Davide Vargas: Il bene comune

2 luglio 2015
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1. confini

1. confini_totem

 

Confini. Uno dentro l’altro.

Terra [notoriamente] di confine. Il lotto sul confine di tre comuni contigui. La struttura sul confine del lotto. Residuale. A ridosso di due noci floridi. Necessari a fare schermo alle impurità.

Una zattera triangolare nel vuoto scabro. La zattera di Saramago: dov’è la frontiera? chiede. Intorno due strade si intersecano sotto gli occhi di un’aquila di gesso montata sui piantoni di un cancello. Una generale sensazione di straniamento rende ogni angolo di questo mondo residuale.

Si arriva superando un cavalcavia. Dalla sommità i tetti bassi delle case si distendono come gramigna in un campo di stoppie. Il piazzale porta i segni dell’asfalto tagliato e rappezzato. Le macchine lasciano una scia di terra secca.

Ma se immetti qualcosa che rompa la continuità. Come una forma di Boccioni. La continuità dello spazio. Un punto che metta alla prova la realtà. Una perturbazione come una nube nera nel cerchio dell’orizzonte. Se fai questo, stai fondando un piccolo lembo di diversità. Le geometrie ruotano. Come in cammino

E nella controra di una giornata assolata quattro ragazze passeggiano e poi siedono sulle panchine alla base del totem. Una si distende e guarda in cielo. Con un che di perplesso nello sguardo. Un vecchio in bicicletta rallenta e poi si ferma. Il colore del giorno diventa indaco e di colpo cede la propria indolente saturazione al buio. Allora irrompe la luce della scatola bianca in cima. Due giovani si preparano per la corsa allungando i muscoli sulle stesse panchine. Il cielo si schiera per la battaglia. I lampioni brillano come occasionali stelle artificiali. Un cane fulvo entra nel recinto e si accuccia a ridosso della parete di cemento. Hanno già rubato i faretti. Ma l’uomo li ha rimessi.

I confini (questi confini) sono idoli svuotati. Una indistinta continua sequenza dello stesso racconto. Ma servono. A te servono. A farti stare dall’altra parte.

Non credo che cambi qualcosa. Una piccola cosa così. Ma forse un seme. Nel territorio. O in un te ostinato. O nel tuo ridotto intorno di persone e cose. Non importa dove. È tutto quello che può fare una piccola insignificante cosa. Ma solo questo e non sai se può bastare.

maggio 2015

 

2. confini_trittico

 

Le fotografie sono di Luigi Spina che da anni fotografa le mie cose. Ormai non c’è bisogno neanche di raccontare intenzionalità e aspettative. Ma con Luigi e Serenella condividiamo la stessa temperie dell’appartenenza ai luoghi.

 

2. bene comune

3. bene comune_ recupero scala

 

La scala condominiale. Che nella cultura di questa terra egoista non è di nessuno. Certamente non è mia. Può andare affanculo. Come i marciapiedi. Le strade. Gli androni. Le aiuole. Ogni cosa che è al di là della soglia di casa. Ho seguito una bottiglia di plastica calpestata e gettata davanti all’ingresso del mio vicino. È stata lì per giorni. L’ho tolta io.

Luigi e Serenella hanno messo i guanti. Incartato. Scorticato la vernice. Mi dice Luigi che non si toccava da sessanta anni. Poi hanno tolto la ruggine. Con il trapano. La carta abrasiva. Il bisturi, nei punti difficili. Poi hanno lavato e spennellato con il ferox e l’antiruggine. Infine hanno pittato. Si sono distesi sui gradini. Hanno lavorato accovacciati. O in piedi. Con il mal di schiena. Mettono alla prova la realtà.

