La libreria del latinista

31 luglio 2015
Pubblicato da

di Stefano Biolchini

Anche quel sabato uguale a tutti gli altri Adele aveva per prima cosa riassettato con precisione millimetrica il rullo degli scontrini nel registratore di cassa. Lo faceva con grazia quasi materna, lei che non aveva figli, facendo slittare le dita fino a sentire appena un roco click. Si era poi aggiustata i capelli che le si erano abbarbicati fin sopra gli occhiali con una infastidita smorfia meccanica che coinvolgeva la mano e anche i più piccoli muscoli della faccia, per poi riallineare, una dipresso all’altra per colore ed altezze, le penne sul banco. Scivolando da dietro allo sgabello di legno aveva afferrato il piumino che faceva di lei la vestale consueta di tutti quei libri. Passava e ripassava sminuzzando in poltiglia invisibile i granelli impercettibili ai clienti, ma non al suo occhio attento, che si erano accumulati durante la settimana.

Appena un sabato prima aveva fatto le stesse cose tra i ripiani di saggistica e sui volumi incellofanati di narrativa come sui tavoli che scorrevano quasi incessanti dall’ingresso alla parete maestra, con le novità del mese impilate in bella mostra e con i più venduti che si allungavano in cattedrali gotiche facendo d’angoli acuti equilibri inaspettati che appena il soffio di una carezza o, peggio, lo sbadato sfiorare di una borsa o di un’anca maldestra, avrebbero reso in fragore di crollo. E fu il piumino agitato a rovesciare dal fondo di un ripiano appena in aggetto una lente che sbattendo prima su un volume e poi sul pavimento di vecchi ottagoni a scacchiera si scheggiò appena su un lato. Adele fu lesta a raccoglierla, e con fastidio l’occhio fissò sconsolato la minuscola abrasione che aveva ferito quel cerchio trasparente.

La lente del professore” disse innalzando la voce in solitaria fino agli acuti, “l’avevamo tanto cercata, e con quanta cortesia mi si era raccomandato”.

Le venne in mente che non lo vedeva da mesi, mentre il suo cervello si alambiccava sui perché e sui per come non la avessero trovata allora, e come avesse potuto resistere così a lungo alle sue attenzioni serrate e costanti. Quasi rimproverandosi, ne fu infastidita per aver così tanto mancato al suo imperativo d’ordine e pulizia che le rendeva in fondo tutto più stancante, e dio sa quanto se ne lamentava, eppure così rassicurante. Così pensava, quando le tornò alla mente che il professore abitava anche lui nella via San Vittore, appena dall’altro capo. Era stata Pina la portinaia che una volta, vedendolo passare davanti all’ingresso mentre lucidava gli ottoni, le aveva raccontato della moglie, quella signora così raffinata con i guanti all’uncinetto e il cappello e le spille di draghi e serpenti, che era una delle Visconti, proprietaria di gran lignaggio dell’antico palazzo con lo stemma consunto sbeccato e illeggibile appena sopra il portone di legno laccato di verde lucente.

Quella sì che è una vera signora” aveva detto la vecchia Pina “e io che dal mio oblò le vedo tutte sfilare, me ne intendo di signore raffinate dopo quarant’anni di portineria” aveva poi aggiunto accrescendo la propria autostima.

Glielo doveva. Con lei poi era stato sempre molto gentile, e i cinquanta euro di mancia a Natale il professore e gran latinista non li faceva mancare mai, sicuri come il giorno e la notte. Era forse il miglior cliente della libreria, non aveva dubbio. E poi ne era curiosa: sarà stato male, pensava, non volendo neppure badare al peggio che le passava per la mente. “Lo avrebbe saputo” si consolò, “no, forse era solo partito”. “Ma poi per dove e senza passare in libreria per i nuovi arrivi” questo poi le risultava così strano! E la moglie che tanto le piaceva, non la vedeva da molto, pensò.

Subito si risolse.

Alla chiusura di colazione avrebbe abbassato la claire, rinunciando a mangiare composta sul tavolino del retrobottega le polpette che aveva portato da casa, e il professore avrebbe così riavuto la lente del suo monocolo d’oro.

