Il pasticciaccio, Cutigliano

29 giugno 2015
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Francesco Bargellini è mio conterraneo, concittadino e quasi coetaneo eppure l’ho incontrato da pochissimo per i casi di un concorso di poesie all’interno delle scuole elementari e medie. Mi ha regalato i suoi libri, tra cui questo, Sono paura (Polistampa 2013), che ho letto appena avuto, durante un viaggio in treno, con lo stupore di un riconoscimento attraverso le nostre diversità. È un libro complesso, articolato nell’alternanza di prosa e poesia e in parti che mettono a dialogo l’intimo e l’assurdità del mondo esterno, i compagni di vita e quelli silenziosi che escono da altre epoche e dai libri, come il danese Sören Kierkegaard. I testi che ho scelto di proporre appartengono alla prima sezione, abitata dalla biogeografia, dall’adolescenza e il suo luogo smarritisi in un  lutto improvviso e reinventati dalla parola che in un processo di avvicinamento ed elaborazione richiama in vita, storpiandolo, Cutigliano, paese della montagna pistoiese, che si fa mito, ombra e infine paradosso, un nome per tradire l’esperienza (nota personale di Francesca).

di Francesco Bargellini 

Proviamo di nuovo,
andiamo alla cerca, in avan-
scoperta, vediamo. Una cava,
 
paolino, fitta di draghe
che rodono la carne scoperta
del monte, ecco cosa
ho visto, ancora, e attorno
 
un verde inconsolabile e ghiaccio.
Salviamo, paolino, il salvabile, diamo
tutto in mano al ricordo o in pasto
il pasticciaccio, Cutigliano…

***

Non mi pare uno scherzo il furto di un paese, né immagino le ragioni e la stazza di chi abbia potuto; ma il fatto è dato, e il silenzio di tutti è soltanto imbarazzo, quando non sia, ed è un pensiero che scaccio, cattiva coscienza. Mancano le case, gli uomini. La natura resiste, ma è un fondo, appunto, inumano.
Ne parlo con paolo, ancora. Paolo è scampato alla rapina e lo sarebbe comunque, se anche non l’avesse rapito assai prima un chi o un che cosa a corto di motivazioni evidenti – non forse, chissà, di ragioni. Paolo che richiamato ascolta, e come sempre divide il dolore. Ciò non toglie che debba sempre rassicurarlo, e non certo perché lui me lo chieda o ne abbia davvero bisogno. Sono io che mi scuso, ogni volta, senza essermi macchiato di una simile colpa né che intenda, un giorno, arrivare a tanto. Voglio dire dimenticare: lui (il lui di carne e adolescenza lontana) e tutto il paese. No, non c’è rischio.

***

E dov’è il paese nostro, paolino,
dove, chi l’ha preso? Non era
proprio un ninnolo o una spilla né
davvero era prezioso, forse
tutt’altro. A che scopo
rubarlo? Ma non c’è
più. Paolo, e se poi dimenticassi,
pensa… no paolo mio
no, guarda, sputo il loto,
l’oblio. E però il paese nostro
non c’è più, paolino, e l’appennino
è un guanto vuoto.

***
La natura, disumana, lo è per ogni verso, perché se anche Cutigliano è vivo, e non lo so, s’impone a rispetto del rapito, e fino alla notifica del riscatto, una prassi adeguata. Osservare, almeno, il canonico silenzio (diverso dall’omertà, certo), ché tutto si può dire fuori che il caso sia in via di scioglimento, o che il decesso… ma via, non voglio pensarci.
E invece lassù il vento, ridotti gli ostacoli, imperversa con fischi indecenti, le poche bestie, prima del forzato ritiro invernale, scalpicciano e brontolano senza ritegno, il sestaione, torrente che trasforma in fiume la nostalgia dei frenetici, chiacchiera come prima e di più – ciàcola, avrebbe detto mia nonna che in qualche passaggio l’avrà pure visto. Vergogna.

***

Possibile che tutto si debba
a una femmina maga
maldestra? Vedremo. Ah,
sono solo pretese, e non credi.
Ma sbagliò con puntiglio
il suo trucco: scosse il cilindro
e dissolse il paese (non trasse
un coniglio). E tutti di stucco.

***

Dalla casa, arroccata sul più alto quartiere, godevo una vista golosa. E perché? Perché si può fare tutto, dove non c’è che la possibilità. Dove non esiste che spazio, da occupare e definire, in cui definirsi e occuparsi – impadronirsi di sé, un processo di anni nodali che non posso scalzare dalla memoria senza, con essi, depennare il paese.
Comigliano è quegli anni, e i tentativi di sbrogliare faccende assai gravi (serissime: politica interna/estera, ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in primis, ragazzetti impulsivi che eravamo). La durata spaventosa dello scoppio delle nostre granate, le rispettive adolescenze, è Cordigliano.

