LETTERA A UN PROFESSORE SULLO STATO DELL’EDITORIA

5 giugno 2015
Pubblicato da

di Marco  Alloni

Caro Salvatore Ritrovato,

una volta mi hai detto che la letteratura è morta e non resta che l’editoria. Il paradosso si risolve in modo elementare: la letteratura-prodotto ha soppiantato la letteratura-idea, e lo “spirito di scissione” di cui parlava Gramsci, che è la cifra stessa della letteratura come idea, ha dovuto lasciare il passo allo “spirito di adesione”. Questo non significa che per fare letteratura bisogna oggi abdicare alle idee in quanto tali, ma la natura delle idee portatrici di un afflato scissorio, polemico in senso pieno, non adesive, tale natura è estromessa dall’orizzonte delle attenzioni editoriali. Quali tipi di idee possono allora trovare accoglienza nel circuito della letteratura-prodotto? Le idee il cui “spirito di scissione” sia solo apparente, ovvero serva non già la messa in discussione dell’esistente ma la sua conferma. Persino il marxismo riletto “polemicamente” in chiave anti-capitalistica è funzionale al sistema della letteratura-prodotto: serve infatti la causa speciosa e fasulla del capitalismo come terreno della libertà assoluta, compresa quella di critica. In verità solo laddove il discorso “critico” al capitalismo permette la sua perpetuazione – per esempio subordinando la ferocia anticapitalistica del neomarxismo di Diego Fusaro alla sua vendibilità – esso ha diritto di cittadinanza nel sistema della letteratura-prodotto. Laddove agisce alla radice per la sua dissoluzione, per la sua scissione, esso è respinto. Ovverossia: è accolto solo laddove la “critica” è integrata, neutralizzata dal sistema. La paralisi e l’ostracizzazione della letteratura-idea dovrebbe dunque, a rigore, coincidere con la sua sensatezza. Ovunque si abbia prova di una letteratura che non serve l’autoperpetuazione del sistema capitalistico occidentale, là è il nucleo, la cellula essenziale della letteratura-idea. Ovunque un testo viene respinto o ignorato, là è la conferma della sua verità. Ci si trova così nella contraddizione in termini che il senso pieno della critica abita solo laddove non è esercitabile. Come si esce da una simile impasse? Una soluzione di accomodamento sarebbe quella di accontentarsi di una visibilità gregaria, cioè di una militanza in solitudine o quasi: dentro il sistema ma nelle sue retrovie. È quello che genera, e degenera, nel pensiero radical-chic, inutile in quanto autoreferenziale. È l’opzione disperata che anima la vanità del popolo dei dissidenti insussistenti. Altra opzione più radicale è la violenza. Se l’azione culturale è preclusa dalla logica della subordinazione dell’idea al prodotto, per dirla semplicemente dalla logica del profitto e della mercificazione del pensiero, lo strumento dialettico cessa di essere nella disponibilità dell’intellettuale, e al suo posto si offre solo quello del terrorismo armato. Su scala planetaria il fenomeno è ben compreso da chi non moralizza la storia ma la osserva nella sua dinamica essenziale: contro il sistema occidentale non esiste più politica, tantomeno di sinistra, che sappia proporre alternative al capitalismo monoteistico. Il solo paradigma concesso – e non concesso – all’opposizione è la violenza islamista. Non poteva essere altrimenti e sarà così per un periodo ancora molto lungo, lungo quanto la renitenza delle sinistre storiche a ripristinare una politica di dissociazione reale e non solo cosmetica. Ma nel recinto asfittico delle nostre micro-esistenze il meccanismo è il medesimo: l’esclusivismo autogenerativo del sistema capitalistico-consumistico produce quello stesso risentimento che in scala maggiore possiamo identificare nel terrorismo. Un risentimento del quale un’editoria illuminata dovrebbe riconsocere il potenziale mercantile, di quel “mercato del futuro” che ancora non si vuole osare concepire come concretamente concorrenziale rispetto a quello attuale. È sulla base di questo malcontento strisciante, latente, potentissimo e irrefrenabile che io credo si debba quindi tentare un ragionamento eversivo costruttivo. Poiché esso, paradossalmente, potrebbe generare, oltre alla violenza di cui sarà scaturigine naturaliter, quella revulsione storica dell’idea di profitto che potrà, forse in tempi non brevi, rifondare il mercato democratico della letteratura-idea. Non so se mi sono spiegato, ma l’idea di fondo è: noi dobbiamo agire per costruire un’alternativa di mercato nobile a quello attuale. E il pubblico dei risentiti è molto più vasto di quello che il prudenzialismo conformista dell’attuale editoria vorrebbe riconoscere. Questa intendo io per militanza: avviare, anche da una posizione di subordine rispetto al sistema mercantile in auge, una lotta coerente per creare le basi di un mercato del risentimento.

