Braccia rubate (al cinema) – atto I

18 luglio 2015
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BRACCIA RUBATE LOCANDINA_BY Irma Vecchiog

 

Presentando il mio ultimo romanzo («L’età definitiva», Liberaria Edizioni: https://www.youtube.com/watch?v=6xHNTfCLcBI) mi capita spesso che mi chiedano quale sia la differenza tra scrivere un libro e realizzare un film. Io rispondo sempre, più o meno, con le stesse parole, ovvero dicendo che entrambe le pratiche nascono dalla medesima urgenza, che è quella di costruire mondi in cui vivano personaggi in un dato spazio/tempo, seppur ogni linguaggio abbia codici propri e tecniche specifiche. E ogni volta che rispondo in modo così saggio e banale, mi viene voglia, invece, di urlare un’altra verità, di ammettere cioé che non è così, che non si tratta della stessa urgenza, ma che la scrittura è una pratica solitaria, in qualche modo alienante e nostalgica, che ci ripara e ci esclude dal mondo (così come la lettura), mentre fare cinema (o guardare un film), al contrario, ci concilia col mondo, nasce dal desiderio di prendere parte, di emozionarsi nel presente. Ma una volta espressa, questa idea così perentoria, vorrei ritrattarla. Per uscire da questa impasse, mi sono confrontato con alcuni amici cineasti, chiedendo loro quale rapporto abbiano con la letteratura, se scrivano perché la scrittura è, in fondo, un modo di fare cinema « no budget »  o se siano mossi da altre necessità. E loro mi hanno risposto inviandomi dei racconti inediti, bozze (di sceneggiature e di soggetti) rimaste o destinate allo « stato  letterario», che ho deciso di pubblicare  su Nazione Indiana, dedicando la rubrica Braccia rubate (al cinema) agli amici miei, al bisogno disperato di stare al mondo e di evaderne al tempo stesso, di vivere e di guardarsi vivere.

Ecco il primo racconto della rubrica, corredato da una breve bio-filmografia dell’autore e da un link a un film che evoca il testo (o viceversa). Le prime braccia rubate sono quelle di Edoardo Morabito con la sua storia alcolica di giornalacci, baretti e déjà-vu.

 

 

ATTASSO: L’OCCHIO CHE UCCIDE

di Edoardo Morabito

 

 

Una volta uno scrittore ha detto che il giornalismo consiste nel diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, essere molesti. Il resto è propaganda. E visto e considerato ciò di cui mi ridussi a occuparmi negli ultimi anni al giornale, si può ben capire come avessi del tutto perso la passione per il mio lavoro. Sebbene fossi sempre stato un amante delle culture locali, scrivere per raccontare le sagre di paese o per elogiare quei ridicoli omuncoli obesi con la minchia sempre a sbrodolare e il lessico ripugnante che ricoprivano le varie cariche comunali – cavalieri senza peccato del cui impegno profuso per la prosperità della città il popolo doveva essere messo a conoscenza – non rappresentava esattamente il mio ideale di giornalismo. Ma l’affitto toccava pagarlo, e i vecchi ideali toccava rimisurarli con la condanna a una mediocrità quotidiana da cui non sembrava possibile trovare riparo.

Questo fino a quando la mia posizione al giornale non fu ritenuta sacrificabile, in termini di bilancio. Fu allora che ritrovai la libertà e con essa anche la depressione. Era stato facile invocare gli ideali disattesi come motivo d’infelicità, prima che il vuoto ideale mi risucchiasse per davvero. Senza lavoro, non riuscivo a dare forma a niente: né alle mie giornate, né alla mia disperazione. In una silenziosa e ovattata esplosione mi vidi sbrindellato nei mille frammenti che di me volarono impazziti dappertutto. Ve n’erano sparsi in ogni dove nella strada sotto casa, sul tetto dell’ascensore, nei percorsi tra la mia psiche e tutto ciò che era fuori, dentro alle tasche. La depressione si attaccava ai palazzi, imparai, si avviluppava alle forme che tutt’intorno creano l’illusione di una realtà fatta di balconi, palazzine anni Sessanta, piazze, voragini, semafori, marciapiedi impazziti. Una città che rifletteva la mia assenza e da cui dovevo nascondermi. Per mesi mi chiusi in casa. Persi gli amici, gli aperitivi.