Peccato solo per quella piccola fêlée”. Lo diceva tra sé e sé, nominandola in francese, per paura di accrescerla, la vigliacca rovinosa appena sul bordo, quasi a renderla leggera nella parola e quindi impercettibile. “Che peccato davvero”, rimuginava.

Alle 12 e trenta in punto chiuse il negozio e si avviò.

Il passo veloce e la lente ben sistemata in un fazzoletto di lino con la A ricamata da sua madre e i lembi ripiegati all’indietro giusto a lasciare l’iniziale in vista. Il palazzo doveva essere quello, lo intravedeva appena oltre il Museo e la piazza che si era lasciata sulla destra. Era agitata al pensiero di quella casa di gran signori. L’avrebbero fatta entrare? si domandò preoccupata e con lo sguardo trasognato. Ancora pochi passi e il grande portone le era davanti. Spalancato. Lo riconobbe subito, anche se per la polvere, che subito rilevò, non luceva. Anzi, là tutto, fin dai muri sbrecciati con i vasi di sterpi ingiallite, le appariva fané e in abbandono.

Il citofono d’ottone riportava pochi numeri e poi per esteso, giù in basso l’Alonso d’Attorre Visconti. Si consolò, eccolo il professor Alonso d’Attorre, ripeté contenta movendo la testa come sempre faceva con la fanciullesca goffaggine di signorina attempata.

Entrò in cerca della portineria, ma non c’era nessuno. Chiamò il concierge. Nessuno. Si guardò intorno alzando gli occhi ai capitelli delle colonne dell’atrio che si apriva alla corte. Tutto brillava di ruggine spenta dove le ragnatele facevano un manto. Sulla destra una scala, piccola con l’accesso in cimasa sormontato da decori in rilievo di fiori scolpiti e da tempo appassiti. Si fece avanti fino ai gradini dove si apriva un ingresso. La targhetta ossidata diceva Alonso d’Attorre. Non si capiva subito ma era così. Un moto d’orgoglio per la scelta azzeccata la rese contenta. Fece per suonare e sfiorandola appena la porta si aperse. Si ritrasse, ne ebbe paura. Sentì allora un fioco gemito come di dolore, provenire dall’interno. Si fece coraggio, si mosse in avanti ed entrò. Il rantolo proseguiva, l’odore era pungente, anzi fetido. Si strinse sul naso il foulard che portava sempre annodato da un lato per celare le rughe sul collo, e appena tremante chiamo’: “professor d’Attorre, sta bene, sono io, Adele, la libraia”.

Le veniva da vomitare per l’odore nauseante che penetrava fin dentro ai polmoni. Il rantolo proseguiva oltre l’ingresso buio.

Fece due passi fino alla porta con la grande cimasa. E lì vide un muro. Di libri su libri. Accatastati in pile sconnesse, stretti forte d’inutili abbracci, era scempio di Seneca, Cesare, Lucrezio, Aulo Gellio e Plutarco e Sallustio. I giornali e i romanzi e i tascabili marcivano tra i compendi e gli studi di critica antica e di filologia. Arrivavano quegli inutili tomi ingialliti fino al soffitto riempiendo la stanza accecata di luce e di aria. Uno spreco inaudito, anni e anni di studi e ricerche e pubblicazioni a suo nome svaniti in un macero autopunitivo d’incuria e di odio e rancore. E nel mentre, arrampicatasi sulla scala a pioli adagiata su quella montagna di volumi impazziti, lo vide.

Immobilizzato e dolorante, stava li rannicchiato, il tempo sospeso nella carta che si appallottolava di escrementi e pipì, il volto smagrito e sofferente. “I miei libri, voglio morire di libri soffocato da inutili parole d’inchiostro. A cosa mi valsero? Cui bono?” diceva, ripetendosi in una cantilena di strazi, guardandola smarrito.

Adele si fece coraggio, la nausea appena respinta alla bocca. Il plafond incombente con il lampadario sommerso dagli accumuli e l’odore acre di pagine marcite e di muffe mortifere non lasciavano spazio al respiro. Le carte e i frontespizi ammassati in decomposizione sormontavano ogni cosa. Effluvi di parole in vortice dai caratteri trasudavano da ogni dove, li percepiva anche lei, li vedeva perfino, opprimenti e invasivi. Mostri marini di nero seppiato facevano capo tra le pagine insieme a foto sbiadite e a capilettera violenti, inseguiti da esclamativi di lame assassine.

