Variazioni del dispositivo : dal Panopticon all’esibizione

23 giugno 2015
Pubblicato da

di Roberto Pozzetti

vdbpanopticon1. Lo sguardo che diagnostica la follia

La clinica ci insegna come il rapporto di un soggetto con lo sguardo si dimostri di capitale importanza. Già da Freud, in Pulsioni e loro destini, la psicoanalisi ha studiato la coppia antitetica guardare-mostrarsi al cui cuore vi è lo sguardo. Come quest’ultimo è caratteristico degli svariati tratti della perversione voyeurismo-esibizionismo, così al centro dei tratti perversi sado-masochistici si ritrova la voce. La sessualità umana si organizza sempre intorno a delle vie perverse senza fare di questo un verdetto moralistico né tantomeno psicopatologico.
Focalizziamoci su come cambia la posizione nei confronti dello sguardo, sulla base di modificazioni sociali e della storicità dell’inconscio.
Nell’epoca “liquida”, per dirla con un’azzeccata quanto inflazionata espressione di Bauman, vi sono ancora una serie di istituzioni che costituiscono dei resti, dei residui della logica normativa tradizionale. Tali contesti erano i luoghi deputati da un’organizzazione disciplinare alla correzione, prevalentemente residenziale, di soggetti che deviavano dalla regole nei modi più svariati. Come ci ricorda Marc Augè, il luogo antropologico si costituisce come un ambito nel quale viene a sedimentarsi una memoria, una cultura condivisa, una storia per quanto drammatica. Avevamo il Carcere come spazio di reclusione per i cosiddetti antisociali, l’Ospedale Psichiatrico e la stultifera navis come luoghi di segregazione per l’anormalità psichica, Il berretto a sonagli pirandelliano quale distintivo del malato di mente, i ghetti ove isolare gli ebrei, gli alloggi in cui ammassare i proletari nei quartieri dormitorio.
Stultifera navis è il titolo del primo capitolo del famoso libro di Michel Foucault Storia della follia nell’età classica. Al declino del Medioevo scompare la figura maggiormente temuta, quella del lebbroso. Di conseguenza i lazzaretti e i lebbrosari, nei quali i malati venivano reclusi, si svuotano. La tesi di Foucault è che l’esperienza della segregazione dei folli continui quella avvenuta con i lebbrosi. A partire dal XVII secolo le strutture architettoniche dei lebbrosari vengono recuperate come luogo di internamento dei folli. Lo sguardo che si dirigeva sulla follia nell’età classica era – dice Foucault – “uno sguardo affascinato, nel senso che la riconosceva come indefinitamente vicina e indefinitamente lontana”.
Tra la il Settecento e l’Ottocento Pinel, Esquirol e Falret, alla Salpetrière, restituiscono alla malattia psichica uno statuto di dignità tale per cui l’asilo non è più soltanto una forma di marginalizzazione ma ha un obiettivo più dichiaratamente medico e terapeutico. Tuttavia lo la clinica dello sguardo situa in secondo piano la dimensione della parola. Ciò che conta nella clinica medico-psichiatrica classica non è l’ascolto di quanto dice il paziente ma è lo sguardo del medico che, sulla scorta della semeiotica, classifica in termini nosografici gli internati. La diagnosi basata sullo sguardo lascia ben poco spazio alla parola ed al discorso del paziente. Nella psicoanalisi sono indispensabili linguaggio e parola, come si può notare con la regola dell’associazione libera in cui si è invitati a dire tutto ciò che passa per la mente, senza pudore e senza ritegno.

