L’Atlante delle isole remote

7 luglio 2015
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di Marco Viscardi

L’Atlante delle isole remote di Judith Schalansky (edito da poco nell’edizione tascabile per i tipi di Bompiani, trad. di Francesca Gabelli) è un elegante e smilzo libro per pigri. Per chi ama guardare i paesaggi senza contaminarli con la propria presenza, per chi considera oltraggioso quanto non è contemplazione; un libro per i meditatori di carte geografiche.
Da qualche anno, per una serie di fortunate coincidenze, mi capita di passare i miei inverni su di un’isola minuscola e introversa collegata da un ponticello a un’altra isola, ancora più piccola, dal nome invitante, che ricorda la vita e il vivario delle intelligenze e dei conigli. Per mesi ho visto questa ulteriore isola dalla mia finestra, illuminata dalla differente luce dell’autunno, dell’inverno e della primavera, spesso sovrastata da Venere. Questo Atlante è un libro per me che non ho mai avuto il desiderio di superare quel ponticello, appagandomi di contemplare il dorso della piccola isola proibita, la dolcezza della sua baia che ricorda a chi la guarda il cratere del vulcano che vive sotto quelle stesse acque dove d’estate è quasi impossibile fare il bagno a causa della folla di villeggianti.
L’Atlante delle Cinquanta isole dove sono mai stata e mai andrò, come dice l’autrice nel sottotitolo del volume, è appunto un libro per contemplatori e pensosi solitari. Ed è un vero atlante, con tanto di cartine e indicazioni geografiche, gradi, meridiani e paralleli, ma è soprattutto un atlante culturale perché ogni isola è depositaria di una storia, di una parabola, di una distanza, di una mistificazione. C’è naturalmente Sant’Elena, ultima minuscola dimora dell’imperatore del mondo, dell’isolano cafone, di oscura origine, che volle farsi re di un continente intero, il còrso che passò scapigliato il ponte d’Arcole per poi incoronarsi, dopo una visita dal barbiere, davanti al pontefice e a una aristocrazia da lui creata. E poi c’è l’Isla Robinson Crusoe che, impariamo da questo volume, dista 630 chilometri dalle coste cilene – sì, le distanze vengono indicate in chilometri, anche se sarebbe più opportuno indicarle in miglia marine: questa è forse l’unica pecca del volume, ma un miglio marino corrisponde a 1.852 metri, basta farsi due conti. L’isola dell’inesistente Robinson è in realtà l’isola dove naufragò Alexander Selkirk, il vero marinaio scomparso che visse perduto su questo scoglio di quasi 97 km2, oggi popolato da 633 abitanti, con un atteggiamento ben diverso dal suo fantasma letterario. Se la godette in quell’altrove senza regole e convenzioni; oziò, rispettò la domenica, e scrisse un diario, che secondo l’autrice è naufragato fra le carte della Biblioteca statale di Berlino, ed è oggi introvabile.
E poi ci sono le isole non fatte per l’uomo, come St. Kilda, al largo delle coste scozzesi, dove per secoli i bambini appena nati morirono misteriosamente, senza che mai si sia potuta trovare una spiegazione. E adesso l’isola è disabitata, a differenza di Pitcairin, francobollo britannico di 4,3 km2 sperduto nell’Oceano Pacifico, dove i discendenti degli ammutinati del Bounty per secoli hanno continuato a violentare donne e bambini, rivendicando quei gesti come diritti consuetudinari ereditati dai loro padri. La natura non è buona, e tanto meno l’uomo. Una ulteriore conferma viene dall’isola di Saint Paul, 7 km2 a 3.000 chilometri di distanza dalle Antille; gli inglesi che vi sbarcarono nel 1875 trovarono solo due uomini: il governatore e il suddito, e sepolti nella loro baracca i resti del mulatto, che forse i due avevano divorato senza pietà né cattiveria. Un dramma beckettiano sperduto in quell’orizzonte assolato, nei deserti dell’Oceano Indiano. E poi ancora isole, e ancora storie, orizzonti, domande, utopie polverizzate e aspirazioni struggenti e irrealizzate a cui aggiungere, a matita, l’isola delle isole: Ferdinandea, l’effimera e scontrosa che emerse nel 1831 nel canale di Sicilia, prima di tornare nelle profondità di quelle acque alla fine dell’anno successivo, dando giusto il tempo alle diplomazie francesi, inglesi e borboniche di rivendicarne il possesso.
Alla fine della lettura, sfogliando nuovamente il volume, senza ordine, per vedere le isole, inseguirne con lo sguardo i contorni frastagliati, il succedersi delle alture, l’irregolarità delle baie e la bellezza degli atolli, di quel vuoto di mare con attorno barriere di coralli e madrepore, si sospetta un senso ulteriore e profondo del libro. Ma non nella bellezza della riproduzione topografica che occupa la pagina destra del volume, dell’isola riprodotta al centro di un mare color carta da zucchero, bensì nel minuscolo planisfero che introduce, stavolta sulla pagina di sinistra, in alto, sul bordo destro del foglio, la nuova isola descritta. In quella minuscola riproduzione del mondo, grande quanto una moneta da cinque centesimi, è sempre l’isoletta remota a occupare il centro della scena, sempre circondata dalla mastodontica massa dei continenti, i quali se ne stanno ai bordi, come presenze boriose e incombenti, eppure periferiche e inessenziali. Perché se è vero che negli atlanti che si rispettino le piccole isole sono indicate appena quali note a piè di pagina, cacche di mosca in riguardi separati, riprodotte con scale differenti rispetto alla madrepatria, perché troppo piccole per la scala dei giganti del pianeta; se è vero, insomma, che negli atlanti compiaciuti, compilati con severa precisione da cartografi militari, quelle isole rappresentano l’inessenziale se non l’inutile, qui occupano invece il centro della scena. Sono l’ombelico del mondo, Te pit o te Henua, come gli antichi abitatori di Rapa Nui chiamavano quell’isola che per noi occidentali prende il nome dal giorno in cui fu scoperta: l’isola di Pasqua, che dista dalle coste cilene il doppio della distanza che separa la mia casa napoletana dalla porta di Brandeburgo (ma in questo volume scopriamo che esiste anche un’Isola di Natale, che non è lontana da Java e non è popolata da renne, ma da granchi sessualmente maturi che cercano di raggiungere il mare, mentre eserciti di formiche impazzite tentano di impedirglielo).
Una terra sferica, irregolare, scabrosa come un geoide informe (forse più simile a una pera che a una palla da calcio) possiede infiniti centri, a seconda dei punti di osservazione, e da ciascuno di questi punti di osservazione, remoti e secondari, il mondo cambia, investito da uno sguardo diverso da quello totalizzante dei grandi centri. Leggendo questa raccolta di cinquanta apologhi su altrettanti luoghi irrilevanti, sentiamo che ogni punto smarrito nello spazio è il centro verso cui convergono tutte le storie del mondo; che il nostro passaggio su questo pianeta, anche lui inessenziale, è in bilico nella tensione di un’esistenza strabica e bifocale che ci tiene in ogni momento al centro e in periferia, nell’occhio del ciclone e lontano da tutto. Travolti nel naufragio delle cose e accolti nella tranquillità domestica in cui si può leggere questo strepitoso Atlante. Ci dice, questo libro smilzo di una designer trentenne nata in un paese che le carte non riportano più (la DDR), che non esistono gerarchie geografiche e quindi culturali, che siamo sempre lontani dalla meta e coi piedi alla fine del cammino. Che vicino e distante sono concetti ambigui e problematici: la bussola delle grandi narrazioni è saltata, le ideologie non stringono più l’irregolarità del paesaggio come meridiani e paralleli, ma in questa difficoltà a dire dove siamo resiste una più profonda libertà di quella del secolo che ci ha preceduto: una libertà dell’imprecisione che suggerisce un’etica del disorientamento ma non dello smarrimento. Un’etica che ci porta a scegliere volta per volta, sulla base della bussola incerta della coscienza, cosa fare, quale scelta intraprendere, verso quali lidi andare. Le luci del porto sono effimere e lontane, ingannevoli e fantasmatiche, esiste solo la navigazione e proprio la navigazione, se si hanno il coraggio e l’incoscienza di considerare le cose senza angoscia, potrebbe essere il seme della felicità.