Poi un giorno, come tutto era cominciato, tutto finì. Bastò che Andrea, il più affezionato tra i miei colleghi, cominciò a farmi visita tre volte a settimana. Ricordo che passeggiavamo, come si ricorda il primo raggio di sole intravisto nell’idea dell’infanzia, un sogno rimasto ad aspettare il ritorno della primavera, il coraggio di mettersi le scarpe.

Dai balconi le stanze si aprivano al tiepido sudore primaverile lasciando scorgere dalla strada lenzuola, cassettoni, fugaci movimenti di corpi che si davano da fare per l’appartamento gravitando lievemente.  Lampade accese che impallidivano al contatto con la luce sempre nuova del sud che, dalle finestre, ora si ricordava pure di loro, degli abitanti del centro storico di palazzi attagliati l’uno con l’altro in un groviglio di spigoli e prospettive confuse, figli di un’edilizia caotica e spontanea che aveva creato vanedde: stretti vicoli in cui il sole arrivava a spicchi e solo in alcuni momenti della giornata. D’improvviso la luce irrompeva netta e rivelatrice, giungendo a riscaldare quei profili in penombra, volti nascosti da una tendina o da un vaso, una reminiscenza d’inverno, pronti a saltare giù, per strada, ansiosi di meravigliarsi e farsi scoprire.

Bastarono quelle chiacchierate, la voglia di farmi salvare e la mia vicenda, a raccontarla così, passeggiando sotto il sole di una domenica di maggio per la via principale della città, s’allontanava da me in maniera inaspettata, come se stessi raccontando la trama di un film. E proprio come si realizza lo sviluppo di un personaggio soltanto una volta usciti dal cinema, mi sembrava di comprendere soltanto adesso ciò che m’era capitato. Ero tornato al senso vitale di due gambe che semplicemente camminano, a delle mani intente a tracciare nell’aria i ricordi mimando i pensieri, qualcuno che ti ascolta e il tuo vuoto che sorride ricomponendosi passo dopo passo.

Per la via il solito passeggio di giovani uomini cacciatori era intensificato dal bel tempo. A piccoli gruppi percorrevano avanti e indietro la via osservando le ragazze che, anche loro a gruppi di tre o quattro, calcavano le basole innerite dal tempo, dai passi che erano stati delle loro madri e delle loro nonne in un rito di comunione che al sud ancora si manteneva, eterno. Ogni loro gesto era alluso alle attenzioni di quegli uomini che ridevano sotto i baffi, se una di loro rispondeva a uno sguardo fingendo di farlo di nascosto, per poi comunicarlo alle compagne e scrosciare in fragorose risate che risuonavano tra i denti come armonici squillanti. Gli amanti già insediatisi, invece, si baciavano agli angoli del marciapiede affollato di pretendenti. Isolati, riparavano la propria conquista dalle mani vogliose e pronte ad arraffare di quella consistente parte di mondo che non conosce l’amore e che arranca nella tristezza di un desiderio mai appagato.

Entrammo nell’unico bar che trovammo aperto.

Il barista era uno di quelli esageratamente allegri e conviviali. Calvo al centro della testa, era magro di una magrezza che sembrava artificiale, come se un tempo fosse stato obeso e poi dimagrito con la forzatura di una dieta feroce. Questa sensazione veniva alimentata dal suo viso gaio ma incavato e dai pantaloni che indossava di almeno due taglie più grandi del necessario. Aveva dei folti baffi che ridevano allargandosi assieme ai movimenti spensierati di tutta la sua corporatura imponente. Probabilmente, pensai, doveva essere già ubriaco alle quattro del pomeriggio.

Ci portò due grappe che riempì abbondantemente. -Le migliori! Disse con la sua voce baritonale, -Gustatevele con calma. Poi, abbassandola teatralmente: -Il tempo finché c’è, non manca! L’uomo versò da bere un po’ di grappa anche per sé, appena un dito, e alzò il bicchiere fissandomi negli occhi come se mi cercasse dentro, con decisione ma discretamente. Brindammo e lui tornò dietro il bancone. Non era ubriaco, ma soltanto allegro.