La luce entra dai finestroni. Un occhio spalancato dalla città al dentro. Proietta ombre sui muri impastati di fuliggine. Striati dalle acque che hanno scorso da anni oltre la soglia. Adagiate come i fili piangentidel salice. Sui lacerti di intonaco mai rifinito. Sui buchi e le crepe. Sui rigonfiamenti. E le screpolature. Si accende dove le riggiole hanno conservato un’antica lucentezza. Indugia sugli spessori delle murature. Scardina le sue ombre. È la luce giusta. Non enfatica. Non ha niente da celebrare. Livida. Scultorea. È la luce del teatro di Eduardo. Delle scale di Ferdinando Sanfelice. Ma ogni cosa sparisce. Ogni superflua cosa della mente. Questa luce mascolina investe l’anima. Denuda gli stati dell’emozione. Gli umori. E basta. Restano i movimenti concentrati delle mani. Gli sguardi assorti. Il silenzio delle parole non dette. Niente più. Il barattolo di vernice. Il cavo elettrico. Il punteruolo. Sarà una piccolissima insignificante nascosta molecola di mondo restituita. Ma mondo, che altro se no?

È un lavoro.

aprile 2015

Occorre trattare con le istituzioni per modificare i luoghi. Tutta l’area è residuale. E non è chiara la proprietà tra Comune e Acquedotto. Ci stiamo provando.

 

3. Disegni

4.disegni_ pianta piazza

 

Al bene comune non posso offrire che un disegno.

Ma il disegno di architettura ha un che di speciale. È una credibile prefigurazione di realtà modificata. E vive. Appena disvelato sul foglio già esiste. Oltre la sponda del fiume dove scorre la sequenza di un’altra possibilità di vita. I pensieri degli uomini atterrano lì nella trama delle cose che avresti potuto fare. In quel preciso istante se avessi svoltato dall’altra parte. O se avessi detto o non detto quella parola. E seduto nell’angolo del proprio quasi-nulla[unica condizione di silenzio da dove puoi traguardare l’oltre] stai lì a guardare il canzoniere di una vita. E ti sembra vera. Più vera di questa in cui sei immerso.

Una finzione così è tanto distante dal mondo reale da poter vivere di una propria autonoma realtà. È narrazione. Nessuno sceglie gli argomenti. Ma ognuno è scelto da essi. Sono i demoni. Tutto ciò che stride con la realtà. Tanto da volerne rifondare un pezzo. Rimontando gli stessi pezzi nella prospettiva di una ricomposizione.

Qui la realtà stridente è un atlante di trame interrotte. Nel concreto, luoghi bisognosi di cura. Ma un posto è un’altra cosa dopo che è passato nel disegno. Non puoi tornare indietro e ignorare la vocazione alla trasformazione. La sottotraccia dell’idea che lo ha attraversato. I materiali. I colori. I profumi. La promessa del riscatto.

Posso dire così. Che se c’è un’anima in ogni schifoso lembo di luogo puoi disvelarla. Ci puoi mettere un’ora o una vita ma alla fine ce la fai. Ma ne puoi restare prigioniero. Nel senso che ti accontenti e non vai oltre. Perché ci stai bene a tu per tu con l’altra storia che ti scorre davanti. Puoi persino scoprire che vuoi farti imprigionare.

Ma tu sei al di qua.

maggio 2015

 

5. disegni_ vista piazza

 

Crediti

Progetto: Davide Vargas

Fotografie: Luigi Spina

Committente: Immobiliare Michelangelo

Località: Cesa (CE)

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One Response to Davide Vargas: Il bene comune

  1. elle il 2 luglio 2015 alle 23:53

    cosa ti credi.
    e’ cosi’ dappertutto.
    prima il confine era la pietra, l’albero, il rivo. Tra te e me. Tra me e un altro comunque. conflittuale ma comunque un rapporto.
    ora il confine sta tra io e niente. io e terra di nessuno, come a ventimiglia. io e Stato, come dire io e boh…
    ieri nel giardino condominiale due stanche condomine sono riuscite a mettere insieme quattro vecchie signore, due ragazze architetti disoccupate paesaggiste, un agronomo pieno di certificazioni ma senza contratti e abbiamo salvato il faggio quasi centenario
    per un poco, almeno…



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