2. Lo sguardo che giudica

Lacan, già nello Scritto sulla criminologia del 1950, aveva fatto un riferimento ironico all’utilitarismo di Bentham e alla contraddizione dei giuristi di tale impostazione. Essi sostenevano il diritto di punire chi compie un crimine per trarne un profitto mentre esitavano dinanzi a crimini che non rientrano nella logica del principio di piacere: “Sicuro di sé, persino implacabile, quando appare una motivazione utilitaria il pensiero dei penologi esita di fronte al crimine in cui appaiono istinti la cui natura sfugge al registro utilitaristico in cui si svolge il pensiero di un Bentham”.
E’ tuttavia Foucault a porre in risalto il Panopticon nel suo celebre Sorvegliare e punire. Bentham scrisse una lettera ai governanti europei di fine Settecento in cui proponeva, in collaborazione col fratello ingegnere, il dispositivo dell’istituzione panottica. Nel 1977, anche il giovane J.A. Miller ne parla nel testo La macchina panottica di Jeremy Bentham.
Il dispositivo panottico è un edificio circolare al cui centro si trova una torre di sorveglianza. Lungo la circonferenza, su ciascun piano, si trovano le celle (quali le sezioni a forma di raggio di San Vittore). Il panottico viene proposto da Bentham non solo per le carceri ma anche per i manicomi, gli ospedali, le scuole, gli alloggi per i poveri.
Il punto essenziale è che dalla torre centrale è possibile sorvegliare senza essere visti. In termini che ricordano il Super-Io come interiorizzazione di un oggetto imperativo come può essere lo sguardo, Bentham suppone che, essendo sempre guardati, i sorvegliati interiorizzeranno la funzione del controllo divenendo virtuosi per il solo fatto di essere guardati. Lo scopo è quello di reinserire il sorvegliato nel sistema produttivo in modo tale da poter utilizzare il suo tempo in termini operativi, senza dissiparlo. E quale risparmio comporterà il panopticon in termini di superamento del castigo e del dolore corporale. Infatti la guardia carceraria interviene senza armi e senza strumenti di coercizione fisica. Tutto questo perché, come sottolinea Miller, “non c’è nessuna crudeltà in Bentham. A questo riguardo è senza dubbio il filantropo che voleva essere. La crudeltà infatti è gratuita, improduttiva”. La crudeltà contrasterebbe con la pragmatica dell’utile.
Tutti sono sorvegliati dallo sguardo tranne l’ispettore del Carcere. Per la cronaca, Bentham si propose lui stesso come ispettore di un panopticon, a coronamento del suo progetto delirante.
Sia nel trattamento della follia sia nel carcere panottico, lo sguardo ha una funzione correttiva. Lo sguardo giudica, controlla, sorveglia. Lo sguardo rende virtuosi.

3. Il dispositivo dell’esibizione

Nel suo ultimo intervento pubblico, in un convegno dedicato a Foucault, Deleuze si domanda: Che cos’è un dispositivo ? “I dispositivi hanno come componenti linee di visibilità, di enunciazione, linee di forza, linee di soggettivazione, di fenditura, di incrinatura, di frattura che si intrecciano e si aggrovigliano tutte, e di cui le une ricostruiscono le altre o ne suscitano di nuove attraverso variazioni di concatenamento”.
Nell’epoca del declino del Padre, non troviamo quasi più istituzioni centrate sulla dimensione segregante e di esclusione. Le istituzioni psichiatriche tendono ad aprirsi dopo la Legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi; le comunità per tossicodipendenti accolgono utenti che non avrebbero mai accettato fino a pochi anni fa (pazienti in terapia metadonica, giovani cocainomani per moduli brevi); l’eterno problema del sovraffollamento carcerario, dovuto soprattutto alla reclusione di extracomunitari, per la scellerata legge Bossi-Fini, viene gestito con gli indultini.