Non saprei spiegare il perché, ma lo sguardo che l’uomo mi rivolse mi colpì particolarmente. Sembrava che alludesse a qualcosa, qualcosa che avrei dovuto sapere e che invece mi sfuggiva. Era come lo sguardo di un vecchio amico che ti conosce meglio di te, ti incontra dopo anni e la sensazione è quella che custodiate lo stesso segreto: il segreto di una vita codificata insieme, senza ancora le barriere che condannano gli uomini alla loro impenetrabilità, prima ancora che l’età adulta vi avesse modellato secondo i criteri di una più ragionevole esistenza al riparo dalle incertezze e dall’ingenuità.

Andrea continuava a raccontarmi di ciò che era successo in redazione nei mesi della mia assenza: noiose informazioni sulla stagista che s’era portato a letto, questo o quello che era stato licenziato a causa della carenza di finanziamenti che comportava un inevitabile dimezzamento del personale, la pagina culturale sostituita da una rubrica di costume in cui si raccontavano i gossip sulle divinità dello spettacolo che tanto interessavano i lettori. Ma la mia attenzione era interamente canalizzata dal barista. Lo osservavo con la crescente sensazione di conoscerlo, sebbene non ricordassi dove come e quando potevo averne fatto la conoscenza. Mi aggrappai alla sua voce cercando di collocarla in qualche scaffale impolverato della mia memoria, ma niente. Lui, sentendosi osservato, a volte mi guardava con quei suoi occhi che a prima vista sembravano allegri, ma che nascondevano un livore forse, un disagio indefinito ma cordiale, un’angoscia profonda che in superficie assumeva i tratti di una scomposta goliardia. Le sue ciglia erano lunghe, come quelle di un clown, le pupille lucide e pulsanti, e continuava a fissarmi con una specie di folle e ingiustificato rimprovero.

– Hanno fatto fuori pure il critico cinematografico, mi informò Andrea mentre il barista conversava con un vecchietto che verosimilmente doveva passare la maggior parte della sua giornata in quel bar, a leggere il quotidiano per poi discutere dei contenuti con gli astanti.

– L’hanno sostituito con un curatore di rubriche mondane. “Dobbiamo eroicamente abbassare il budget della cultura!”, gli ha detto il direttore, “e dare maggiore spazio a contenuti più leggeri. Massificare i contenuti culturali per propinarli sotto forma di servizi di costume e altri pezzi facili da ingurgitare sul bus o in metropolitana È necessario abbassare le ambizioni intellettuali per aumentare il numero dei lettori, mi capisci, vero?”. Il tono con cui il direttore gli comunicava la morte della sua rubrica era solenne, come se si trovasse al funerale di un’importante capo di Stato. “No! proprio no!” gli ha risposto lui uscendo dallo studio urlando che il problema non erano gli italiani, che pure ignoranti lo erano senz’altro, ma i direttori di giornali come lui.

Ora il barista aveva abbandonato il vecchietto col giornale e s’era affacciato dall’ingresso del bar, appoggiandosi con la spalla destra allo stipite. Osservava in strada il via vai di quella domenica pomeriggio. Allora ricordai, perfettamente.

– Andrea, ricordi il servizio che feci sul primo Gay Pride che s’è tenuto in città?

– No.

– È stato dieci anni fa. Era un evento importante e proposi al direttore di fare delle riprese video per quell’occasione.

Andrea controllò il telefonino che gli era squillato per un messaggio. Forse la stagista.

– M’ero dimenticato di caricare la batteria, il giorno prima, così entrai in questo bar e mi sedetti proprio in questo tavolo, vicino alla presa. Ordinai un caffè e siccome il corteo era già cominciato, registrai il passaggio dei manifestanti da questo punto di vista. Il barista s’era affacciato per osservare quella gente festosa e stramba, proprio dal punto in cui si trova in questo momento, entrandomi nell’inquadratura.