***

Ma ti ricordi, respirava forte
la nostra adolescenza,
a stantuffo. Sbuffava.
Vedi, mi vengono
immagini buffe. Sembrava,
la nostra adolescenza,
il mio caffè di ogni giorno:
nera fervida viva – e tanto spesso
una polta cattiva. Eravamo
ardentemente infelici. Di ramo in ramo
del paese albero si cantava
pieni d’amore e di spasimo.

***

Certo, non erano tutti così,
l’adolescenza di alcuni non ansimava:
soffiava come la serpe, un soffio armato e principe,
imperiale, la loro stagione… E noi
gelosi matti e innamorati insieme
del loro passo sicuro, le sere
d’estate, in paese, a struggerci
per un lumino di quello splendore
(parlare d’amore, e sapere…).
Erano tanto bravi a darcela a bere.

***

Così finiva: gli orologi ammolliti, le case strutte, forse gli uomini. E i caronti che ti portano indietro, ti rubano alla parentesi perché si riaprano i corsi della vita consueta.
La lentezza di Coccigliano non era spregevole, il suo abbraccio non era cattivo. Io mi rannicchiavo, lo so, nel ritmo lasco. Lo sa paolo, lo sanno i suoi cari che, a differenza di lui, non hanno mai smesso di cadere in quel punto, sopra la pietra in via roma. E durante il precipizio, però, mi hanno assegnato tante volte il potere di riportare il loro ragazzo brevemente tra loro, per misteriosi cenni, segnali che si farebbero in me testimonianza. Ma io semplicemente appaio, e agisco il ricordo: lo risveglio, mai così feroce, credo, come quando ripullula da sé, nelle menti di chi ha perso la tua eredità, paolino. Soprattutto per questo mi vogliono tanto bene tua sorella, tua madre e tuo padre.
Li ho poi rivisti. Sempre.

***

Ho poi rivisto tua sorella tua madre
tuo padre. Caddero con te
senza finire, caddero e basta.
Dio sa se aveva un fondo il selciato.
Chi era vivo dio sa.

***

Se anche le indagini proseguono (con le consuete, alterne vicende), bisogna non farsi illusioni. Una scomparsa è un’incisione nella storia, non un incidente: la sottrazione solca la terra. Che facciamo, paolo, allora? E’ ancora possibile rivisitare, per salvarci davvero?
Se deponessimo, ad esempio, la congettura del furto. Se vincessimo la nostra paura di continuare, dopo la scomparsa, vestendo Corvigliano di panni nuovi. Potremmo dargli vesti materne, visto che eravamo tutti, allora, in età da custodia; purché si tratti di una decorosa madre asciutta, però, tale da capire il tempo di lasciarci quando noi non l’avremmo mai colto. E potremmo, d’altronde, spogliare Cessigliano di quella stanca qualifica di luogo dell’anima che pare trarsi appresso da secoli, quando la sola ragione per esserlo sarebbe serbare il tuo ricordo. Ma tu risei e riesisti, con o senza memoria, proprio come questo futuro.
E allora basta, via. Cessiamo.

***

E in fondo cos’era il paese
rubato? Luogo dell’anima no,
se non perché accoglie la tua
ed è molto, per un loco abusato.
È proprio un ricordo
il suo corpo, l’essere suo,
prendiamone atto come una schiarita
in questo scuro compianto.
Pure scomparso, il paese non è la mia vita.
Sarà una mamma spartana
che volge le spalle a suo figlio
se la sua parte è finita.

*****

SECCAMENTE, TUO PADRE

Sono un padre pelle e ossa. Ah tesoro
come ti ci voleva invece
un babbo nutrito, carneo, dolce. Il ruolo
voleva floridezza, e io manco di polpa.

Coi denti che crocchio
che strido e che stringo non mangio,
ci reggo l’anima che il vento mi litiga
e intanto mi struggo. Così

sono tanto asciutto che non mi si vede
la bocca ma io ti bacio in mente
e non lo sai. Ah tesoro che comodo
ti avrebbe fatto un babbo poltrona, però:

e pensala rossa, pure, come l’umore
del sangue in amore; o non è meglio
un babbo divano sennò, largo che perdi
il telecomando nei golfi laggiù
finché ricompare; e sul babbo
ci vai a consumare, ché è antetivvù,
il tuo rito serale? Papà canapè

è a prova di culo, già più che essenziale,
ché nient’altro è più atto
a tutto il culame dei culi di questa
famiglia normale. Un babbo stanziale

che non lo rimuovi, col gatto
che piange la palma perduta
in domesticità; ma certo, animale
più caro sarebbe un tal babbo e bello ai begli occhi
di tutte le mamme di un mondo normale, si sa.

Ma io così secco e risecco, io che ti abbraccio
e mi spezzo, quest’ostia, che fare? Per te
pan grattato con l’ossa, dalla mia pelle
spremute. Come sono, io, tutto,
fuorché la salute.

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