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5 Responses to L’Atlante delle isole remote

  1. viola il 7 luglio 2015 alle 10:06

    concordo, un libro splendido, e cristallino

  2. diamonds il 7 luglio 2015 alle 18:19

    della stessa autrice ho desiderato leggere “Lo splendore casuale delle meduse” per ritrovare la luce primordiale dei suoi remoti rapporti

  3. Eclaro il 7 luglio 2015 alle 20:18

    Leggendo in questo bell’articolo di Viscardi di quest’opera dal sapore tutto particolare (e che ho prontamente provveduto ad acquistare), m’è sùbito sovvenuto quell’altro libro che a questo fa da controcanto, e cioè il Dizionario dei luoghi fantastici, edito per la prima volta nel 1980 (autori A. Manguel e G. Guadalupi), e che pochi anni or sono è risorto in veste fresca e locupletata per i tipi di Archinto. Chissà, forse l’autrice dell’Atlante s’è lasciata ispirare proprio da questo volume. In ogni caso, possiamo ben supporre che il fu Calvino (e tanti insieme a lui) accoglierebbe anche oggi a occhi spalancati un libro come questo.

  4. veronik il 10 luglio 2015 alle 17:53

    proprio questi giorni mi è capitato di sfogliare questo piccolo libro. nella stagione del turismo di massa e infausta avidità di “luoghi inesplorati”, questo libro offre un momento di sospensione meditativa salutare.complimenti e grazie.

  5. Marco Viscardi il 11 luglio 2015 alle 19:06

    vorrei aggiungere a corollario di quanto scritto due pezzetti: una poesia di Matthew Francis che ho letto da poco sul domenicale, e che mi sono cucito addosso:

    La terra è rotonda, avvolta dal mare come da un mantello inzuppato.
    Per qualsiasi isola lontana tu viaggi, scambiando lana per spezie,
    mari grigi per mari azzurri, il nostro sole di ottone per l’oro,
    ti troverai alla fine ad un passo da casa,
    come chi, mentre lava la polpa di una noce di cocco dal coltello,
    se lo lascia sfuggire dalle mani, a lato della nave,
    e gli scivola in acqua. Lo vede andare a fondo, più giù dei pesci
    che guizzano assieme, come se avesse le pinne anche quello,
    e sparire indistinto. Fuori ormai dalla vista,
    il suo coltello precipita attraverso il lucernario, davanti agli occhi
    della moglie, a casa, in Inghilterra, e si pianta nel tavolo in cucina.
    E lei lo riconosce, e sa d’un tratto che lui da qualche parte sta lì sopra.
    E devi tu sapere – quando viaggi – ch’è impossibile andare più lontano
    di un grande cerchio. Ma devi anche sapere
    che il mondo è assai profondo, e mai il ritorno è certo.
    (Matthew Francis, Della Circumnavigazione – Mandeville 2010 trad. Oliviero Pesce)

    e un brano di stupefatta perfezione dal King Arthur di Henry Purcell:
    https://www.youtube.com/watch?v=3x1_o33Us7g



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