La vista le si annebbiava d’incubi repressi troppo a lungo, gli tese la mano, allungandosi sulla scala. E lui gliela strinse. “Professore sta male” disse soltanto mentre l’orrore le invadeva la schiena. E strano a dirsi, in quell’attimo, e per un attimo soltanto, lo amò, come non aveva mai amato nessuno.

I miei libri, va bene” biascicava lui.

Non sapendo che fare, non riuscendo neppure a vederne la figura avvolta nei ritagli di pagine, ridiscese la scala per chiamare in aiuto.

Torno subito a lei professore” soltanto gli disse col groppo alla gola. E voltando lo sguardo, vide una luce fare lama fra gli angoli d’ombra della porta. Si protese curiosa, la testa in avanti oltre la stanza, ed era lì un catafalco, e distesa fra due candelieri accesi da una vecchia lampadina, una donna col volto nero imputridito e solo i guanti bianchi di pizzo, sulle mani rinsecchite di mummia incartapecorita, piegati in croce tenevano un libro adagiato sul petto. La signora, era morta da troppo e da quando?

Almeno lei però era stata molto amata, pensò, e ne ebbe invidia financo. “Così altera nei lineamenti perlati, il professore non poteva lasciarla andar via così, elegante com’era seppur morta stecchita”.

Poi un capogiro insopportabile, con le gambe tremanti: le venne da svenire. Scappò via inorridita. La inseguivano i lamenti: “Fermate i miei libri, impazziti al galoppo, chiudete le porte, mi assalgono e ululano e graffiano e mordono. Lacrimano sangue, i maledetti. All’Auto da fè, favorite un cerino” perentorio ordinava agli allievi ex cathedra il docente che era. “Neppure il fuoco li farebbe arretrare” si rispondeva poi sconsolato con terribile voce in falsetto di indemoniato alla gogna. Il professore, dall’alto della sua tomba di carta, non aveva più requie: le mani al soffitto graffiavano, la voce gutturale impazzita.

Adele correva, al negozio e per strada. Urtò prima un paletto, la borsa le fece da scudo, e la sciarpa di seta, la sua preferita con le palme di cachemire nei toni più pallidi del verde e violetto, volò quasi foglia sul catrame terroso: un’auto l’annerì di polvere e gomma, trascinandola appresso smarrita.

Poi per quella giornata milanese fu tutto un rincorrersi di voci e sirene, e ambulanze e necrofori e parenti ignorati e ora anche i vicini di casa sbadati ed assenti e i curiosi. L’esimio latinista e cattedratico era ben noto, la signora dal blasone abbrunito ancora imponente, ammirata per echi di fama lontana.

Adele smarrita affannava tra scaffali e collane e volumi in prima edizione e best seller, stupita d’orrore. Poi le lacrime, a riempire gli occhi cerchiati d’azzurro e avvampati di sonno. Si mosse, frugò nella borsa, ridestandosi e aggiustando la gonna lunga fino al ginocchio. Era stanca, mentre dissolvenze di immagini morte in agguato e veloci in sequenza, le varcavano il capo già incredulo; ed era troppo per lei, e lo sapeva. Quanti fastidi e vergogna: sconsolata si reggeva la testa, con la polizia in attesa giusto appena all’ingresso della libreria; e pensava ai vicini irridenti, mentre la radio dalla centrale gracchiava parole incomprese. Immerse così nella borsetta la mano veloce a cercare il fazzoletto ricamato che s’avviluppa. Dentro soltanto i frantumi di una lente impossibile da ricomporre, come il tempo che segnava di macchie le sue mani di donna sfiorita e sola. Alla sera, non ebbe la forza di leggere neppure una riga fra le molte che avrebbe voluto e che sole le davano il conforto mancato nel grande letto sempre vuoto di bianco abbagliante. Preoccupata com’era, in quella assurda notte di un triste sabato d’abbandono ci pensava di continuo, senza mai riuscire a prendere sonno: ah il latinista, non ci fosse mai andata!

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