Andrea si voltò verso l’ingresso del locale, dove il proprietario stava immobile, nella stessa posizione di dieci anni prima. Io ero folgorato, chissà perché, da questo ricordo che si ripeteva esattamente nello stesso modo. Un déjà-vu reale, non uno scherzo della mente, bensì un episodio della vita che ritornava a tanti anni di distanza con la precisione di una premonizione, di un fatto magico che probabilmente non doveva avere nessun significato, ma che riempì quel momento di una poesia strana, inafferrabile, che a raccontarla non sarei stato buono e che probabilmente non avrebbe attratto l’attenzione di nessuno, così come non colpì l’immaginazione di Andrea.

Il barista sputò per strada prima di rientrare, ma lo fece con garbo, senza volgarità, come se invece di scagliare la propria saliva rancida sul marciapiede avesse fatto l’inchino a una dama che gli passava davanti. Decisi di dirglielo, del video, e se avesse voluto gli avrei portato una copia. Era come se avessi privato quell’uomo di una parte della sua esistenza, che poteva interessargli o lasciarlo nella più legittima indifferenza, ma che non avevo certo il diritto di nascondergli negandogli così un luogo, uno spazio e un tempo del passato dove lui era stato: una vita che egli aveva vissuto, pur non sapendolo.

Quando l’uomo passò accanto al nostro tavolino lo fermai. Non ricordò con esattezza l’evento sino a quando non gli dissi la data esatta. -Come no! Porco il clero… fu quel giorno che cominciarono tutti i miei guai.

Perse tutta la sua allegria e mi fissò cercando di decifrare la mia identità, col segreto timore che la mia persona potesse rappresentare una minaccia. Indietreggiò di qualche passo, aumentando la distanza di sicurezza. Come me, anche Andrea calò in un silenzio di smarrimento. Il gioco di quell’atto magico a cui io avevo dato forse sin troppa importanza e che aveva fatto sorridere il mio amico di un affettuoso compatimento nei miei confronti, forse pensando che la ritrovata vitalità doveva esasperare in me la percezione emotiva di ogni singolo e insignificante evento, assunse per entrambi un senso di gravità imprevisto che gestimmo nel silenzio più assoluto, mettendoci in ascolto.

– Non fosse mai arrivato quel giorno. Quella sera chiusi il locale come sempre, alle nove. A quei tempi avevo altri due locali sparsi per la città, oltre a questo, e avevo l’abitudine di raggiungerli a piedi per chiuderli e poi tornare a casa non prima delle undici. Lavoravo come un maledetto e quella passeggiata notturna era il mio unico, vero, momento d’intimità della giornata. Mia moglie si lamentava sempre del fatto che potessi dedicarmi a loro solo il fine settimana. Ma io dovevo lavorare, giusto? O no? Come avrei fatto a mantenerli a lei e ai due figli se non lavoravo? Questo, mio padre mi ha insegnato: la serenità di un uomo è la misura della sua felicità, e per la serenità di un uomo è necessaria la serenità della propria famiglia. E io questo facevo, mica altro! Pensavo a loro, solo a loro.

L’uomo diventò cupo, perdendosi in un silenzio che doveva lasciare in profondità per sopravvivere, durante le sue giornate, e che il ricordo ora rendeva assordante. Riacciuffò i propri occhi dal vuoto in cui erano sprofondati e me li rivolse contro. Supplichevoli, sembravano invocare ai miei la conferma che si trattasse di verità: che le sue erano parole di cui non si potesse dubitare e che quel pensiero avesse davvero condotto tutta la sua vita, rendendolo un buon cristiano. Sarebbe stato semplice, in fondo, vivere, finché gli fosse riuscito di perseguire questa unica, fondante e tutto sommato elementare idea.

