La memoria spoglia della Resistenza

5 luglio 2015
Pubblicato da

di Anna Vallerugo

Racconti partigiani

Sembrano nascere da una giustificata urgenza gli splendidi Racconti Partigiani di Giacomo Verri (Biblioteca dell’Immagine): dalla necessità di ribadire importanza e attualità della Resistenza in questi nostri tempi fluidi, oscurati da perdita di lucidità di giudizio e minacciati da rigurgiti di revisionismo storico. Non venga posta una pietra sopra al periodo partigiano, pare voglia dire questo libro, né vengano appiattiti in una sequela di aridi elenchi di gesta più o meno vittoriose le speranze, gli slanci umani, il pulsare di vita di quegli anni.

Sarebbe sufficiente questo voler onorare la dignità di un passato ancora recente e l’intento dell’autore di consegnarle spazio nel presente e nel tempo a venire a giustificare la lettura di questi brevi e preziosi racconti. Ma qui c’è di più: all’afflato civile si somma in Verri la meraviglia di una cifra stilistica personalissima, che lo conferma “una delle voci più originali del nuovo millennio” per usare le parole di Francesco Permunian nella prefazione al volume.

Come già nel precedente Partigiano Inverno (Nutrimenti), finalista al Premio Calvino 2011, è proprio nella cura del linguaggio che il giovane scrittore piemontese giganteggia: nella scelta della parola precisa con cui ci racconta stavolta otto piccole ma immense storie di partigiani dai nomi di battaglia luminosi: Urlo, Foscolo, Mirto, Manta. Uomini colti non nell’attimo in cui infuria la battaglia, ma nell’istante immediatamente successivo: quello colmo di uno sgomento tutto nuovo, tra l’incapacità di cogliere a pieno quanto è stato e l’impossibilità di comprendere in un unico sguardo ciò che di lì a poco sarà, nella Storia che preme e il cui corso va comunque delineato. Qualcosa di definitivo, in Piemonte dove sono ambientati così come tutta Italia, è accaduto:

“A Borgosesia, c’era un’aria completa e odorosa che non la vedi neppure per la Madonna a maggio: le donne grembiulate mollavano a metà quante faccende avevano, le case si vuotavano, mentre gli uomini ancora col Novantuno, ma come per celia, passavano le maniche di portici ridendo. Io il fucile l’ho posato all’ora di pranzo e poi tutto è finito”.

Passati ormai definitivamente i mesi di “stupende follie e coraggi e triboli e privazioni” cosa ci sarà? E’ una perdita di identità collettiva e del singolo quella che va affrontata: e che impaurisce.

“Paura nasceva in quelli che avrebbero faticato a smettere gli abiti ribelli, in quelli che avrebbero tribulato a tornare in fabbrica o in ufficio o agli studi, perché fare i partigiani, te lo assicuro, significava essere sempre in pari con se stessi, e mai di meno, per l’eccesso di volontà che ci teneva vivi, e mai di più, perché non ce n’era modo. Così in piazza, come ti ho detto, giravano i balli e i canti, i caffè mettevano fuori i tavoli col vino. Tantissimi uomini baciavano tantissime donne. Si urlava, si stringevano le mani e ci si avvolgeva negli abbracci amati e, a chi quel giorno era ancora lontano, si spedivano biglietti di gioia indivisa”.

Cosa seguirà dunque a questa ebbrezza collettiva? Giacomo Verri, che è scrittore serio, non indossa le veste di sociologo a basso prezzo e facile presa popolare: l’analisi del momento storico, meglio ancora, la sua precisa fotografia, c’è, ma rimane volutamente sullo sfondo.

In primo piano il sospeso, la moltitudine del possibile.

Un possibile che in uno scrittore del nitore di Verri passa necessariamente anche per la parola e la scrittura, per il suo ruolo fondamentale ed edificante che fa ribadire a un personaggio:

“…Di nuovo gli si imponevano alla mente i libri che erano gli unici a dire, dopo mille anni, o due o tre, il sangue con cui si sporcarono altri altari, e come, e quanto, e quando. Dunque, rifletteva, le guerre vanno fatte per scrivere dei libri, perché ogni libro porta a nuove posizioni sulla scacchiera dell’esistenza, e a scoprire inedite connessioni nel mondo”.

Eppure sono tutto fuorché libreschi, i partigiani di Verri: sono uomini e donne sanguigni e leali, “attenti, ammirati, fiduciosi nella gloria ventura, accalorati, eccitati, coi sorrisi attorno ai denti stretti, percorsi da forze sotterranee”: uomini capaci di grandi amicizie, e amori, e fede, e anche parole, parole a infiammare gli animi, parole importanti, con una morale propria, vera, lontana dalla facile retorica di propaganda.

E’ un’epopea umanissima, quella che Giacomo Verri narra, e del fondato timore di un suo parziale oblio o misconoscimento: meraviglioso e straziante, tra gli altri, il racconto “Parlo di Boezio”, dell’incontro con chi fu “partigiano di tante battaglie, ferito in quattro scontri. Anche alla coscia, una volta, quando diede sangue a mestoli sulla neve candida e alta come barili e si fasciò con un pezzo di tela di paracadute. Un male da strappare Dio dalle nuvole coi denti.” Che lo fece bestemmiare “tenacemente tra gli sputi di una saliva schifosa che sapeva di letto d’ospedale e di zinco”. Ce l’aveva fatta, poi, Boezio. Ma fatta a fare cosa? E a quale scopo?