E’ l’effetto di una serie di cambiamenti sociali e dei dispositivi. Vi è un’apparente inclusione in un clima individualistico di libertà e di benessere là dove la funzione marcatamente disciplinare e normativa del Padre viene ad incrinarsi. La società propone sempre più un piano di conformismo orizzontale, fra pari. Sostiene Lacan: “in una civiltà in cui l’ideale individualista è stato elevato a un grado di affermazione prima sconosciuto, gli individui si trovano a tendere a uno stato in cui penseranno, sentiranno, faranno e ameranno esattamente le stesse cose alle stesse ore in porzioni di spazio strettamente equivalenti”.
In questa variazione del dispositivo, si passa dallo sguardo che sorveglia, che giudica, che controlla, che osserva, che spia, ad un nuovo situarsi nei confronti dello sguardo. Oggi prevale l’apparire a tutti i costi, la visibilità viene ricercata postando di continuo stati inediti su Facebook, cambiando foto su Whatsapp, pubblicando video su YouTube, scattandosi un selfie. Il soggetto ha l’impressione di esistere se fa tutto questo. Ha un posto se posta una descrizione di sé e ottiene un riconoscimento nella forma dei followers e del like. Prendiamo l’esempio eclatante della ragazza che si è fatta fotografare dinanzi ad un’automobile incendiata, in occasioni dei fatti di Milano del recente Primo Maggio. Dinanzi a un evento del genere questa avvenente giovane (forse una turista proveniente dall’Est Europa) non trova di meglio che farsi riprendere in una logica analoga a quella del selfie, sia pur tecnicamente diversa. Si consideri l’interesse suscitato, ormai da oltre un decennio, dal programma TV Il Grande Fratello e dai numerosi reality più recenti alle cui selezioni molti fanno la fila per partecipare. Nell’epoca dell’eclissi del Padre abbiamo il riferimento al testo di Orwell per caratterizzare le dinamiche di un gruppo infarcito di un bieco esibizionismo ma anche di una feroce istanza superegoica.
Ecco La Società della trasparenza descritta da B. -C. Han. L’esigenza di trasparenza e di correttezza si ripresenta ciclicamente, anche in Italia, in occasione di indagini giudiziarie e quale chiarificazione il cui apice è costituito dalle dirette in streaming delle riunioni fra partiti. La formula della trasparenza ha trovato una diffusione inusitata grazie a Gorbaciov, negli anni Ottanta. Egli propose la glasnost (termine russo tradotto con trasparenza) come una parola d’ordine fondamentale. Discutere apertamente dei problemi sociali, delle contraddizioni del sistema, rivelare i segreti dell’apparato burocratico del PCUS che si opponeva al rinnovamento, costituiva un punto basilare di ordine tattico-strategico. Sorprende che un intellettuale colto e raffinato come B.-C. Han non vi faccia riferimento, asserendo che “il sistema della trasparenza abolisce ogni negatività” in riferimento alla dialettica negativa di matrice hegeliana. Si rintracciava forse tale dialettica nelle riunioni a porte chiuse del PCUS ? Credo vi sia ben poco da rimpiangere della società pre-glasnost.
Si dice, forse a ragione, che nel mondo occidentale prevale il narcisismo e se ne colgono le implicazioni cliniche in problematiche ad insorgenza adolescenziali come i Disturbi Alimentari. Anche il panico ha spesso una correlazione con una difficoltà nei confronti dello sguardo.
Dobbiamo distinguere il vedersi allo specchio dallo sguardo altrui. Lo sguardo non sta nel vedersi, nel riflettere la propria immagine à la Narciso: implica lo sguardo dell’Altro.
In effetti lo stadio dello specchio stigmatizzato da Lacan non è senza rapporto con lo sguardo, quello dell’adulto che sostiene il bambino dinanzi allo specchio stesso.

E’ questa la tesi essenziale cui giungo: il narcisismo apparente, nell’esibizione senza pudore e senza timore del giudizio, costituisce un appello allo sguardo dell’Altro (del padre, della madre, del fidanzato e così via). Questo avviene in una dialettica che implica sempre il riconoscimento dell’Altro. Non vi è, in effetti, autostima: è la stima dell’Altro che porta a stimarci. E’ essere desiderati e amati dall’Altro che ci fa esistere come soggetti.

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  1. ...il narcisismo apparente, nell’esibizione senza pudore e senza timore del giudizio, costituisce un appello allo sguardo dell’Altro (del padre, della madre, del fidanzato e così via). Questo avviene in una dialettica che implica sempre il riconoscimento dell’Altro. Non vi è, in effetti, autostima: è la stima dell’Altro che porta a stimarci. E’ essere desiderati e amati dall’Altro che ci fa esistere come soggetti.

    Si confonde, oggi, sempre di più, ciò che siamo con ciò che gli altri vedono. Per molti è più importante apparire in un determinato modo che "essere". Molti individui, sui social, fingono vite che non hanno, fingono personalità che non si avvicinano nemmeno minimamente al loro reale modo di essere. Costruiscono un percorso di vita fatto di foto, stati, video, che portano l'osservatore ad immaginare un tragitto che in realtà non rispecchia assolutamente la realtà; quindi, queste persone, preferiscono vivere una "non vita" sui social, una "non vita" piena di consensi e like. Vivono, in pratica, per gli altri.