– Anche quella notte mi incamminai verso il locale che avevo alla scogliera. Per raggiungerlo ero costretto a passare da strade larghe e buie, dove neanche i cani osavano avventurarsi. Mi trovavo vicino a dei cassonetti, quando quel ragazzo sbucò fuori dal buio. Voleva il portafoglio: il mio portafoglio. E io non ero certo disposto a darglielo, a quel ragazzino che non avrà avuto neanche vent’anni. Non riuscivo nel buio a distinguere bene il suo volto, ma doveva avere più o meno l’età di mio figlio. Lui aveva più paura di me e vedendo che non cedevo afferrò un’asta di legno chiodata che qualcuno aveva buttato, lasciandola per terra vicino al cassone. Mi colpì nel fianco con tutta la forza che aveva in corpo. Mi assestò un colpo così forte, che se solo fossi stato più esile mi avrebbe senz’altro accasciato a terra. Allora gli tolsi il legno dalle mani e cominciai a inseguirlo mentre scappava, con i suoi neanche diciott’anni buttati nel cesso. Era proprio un ragazzino. Mi toccai il fianco, ma non mi sembrò nulla di grave. Continuai il mio giro per andare a chiudere i locali.

Passarono i giorni e il dolore a poco a poco svanì. A mia moglie non avevo detto nulla riguardo l’accaduto. Lei si impressionava troppo facilmente, era il tipo da cominciare a tempestarmi di telefonate durante quel tragitto che percorrevo ogni notte prima di rientrare a casa, vivendo ogni sera con l’ansia, se solo glielo avessi detto. Inutile darle preoccupazioni. Le giornate passarono normalmente e neanche io pensai più all’accaduto. E così passarono i mesi.

Un giorno notai che m’era spuntato un bubbone proprio sul fianco, vicino a dove mi aveva colpito il ragazzo, ma non proprio nello stesso punto e così non collegai gli eventi. Lo feci vedere a mio fratello, una sera che venne a trovarmi al bar. Mi consigliò di farmi dare un’occhiata da un dottore e mi mandò da un tale, uno che prende a cuore i pazienti, mi aveva assicurato. Il dottore mi pronosticò un tumore in stato avanzato che in sei mesi al massimo mi avrebbe fatto fuori. Ero spacciato. Non so dirvi con esattezza come mi sentii in quel momento. Mi chiusi sempre più in me stesso e persi la voglia di lavorare. A casa inizialmente non s’accorsero di niente. Non ci vedevamo che la domenica, quando la mia stanchezza dopo sei giorni di lavoro era più che giustificata, e al bar era facile sbarazzarsi dei commenti di interesse verso la mia salute, espressi dai clienti che mi vedevano incupire ogni giorno di più. Dopo averli completamente abbandonati per quattro mesi, ho dovuto chiudere gli altri due locali, il ristorante alla scogliera e il pub sotto il castello. Ormai passavo le mie giornate in questo bar. Conosco tutta la gente del quartiere qui, perché ci lavoro sin da bambino. Era il bar di mio padre, questo.

Io e Andrea eravamo paralizzati, come due bambini a cui si racconta una storia paurosa prima di andare a letto. Le nostre coperte che ci tiravamo su per nascondere il viso impaurito erano le sigarette che divoravamo senza smettere di ascoltarlo, la grappa che continuavamo a versarci dalla bottiglia che il vecchio aveva lasciato sul tavolo. Naturalmente pensai a mio padre per un attimo, morto di cancro cinque anni prima, ma fu come se fosse un passante nel fondo del bar, uno che si muove lontano, sommerso da rumori di bicchieri e auto, lascia una mancia sul bancone dove ha consumato il suo caffè e poi s’avvia verso l’uscita. Andrea ogni tanto prendeva a osservare il pavimento, come se fosse stato lo schermo in cui veniva proiettato il film che l’uomo ci stava raccontando.

– A mia moglie e ai miei figli non avevo detto niente. Non volevo che passassero sei mesi con un morto che cammina, per Dio. Quale dolore avrebbero provato guardandomi mentre volavo via senza che potessero fare niente per trattenermi? Se ne sarebbero accorti, del resto, nel momento in cui avrei cominciato a lasciarmi andare nel fondo di un letto. È così che capita. A che serviva tormentarli con un male senza rimedio?