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Notable Replies

  1. malos says:

    ohi, chissà se il professor Ritrovato affermava che “la letteratura è morta e non resta che l’editoria” con soddisfazione o con rammarico. mmmm…. trattandosi di “saggista, critico letterario poeta e docente di Letteratura Italiana presso l'Università di Urbino” propenderei per la prima ipotesi, visto che da tale trapasso scaturisce un evidente tornaconto per le sue attività economiche.
    : )))
    tuttavia, basandomi su una recente metanalisi pubblicata su Lancet, nonché sulla mia esperienza medica, mi sento in dovere di precisare che il paziente versa in condizioni critiche, ma è ancora vivo, sebbene la prognosi sia riservata. trovo quindi più corretto affermare che: “la letteratura è gravemente malata e il suo cancro è l’editoria”.
    ma veniamo agli altri ottimi spunti che fornisci nella tua lettera.
    ti/ci domandi "Come si esce da una simileimpasse?"...
    ahinoi, ma se non siamo neanche capaci di uscire dall’euro - che è solo uno scagnozzo dei capitalismi finanziari multinazionali - figuriamoci se siamo in grado di sfuggire al Sommo Dio Mercato!!!
    : ) *(faccina che ride per non piangere)
    la massima incapacità di ragionamento, poi, forse non è tanto nel resto del mondo ottuso o ignorante (che intuisco, magari sbagliando, quando parli di “noi per un mercato nobile” o di “un’editoria illuminata”), ma proprio in chi è convinto di sapere.
    tale dubbio mi sovviene quando giungo alla pura categoria della mente di “mercato democratico della letteratura-idea”
    : )))
    non fraintendermi, scherzo, e non propongo soluzioni alternative. escluse in partenza le opzioni violente/terroristiche (non perché non mi divertirebbe staccare, chessò, a Marchionne i peli del naso uno ad uno, ma perché la storia insegna che sono sempre controproducenti), mi resta solo una sana disobbedienza civile (Copylefteratura docet).
    il fatto è che essendo medico sono convinto di sapere che un malato di cancro con metastasi disseminate non può guarire: facendo attenzione a non scadere nell’accanimento terapeutico, quello che posso fare nel mio piccolo, intanto, è cercare di tenere in vita la letteratura, almeno per un po’…

  2. Peraltro si deve evitare il rischio della dittatura dell'insensato.

    Anche quella è funzionale al sistema: parodiandone l'assenza di senso e la riduzione a immagine senza immaginario e senza immaginazione, finisce per costituirne l'eco e la coazione a ripetere.

  3. Umilmente credo che l'editoria possa ancora privata delle innumerevoli metastasi che la affliggono sui diversi livelli, partendo dal basso, da un dissenso organizzato, dalla contaminazione marginale dell'intellettuale che da dentro l'organismo piazza mine destabilizzanti, operazione che in realtà editoriali espandibili, seppur per ora residuali, può inoculare contravveleni utili a far germogliare nuove pratiche e politiche in direzione almeno divergente dall'attuale. Quel che conta comunque, a mio parere, è la massa critica unitaria che gli intellettuali, smettendo il loro desolante monadismo autocelebrativo, possono esercitare per provocare la frana, lo smottamento, se non decisivo, almeno significativo del monolito capitalistico.
    mdp

  4. Un'osservazione su un punto del tutto secondario. Alloni scrive:

    "Il solo paradigma concesso – e non concesso – all’opposizione è la violenza islamista. Non poteva essere altrimenti e sarà così per un periodo ancora molto lungo, lungo quanto la renitenza delle sinistre storiche a ripristinare una politica di dissociazione reale e non solo cosmetica."

    Si sta facendo strada nella sinistra questa idea che l'islamismo sia l'unico movimento realmente antisistema. Se ci si riflette un attimo, appare pero' che si tratta di un'assurdita'. Siccome ammazzano sono anti/sistema? Allora anche la mafia e' antisistema, ma la mafia non e' antisistema. Vogliono un califatto, ossia una teocrazia come diocomanda? Ma anche l'Arabia Saudita, grande alleato degli Stati Uniti, e' una teocrazia. Sono dei rigoristi contro la cultura occidentale, anche i wahabiti dell'Arabia lo sono. Inoltre il loro Califfato usa il petrolio, tutte le tecnologie piu' avanzate, il marketing e la propaganda. Mi sembrano, sotto diversi aspetti importanti, ben inseriti nel sistema.

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