  2. @FrancescoBorrasso, forse, il punto sta proprio nella mancanza di dialettica di cui scrive l'autore (che è psicoanalista) : una dialettica che appunto implica il riconoscimento dell'Altro.
    Senza quest'implicazione qualcosa crolla, il dialogo smette di essere dialogo per diventare monologo che non vuole saperne nulla dell'altro - e l'incontro smette di essere incontro : vira verso il simbiotico o verso la dissoluzione e un reciproco annullamento (due facce, a me sembra, della stessa medaglia).

    Contemporaneamente, il paradosso sta in quello con cui tu finisci, quel "vivere per", dove forse quel vivere in funzione di o "totalmente per", mette in ombra entrambe le soggettività : la propria e quella dell'altro.

  3. @mariasoleariot sono dunque vite "monologo" senza scambio; vite in senso unico, mi trovo in accordo. Esistenze dove ci si pone in alto per essere ammirati e non si cerca il contatto "reale" bensì un contatto che porti solo una visibilità; credo, dunque, un "non contatto".

  4. La logica di oggi del promuovere i social network , le realtà virtuali e community varie è quindi una evoluzione del controllo visivo che si esercitava sui malati di mente. Si incoraggia l'apparire come un traguardo di affermazione sociale per esercitare il controllo e cancellare, censurare il nostro vero "essere", dal momento che nella nostra ansia di apparire non siamo mai ciò che siamo veramente, ma solo ciò che vorremmo sembrare per sentirci accettati e ammirati.

  5. @pierpaolo, rilancio : ma esiste davvero un "ciò che siamo veramente"? Esiste un "vero essere", come tu scrivi? O non piuttosto un continuo costruirci, ricostruirci, indossare maschere necessarie all'incontro con l'Altro?

    Credo che la questione in gioco, qui, sia non solo un'ansia di sembrare per sentirci accettati e ammirati (che è forse della natura umana, quando ancorata al desiderio di riconoscimento, al desiderio di desiderare, al desiderio dell'altro - nei due sensi in cui questo può essere letto), sia piuttosto la quesitone di uno sguardo che si ripiega su se stesso fino a (tentare di) non implicare lo sguardo dell'altro. Forse risulta paradossale, ma là dove nell'esibizionismo a tutti i costi sembra ci sia un'importanza radicale e assoluta dello sguardo dell'altro, a me sembra che sia proprio quell'importanza che viene a mancare, traducendo quell'esposizione - mediatica ma non solo - in un ripiegamento totalmente egoico. L'altro sparisce per diventare un'ombra/specchio. (ovvio, sto generalizzando)

    Nei social network : quando parliamo, diciamo, scriviamo, postiamo una foto, ripostiamo, ricitiamo, clicchiamo un "mi piace", stiamo davvero "implicando" l'Altro, stiamo davvero rivolgendoci all'Altro, ci stiamo davvero - come direbbe T.S. Eliot "to prepare a face to meet the faces that you meet"? o non stiamo rendendo l'altro semplice spettatore di un monologo chiuso in se stesso, preparando una faccia non per incontrare altre facce ma per ri-guardare la nostra? Dipendenti dall'altro e contemporaneamente racchiusi in un dispositivo, qppunto, individualistico.

  6. @mariasoleariot, ciao, grazie per tua puntualizzazione. Certamente l'indossare maschere , il continuo costruirsi (perché, hai ragione, è proprio quello ciò che siamo ) così come il lavoro del super-io, sono elementi necessari per una convivenza civile altrimenti saremmo davvero delle isole in un mare di incomunicabilità.
    Io avanzavo solo un' inquietante ipotesi "orwelliana" che presupponeva strategie di controllo sulle masse, dando illusione di auto-affermazione e di libertà laddove invece è soltanto uniformare le coscienze e asservire.
    Per quanto riguarda i social network senz'altro bisogna fare dei distinguo. In questo come in altri forum di discussione non c'è puro individualismo , anzi la sincera ricerca dell'altro esiste eccome, perché alla base c'è l'idea di realizzare un consorzio umano su presupposti diversi da quelli che ci vengono imposti e nel momento in cui il dialogare è finalizzato alla ricerca di un modo migliore di "convivere" non c'è puro individualismo.

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