Che gli affari con gli altri due locali fossero andati male era un fatto che poteva capitare, ma mia moglie non la prese bene. Non fu solo questo, probabilmente, ma credo che il fallimento del lavoro ebbe un ruolo decisivo, nel modo in cui cominciò a guardarmi e a trattarmi, a un certo punto. E assieme ai locali persi pure la mia famiglia. Li evitavo, forse per reggere la fatica del mio maledetto segreto. Neanche la domenica li vedevo più ormai, avevo cominciato a tenere il bar aperto anche il fine settimana. Senza che neanche me ne accorgessi mio figlio cominciò a non parlarmi più, e mia moglie cominciò a nutrire per me un disprezzo che in quel momento passò in secondo piano, come tutto il resto, d’altronde. Fino a quando non prese la sua roba e se ne andò da sua madre, assieme ai ragazzi.

Io non mi ribellai a quella decisione, forse perché era una buona soluzione, dopotutto: li avevo staccati da me dolcemente, o almeno più dolcemente di quanto avrebbe fatto una morte improvvisa. Pensavo che perdermi in questo modo, in seguito a quella che era stata una loro libera scelta, la scelta di non vivere più con un uomo intrattabile e assente, sarebbe stato il modo più facile per dimenticarmi e farsi un’altra vita. Li avevo salvati dal dolore, ma il prezzo era stato alto. Avevo dovuto sacrificare l’unica cosa che sarebbe sopravvissuta alla mia disgrazia: il ricordo che avrebbero conservato di me nel tempo. Chissà se in futuro, quando non ci sarei stato più, avrebbero capito il mio gesto d’amore e dal ricordo ne sarei uscito nobilitato, ristabilito l’affetto per me. Intanto io vivevo in un mondo in cui non c’era spazio per nessuno, in una cappa di vetro dove esisteva unicamente l’ossessione per la morte che stava correndo forsennatamente verso di me. Nella mia percezione la realtà si ridusse a un dettaglio con cui non mi relazionavo se non con gesti meccanici. Aprire il locale, ordinare la merce, fare i caffè, rispondere alle domande sul meteo dei miei clienti o sulla politica del paese. Ero già dentro la bara e non me ne accorgevo. La mia nuova ossessione era tale da non farmi accorgere che in tutti quei mesi le mie condizioni fisiche non erano mai peggiorate. M’ero immaginato di cominciare a claudicare, a un certo punto, di venire sopraffatto da debolezze e malesseri vari, ma niente. Mi guardavo e il mio corpo non era che un pupazzo inanimato che presto si sarebbe spento del tutto. Non provavo più nessun attaccamento a lui, tanto da non essermi accorto di nulla: né di stare ingrassando schifosamente, né del fatto che nessun nuovo sintomo arrivava a confermare la mia malattia. Ma col tempo questo isolamento divenne insostenibile, anche per me che ero già morto. È incredibile come la vita faccia di tutto per rimanere viva, dentro di te. Tu ti arrendi? E lei s’inventa sempre nuove soluzioni che noi magari non capiamo, all’inizio, ma che sono dei processi necessari a tenerci in vita. Qualcosa dentro di noi lotta inspiegabilmente per la sopravvivenza, anche contro la nostra volontà. Un giorno, per la prima volta dopo mesi, sentii il desiderio di parlarne con qualcuno. Fino a quel momento non avevo detto a nessuno di avere i giorni contati. Ne parlai con Pippo, una sera, a quel tavolo.

L’uomo indicò con la testa, ma senza guardarlo, il vecchietto che leggeva il giornale. Non aveva bisogno di accertarsi che quello fosse seduto lì, al suo posto come sempre, a sfogliare le grandi pagine del quotidiano mentre beveva un amaro che sembrava interminabile.

– “Ma come! I dottori sono come le donne!”, mi disse. “Bisogna provarli tutti per sapere qual è il migliore”. Mi convinse a farmi vedere da un secondo dottore. “Non è niente”, mi disse quello. “Era soltanto un grosso ematoma, un grumo di sangue che s’era rappreso”. Mi tornò in mente allora il colpo di bastone preso dal ragazzo, e glielo dissi. Mi indicò la lastra. “Vede? Sta scomparendo. Tra pochi giorni non avrà più niente. Certo, se l’avesse curato le sarebbe passato molto prima”.

Io e Andrea ci rilassammo in un sorriso, emettendo un sospiro di sollievo per uno. Andrea si accese una sigaretta e mi porse il pacchetto per prenderne a mia volta.