Il narratore lo ritrova negli anni Novanta in fila alla posta, il vecchio eroe, tra una indifferenza che raggela: l’impiegata, come chiunque lo circonda – gli altri utenti frettolosi, perfino la famiglia stessa – gli negano qualunque identità, non riconoscendone splendori passati, né un nuovo ruolo nel mondo. Quasi fosse un peso, il detentore di un lingua ormai morta, di nostalgie di scarsa comprensibilità.

E invece Boezio è figura paradigmatica: se come per gli altri ormai ex-eroi “la storia per lui andava dal quarantatré al quarantacinque. Il resto era una postilla”, è nel riscatto fiero dell’uscita dall’ufficio postale al finale del racconto che ne rivediamo il partigiano che era stato e che sempre sarà, riconoscendone grandezza e valore: “Salutò, anche se non conosceva nessuno, sventolando la mano in alto, dando le spalle a tutti quanti”.

La scrittura di Giacomo Verri non ha mai un cedimento e trova anche negli altri racconti giusta misura nel contrapporre in rapporto dialettico la gioventù di passione, “del sudore, della paura, della rabbia”, di raffiche di fucile seguite da silenzio “completo, perfetto, come se avessero appena finito di crearlo” e un presente fatto di poveri corpi:

“Ora Enrico osserva il nonno, e poi il bicchiere smorto e drappeggiato di salive dov’era l’acqua che il vecchio ha appena tracannato. Ancora di più si sente le mani sporche, di una sozzura appiccicosa e stratificata, sporco su sporco, che sa anche di infetto e di stagnante, sì, il nonno sta stagnando lì, la sua vita è tutta nel rettangolo del materasso, inchiodata tra un pannolone e le piaghe da decubito che gli mangiano la pelle gialla. Poi guarda il quaderno, Enrico, e non ha dubbi: è in quella stanza solo per sentire ciò che esce dalle righe ben fatte degli appunti partigiani del vecchio”.

Un vecchio che continua ad illuminarsi nel parlare del “comandante Urlo, campione dei garibaldini”, colui che in un codice di comportamento non scritto ed esemplare, di rispetto del singolo fino all’ultimo sottoposto, “di ogni uomo della brigata ricordava il numero di scarpa, anche il nome della mamma, del papà e della morosa”.

Verri, infine, esce dai rigorosi, tradizionali margini della letteratura sul periodo partigiano, perché la storia resistenziale, a ben vedere, passa anche per protagonisti involontari, solo apparentemente marginali. E ci consegna tra gli altri il delicato e singolare racconto di Sebastiano, protagonista novenne di “Vene sottili e petali di rosa”, destinato a una iniziazione alla vita cruda e indimenticabile.

C’è molto Fenoglio, in questa raccolta, per ammissione stessa dell’autore, che ha deciso di chiuderla perciò con un’intervista impossibile proprio al suo “nume tutelare”: un colloquio che chiude perfettamente il cerchio, non facendosi facile divertissement fine a se stesso, che comprende invece piccole pagine illuminanti su quello che è, in fondo, il significato vero di questo libro: “cogliere, oggi, la memoria spoglia e confidenziale della Resistenza”.

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2 Responses to La memoria spoglia della Resistenza

  1. carlo carlucci il 6 luglio 2015 alle 10:28

    Diciamo che con ‘la memoria spoglia della Resistenza’ si sconfina nell’indistinto. Spoglia dalla retorica? Potrebbe andare bene ma non per il recupero forzoso, forzato, faticoso, cincischiato del Verri. Non serve tuffarsi in Fenoglio (il più grande e autentico in assoluto), se ne ritrae una bruttissima copia….La Resistenza? Cliccate: Cà di Gu zzo e troverete almeno due resoconti di partigiani coinvolti…60 umili eroi contro ben 350 nazisti-paracadutisti (erano in rotta, avrebbero ben potuto evitare il combattimento).Nelle due giornate e nottate di feroci attacchi i partigiani persero circa metà degli effettivi e i tedeschi ben 140 uomini…Caddero anche 4 russi con la stella rossa sul berretto….noti solo col nome….Giovanni Palmieri studente in medicina si prodigò per i feriti al punto di non voler seguire i compagni che avevano terminato le munizioni per trattenersi coi feriti subito giustiziati dai tedeschi inferociti, assieme agli sfollati inermi. Palmieri venne prelevato per curare i feriti tedeschi e poi freddato 2 giorni più tardi….Trovatevi l’ultima sua lettera a un amico (partigiano). Quella di Fenoglio è grande letteratura ma la nuda cronaca della battaglia di Cà di Guzzo, il fulgido eroismo che ne emerge sorpassano tutti i termini di paragone…

    • davide orecchio il 8 luglio 2015 alle 12:57

      Liquidare la prosa di Verri con quegli aggettivi mi pare, oltre che frettoloso, immotivato e ingiustificato. Ma opporre “la nuda cronaca della battaglia”, il resoconto di un testimone, ossia quasi la voce stessa della storia, a uno scrittore di trent’anni che solo con la sua lingua può rivivere e farci rivivere quei fatti (che altri strumenti non ha), mi pare persino ingiusto.



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