allora Rhodesia del nord), sul confine tra l’attuale Zambia e l’attuale Repubblica Democratica del Congo, con ogni probabilità sabotato da chi si sentiva minacciato dalle attività di Hammarskjöld in favore della pace nella crisi congolese. Quella che ora è la Repubblica Democratica del Congo aveva allora da pochi mesi conquistato l’indipendenza dal Belgio (era infatti a quei tempi il “Congo Belga”, o Congo Kinshasa, dal nome della capitale, divenuto in seguito Zaire).

Ma, lungi dall’addentrarmi nei meandri della morente politica coloniale europea dei tempi, desidero qui segnalare un suo libro, ancora disponibile in italiano, dal titolo Tracce di cammino, che costituisce una specie di diario intimo, o diario spirituale. Intimo ma discreto, sobrio, talvolta visionario ed ellittico, ma sempre aperto a comunicare una esperienza di vita interiore — Hammarskjöld era credente, così averne di credenti –, una esigenza etica, di livello a mio parere straordinario. Il libro è edito da Qiqaion (comunità di Bose) e molto ben curato da Guido Dotti, con la prefazione di Wystan H. Auden e una nota di Carlo Ossola e costa 15 €.
È fatto di molta prosa e di qualche poesia, comincia con una poesia:

E vengo spinto oltre,
verso una terra sconosciuta.
Il terreno si fa più duro
l’aria più fredda e pungente.
Le corde dell’attesa
vibrano
mosse dal vento della mia meta ignota.

Con mille altre domande
giungerò là
dove la vita si spegne . . .
semplice, chiara nota,
nel silenzio.

E prosegue, scandito dagli anni della scrittura: le prime cose risalgono al 1925-30. Ecco invece un passo del 1950:

Tutti sono uguali. Verità che crudelmente annulla la differenza tra coloro che hanno ricevuto molti talenti e coloro che ne hanno ricevuti pochi, ma che non vale per l’uso che se ne fa. Il confine tra la vita e la morte, tracciato dall’eternità, passa di lì. Eppure verità valida comunque: siamo sempre davanti alla possibilità di oltrepassare il confine, in entrambe le direzioni. Poter bruciare tutto nel fuoco di uno sguardo limpido, sperando che qualcosa di valore possa poi ritrovarsi nella cenere.

Per me è stata una scoperta, ho trovato il libro su una bancarella a pochi euro, l’ho comprato perché mi ricordavo il nome e la fine tragica del personaggio, era l’inizio del mio secondo anno d’università. Mi ricordavo soltanto una faccia simpatica e lontana dai clamori, nulla sapevo delle trame nascoste che si celavano dietro a questi avvenimenti, e del resto anche adesso nulla sappiamo di certo su ciò. Ma è uno di quei casi di cui Pasolini direbbe “io so e ho le prove”.

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