– Non potete immaginare la gioia che provai. Tornai a casa ballando per la contentezza. Andai da mia moglie e le raccontai tutto, di corsa, senza riprendere fiato. Gli dissi di come per mesi non avevo detto niente, del terrore in cui avevo vissuto per tutte quelle settimane e che non era niente, niente per Dio! Le dicevo che la nostra vita sarebbe ripartita, le chiedevo scusa per tutto il dolore che avevo recato a lei e ai ragazzi. Ma la sua faccia non perse mai quell’espressione di severità con cui aveva deciso di annullarmi dalla sua vita, ormai. Rispose che la mia situazione non era molto migliore da sano cinquantenne quale m’ero rivelato essere, piuttosto che da malato terminale. Che le avevo mentito per tutto quel tempo, a lei e ai suoi figli, e che oramai non sarebbe riuscita ad avere più alcuna fiducia in me. Come potevo sperare che tornassimo ad essere la famiglia di un tempo, dopo che gli avevo mentito su una cosa così importante? E anche ammesso che lei fosse riuscita a dimenticare l’inganno, tutte quelle mie menzogne perpetrate per mesi, come avrebbe potuto rivalutare l’essenza di un uomo che nel dolore s’era mostrato egoista e malvagio?

– Ma neanche sua moglie, a quel tempo, ha fatto niente per cercare di capire la sua condizione!

Andrea irruppe violentemente, mostrando un’invadenza che reputai fuori luogo, ma che doveva scaturire da un sincero impulso di empatia. Anch’io provai rabbia, una rabbia vaga che non riusciva ad avere una collocazione chiara all’interno del racconto. Verso chi provarla? Per la moglie tradita ma irremovibile, o per quell’uomo che vigliaccamente era fuggito dal confronto con i suoi cari, precipitando in un vortice di dolore che aveva distrutto la sua vita, proprio nel momento in cui questa era tornata a impossessarsi di lui?

L’uomo si fissò una scarpa. Ogni muscolo del suo viso era immobile, proteso verso un passato irredimibile. Guardò Andrea col compatimento che si prova per l’ingenuità di un bambino.

– Vedete cari signori, il fatto è che ancora oggi io non so quanto lei avesse torto o ragione. Non riesco a tornare a quei mesi con la lucidità necessaria per comprendere ciò che successe. L’unica cosa che so, è che qualcosa è successo. Non saprei dirvi perché non parlai mai a mia moglie del mio problema, né se questa storia m’ha liberato dal mostro che avevo in casa, oppure se ha svelato al mondo il terribile mostro che ero io, perché no. Oggi la mia famiglia mi manca, si, ma non sono infelice. Sto qui nel mio bar a parlare di politica o di sport, ma con gli occhi ben serrati in quelli del mio interlocutore del momento, occhi che non mentono perché nessuno di loro ha niente a pretendere da me, se non un buon caffè o un cappuccino. E se il caffè non gli dovesse più piacere, cambierebbero bar senza troppe spiegazioni.

Riemerse come da un sogno, i suoi occhi tornarono presenti e s’accarezzò i baffi con un lento gesto della mano. In quel momento un uomo entrò silenziosamente e senza guardare nessuno di noi si andò ad appostare al bancone, che prese ad osservare aspettando qualcuno a cui ordinare il suo caffè.

-Arrivo, signore!-.

Il barista prese il posto che il cliente s’era aspettato che qualcuno occupasse, senza porsi domande. Né l’avventore s’era guardato intorno per cercare un cameriere. Aveva giusto aspettato, con la certezza che qualcuno sarebbe arrivato. Il vecchio sfoderò un sorriso e gli preparò un buon caffè.

Conosci il pittore Oskar Kokoschka?

La voce di Andrea emerse come da un sogno che mi intratteneva ancora dentro le sue reti.

– Chi?

– Kokoschka.

– No.

Cercavo di mettere a fuoco il locale, ancora. Il racconto del vecchio mi aveva turbato non poco.

– Era un pittore del periodo della psicoanalisi, Freud e tutto il resto. Una volta ritrasse uno psichiatra, Auguste Forel, e lo raffigurò con i sintomi di una paralisi. Auguste probabilmente si offese, perché non accettò in dono il quadro che l’amico gli aveva fatto, forse irritato da quel problema fisico che il pittore gli aveva attribuito. Due anni dopo però lo psichiatra fu davvero colpito da una paralisi. Non solo, Kokoschka immortalò pure uno scrittore, Kanikowski, mi pare si chiamasse, come se fosse sull’orlo di una crisi psicotica, che gli venne per davvero poco tempo dopo la fine del quadro.

– Hai troppa fantasia, Andrea. Dovresti scriverci un racconto.

– È storia, questa.

– A me pare fantasia. Oppure una nuova forma di attasso.

– Esatto! Una specie di mavaria, di malocchio. Non sai che gli indigeni uccidevano i fotografi occidentali quando questi gli fotografavano il gregge? Li accusavano di furto. Pensavano che fotografando le bestie gli rubassero l’anima. E li facevano fuori.

– Superstizioni primitive. E non vedo il nesso col pittore.

– In effetti no. Nel suo caso forse l’artista semplicemente era in grado di individuare nei suoi modelli ogni segno di debolezza. Non si può prevedere il futuro, certo, ma immaginarlo in base alle condizioni del presente, sì.

– Che c’entra tutto questo con il mio servizio sul Gay pride per il giornale?

– Non so, ma è davvero strano. È come se tu riprendendo il barista con la tua telecamerina l’avessi ucciso, o gli avessi rubato l’anima, insomma. Ci pensi?

L’uomo che aveva ordinato un caffè se ne andò com’era arrivato: guardando i propri passi sul pavimento. Il barista tornò sorridente al nostro tavolo. Si versò della grappa e ci indusse a brindare ancora. In quel momento gli afferrai il braccio stringendogli con affetto l’avambraccio sinistro. Lo feci di scatto, senza aver avuto l’intenzione di farlo. Ovvero senza averlo pensato, prima di compierlo, quel gesto.

 

FINE

 

Edoardo Morabito (Catania 12/02/1979). Nel 2003 frequenta il corso di montaggio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nel 2013 vince il premio come “Miglior Film” al 31 TFF, con il documentario “I fantasmi di San Berillo”, da lui scritto, diretto e montato. Con lo stesso progetto vince nel 2010 una menzione speciale al Premio Solinas, sezione Documentari.  Nel 2014 il suo progetto “Il corso di sopravvivenza”, è finalista al Premio Solinas, sezione Documentari. Come montatore ha montato, tra gli altri, il film “Belluscone. Una storia siciliana”, di Franco Maresco, vincitore nel 2014 del Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, sezione Orizzonti, e il David di Donatello nel 2015 come Miglior Documentario Italiano. Sempre con Franco Maresco ha montato “Io sono Tony Scott. ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”. Nel 2014 e nel 2015 ha insegnato montaggio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, sede di Palermo.

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Notable Replies

  1. Paolo says:

    bel racconto! bella riflessione sull'incomunicabilità e l'inevitabile solitudine. molto suggestivo, ben scritto e profondo. bella anche la riflessione sulla forma della città e quanto questa determina la nostra vita.

    mi piacque assai questo passaggio:
    "Fu allora che ritrovai la libertà e con essa anche la depressione. Era stato facile invocare gli ideali disattesi come motivo d’infelicità, prima che il vuoto ideale mi risucchiasse per davvero. Senza lavoro, non riuscivo a dare forma a niente: né alle mie giornate, né alla mia disperazione. In una silenziosa e ovattata esplosione mi vidi sbrindellato nei mille frammenti che di me volarono impazziti dappertutto. Ve n’erano sparsi in ogni dove nella strada sotto casa, sul tetto dell’ascensore, nei percorsi tra la mia psiche e tutto ciò che era fuori, dentro alle tasche. La depressione si attaccava ai palazzi, imparai, si avviluppava alle forme che tutt’intorno creano l’illusione di una realtà fatta di balconi, palazzine anni Sessanta, piazze, voragini, semafori, marciapiedi impazziti. Una città che rifletteva la mia assenza e da cui dovevo nascondermi."

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